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Come la Grecia evitò il default.

Una precisazione iniziale è d’obbligo. Questo è un racconto di fantascienza, o, meglio, di fantapolitica, ed è ambientato in un universo parallelo al nostro. Pertanto, si tratta di un’opera di pura fantasia, e, se anche i personaggi, o le testate giornalistiche, che cito hanno i nomi di personaggi o testate appartenenti al nostro mondo, essi non hanno nulla a che vedere con quelli nostrani. Che io sappia, almeno.



Sì, lo ricordo bene. Fu un periodo di grande stress.


Per i greci, prima di tutto. Dopo mesi e mesi di crisi, di incidenti, di insostenibili disagi sociali, anche quelli fino allora, in qualche modo, “salvaguardati” si ritrovarono di punto in bianco senza un euro in tasca, e costretti ad interminabili file giornaliere davanti a bancomat spilorci che distribuivano contante con il contagocce… finché ce n’era… giusto per l’acquisto di un po’ di pane e di ancor meno companatico. E, questo, in attesa del peggio.


Per gli italiani, poi, costretti a vivere angoscianti timori di contagio. Dopo la disfatta greca si sarebbero ritrovati in pole position nella corsa al prossimo default, checché ne dicessero il ministro Padoan e la Serracchiani, ai quali mai nessuno avrebbe creduto già in tempi tranquilli, figuriamoci in momenti terribili come quelli. E lo spettacolo che stava offrendo il nostro vicino di casa assumeva le sembianze di un’anteprima di ciò che sarebbe potuto accadere da noi, come il trailer di un film “prossimamente sui nostri schermi”. Decisamente, niente di divertente. Mi viene da pensare ad uno spot pubblicitario, che recita, più o meno testualmente: l’attesa del piacere è essa stessa piacere. Basta parafrasare un po’, e il concetto diventa subito chiaro.


Fu stress per l’Europa intera, che scopriva come la monumentale bancarella che avevano messo su, fondata su una ricchezza molto più apparente che reale, oltre che distribuita in maniera irrazionale, e su interessi ben diversi dalla solidarietà e dalla fratellanza fra popoli, avesse in realtà i piedi di argilla. Se si tenevano i greci, senza che questi pagassero il dovuto (e, a conti fatti, questi, soldi non ne avevano, quindi non avrebbero potuto pagare in nessun caso) era la rovina. E se la Grecia usciva dall’euro era il disastro. Comunque andasse, eravamo fottuti.


Non so come abbiano vissuto questa congiuntura in Spagna, in Portogallo o in Irlanda. Tutto quello che sapevo mi veniva fornito dai telegiornali, che a questo aspetto non sembravano particolarmente interessati. D’altra parte, carne sul fuoco ce n’era. Fra la strage in Tunisia, dove un paio di stronzetti spiantati e indottrinati avevano fatto piombare mezzo mondo nel terrore (non oso pensare a cosa sarebbe successo se l’ISIS fosse intervenuto direttamente con il proprio esercito), e l’attentato di Lione, dove un tizio fuori di testa aveva fatto al proprio capo quello che gli impiegati di mezzo mondo sognano di poter fare un giorno al loro, confermando apparentemente che eravamo ormai alla mercè del terrorismo islamico, beh… roba con cui riempire le scalette dei notiziari ce n’era. Senza dimenticare, ovviamente, le nostre beghe interne. Particolarmente divertenti, quanto patetiche, le rimostranze di Brunetta, che tentava addirittura di addossare a Renzi la colpa del fallimento greco, chiaro quanto deprimente esempio di come il dibattito politico fosse ormai ridotto a vergognosa, spesso anche stupida, speculazione ed esacerbazione dei toni, con buona pace delle ricorrenti raccomandazioni dell’allora presidente Napolitano. O le dichiarazioni entusiaste di un Grillo più inconcludente del solito nei confronti di uno Tsipras maestro di democrazia perché, anziché individuare ed adottare una qualche soluzione al problema, motivo per cui era stato eletto alla guida del paese, lasciava decidere al popolo di che morte morire. Dimenticando, il Beppe, un celeberrimo precursore di una simile illuminata dimostrazione di democrazia, tale Ponzio Pilato, che a suo tempo lasciò decidere al popolo chi graziare e chi crocifiggere.


Già, tempi duri, difficili.


Per fortuna, si risolse tutto in una bolla d’aria. Quando i Greci votarono di mandare l’Europa a farsi fottere e tenere per i propri stipendi e le proprie pensioni i soldi che avrebbero dovuto versare nelle floride casse di danarosi banchieri si temette il peggio, e invece…


Il discorso di Juncker fu quasi commovente, quando, nell’accettare la richiesta di rinegoziare il debito con una nuova scadenza decennale (magari anche rinnovabile) a fronte di un impegno greco ad adottare le giuste riforme, parlò di amicizia, di vicinanza al popolo greco, di un’Europa spinta da un motore di solidarietà prima che di rigore. La Merkel applaudì con fervore, Martin Schulz distribuì sorrisi bonari ed affettuose pacche sulle spalle a destra e a manca, mentre Yanis Varoufakis ostentava una camicia più sbottonata del solito ed un ghigno soddisfatto impregnato da un vago senso di superiorità, e di disgusto. Non vorrei dirlo, ma sembrava la faccia appagata di uno che te lo aveva appena infilato nel didietro e si godeva ora i tuoi ringraziamenti per l’operato. Bella, un’Europa così. In un certo senso, l’Europa da noi tutti sognata. Unica nota stonata, l’espressione gelida della Lagarde, costretta a rimangiarsi tutte le minacce pronunciate nei giorni precedenti sui propositi di chiudere i rubinetti a fronte di una eventuale insolvenza della Grecia, e a sopportare l’insistente sguardo provocatorio di Varoufakis. Non si capiva se la stesse sfottendo e se intendesse scoparsela.


