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Intercity Genova-Roma delle ore 11.04

Pensavo a Vasco, mangiando una mela.
Mentre il mare rubava agli ulivi il vestito invernale
la mia terra aspra spariva dietro alle rotaie.
Pensavo a te, sognando di fumare una sigaretta.
Accidenti a quando ho smesso.
Si regge meglio l’urto del dolore, fumando.
Almeno così mi pare.
Speravo fossero le ultime lacrime
incastrate dentro il suono di un messaggio.
Invece non passano e la ragione non accetta.
La rassegnazione è un male freddo, grigio.
C’è puzza di treno, ferro, rotaie e sudore.
Ma Roma leva il fiato nella luce della sera.
Immaginavo lacrime di perla illuminate
dall’oro del crepuscolo, non il sale sulle ferite.
Fingere.
Non avrebbe senso, mai.
Che di recite ne vedo già abbastanza ogni giorno.
Fingere.
A che serve, allora, parlare?
Probabilmente a nulla.
Neppure i poeti hanno il dono dell’amore
perché forse l’amore non esiste.
Roma è una scatola di volti,
nel buio che avanza e m’inghiotte,
anonima ombra desiderosa solo d’un abbraccio.



Roma 24 ottobre 2004 ore 18, nella stanza dell’Hotel R.M.



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Poesia scritta il 11/02/2013 - 18:57
Da Alessandra Romano
Letta n.426 volte.
Voto:
su 1 votanti


Commenti


Molto bella mi e' piaciuta tanto.

Nik Nik 20/02/2013 - 00:52

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