Già.
Peccato, però, che non sia andata precisamente in questo modo.
Peccato che, anziché l’Europa dei nostri sogni, a risolvere così sia stata la NATO dei nostri incubi.


Ma a caval donato non si guarda in bocca, no?


Sì, perché lo svolgimento degli avvenimenti fu molto meno idilliaco di come venne presentato in quella romantica riunione. Il tutto avvenne con una certa segretezza, e fu condotto più dai servizi di intelligence che dalla diplomazia o dalla politica. Qualcosa affiorò, qualcosa fu citato, ma in maniera superficiale, imprecisa. L’unico giornale ad andare a fondo sulla questione, e a narrare in modo abbastanza preciso il susseguirsi delle proposte e delle manovre fu Il Fatto Quotidiano, ma ormai la testata era famosa per le sue notizie farlocche e non vi credette nessuno, a parte quattro fricchettoni del 5 Stelle.


A risolvere il problema fu il… ehm… disinteressato intervento di Putin. Beh, intanto si sa, per principio, su qualsiasi cosa sputi l’occidente, per l’oriente (inteso come Russia e consociate, non come paesi arabi) è oggetto di osannazione. Se uno stato è canaglia per uno, è un popolo amico e fraterno per l’altro. E viceversa. Grazie al cielo hanno entrambi l’atomica, così non se ne fa niente, ma se potessero usare le mani… meglio ancora, l’arma bianca…


Comunque sia, Putin si fece avanti, offrendo il suo aiuto. Il mostro Putin, condannato e sanzionato dall’altra metà del mondo. Un popolo generoso come quello russo, sostenne, non poteva rimanere insensibile davanti al dramma greco, squallido prodotto del corrotto sistema occidentale, davanti al quale la progredita e democratica Europa non mostrava alcun segno di comprensione.


Questo fu riportato sui giornali quasi come un trafiletto di costume. Ma bastò a Brunetta, secondo una contestata intercettazione, per insistere con Berlusconi affinché parlasse con il suo amico Vladimir e lo convincesse a dichiarare che era stata soprattutto colpa di Renzi se la vicenda greca era giunta a quel punto. Non è dato sapere se Berlusconi abbia convinto il suo fedele collaboratore che come stronzata era davvero troppo grossa, o se sia stato Putin a declinare l’invito sorridendo amabilmente al suo prestigioso amico italiano.


Naturalmente, tale aiuto avrebbe comportato, di conseguenza, una piccola contropartita. A costo zero, d’altra parte, visto che Tsipras stesso, da buon sinistrorso estremo, aveva più volte espresso tale desiderio: la Grecia fuori dalla Nato.
Non che Putin lo avesse preteso, sia chiaro. Non a chiare lettere, almeno. La decisione era lasciata ai greci. Che avrebbero potuto dover scegliere, un domani, se armarsi contro chi li aveva salvati dalla fame e dalla disperazione, al fianco di chi li aveva prima condotti alla rovina, ed ora stava pretendendo la loro ecatombe.
E come dargli torto?


Tale quesito contaminò in qualche modo il referendum che era stato indetto. E i risultati dei sondaggi furono chiari fin da subito. D’altra parte, era come chiedere agli elettori se schierarsi con chi li stava affamando, o se con chi prometteva di salvarli garantendo loro un futuro di prosperità. E a ‘fanculo la NATO, quelli erano interessi americani, non loro. A queste condizioni, non l’avrebbe spuntata nemmeno Grillo.


Naturalmente, la cosa non sfuggì all’intelligence d’oltre oceano. Quelli si fanno gli affari di tutti, figuriamoci se si facevano scappare proprio i loro. E la questione fu portata ai massimi livelli.
Seguirono un po’ di visite di stato, contatti, riunioni, segrete le più rilevanti. Nel corso delle quali la questione venne posta chiaramente nei suoi punti essenziali senza inutili giri di parole. La Grecia non si tocca. Se volevano, potevano anche andarsene dall’euro, cazzi loro, ma non dal patto. Significava far ruotare di centottanta gradi tutte le testate lì presenti. Significava far pendere la bilancia degli equilibri dalla parte sbagliata. Altro che Crimea o Ucraina. E non solo. L’uscita della Grecia dall’Europa non sarebbe stata indolore. Il resto della comunità avrebbe sofferto. Qualcuno, più debole, avrebbe sofferto di più. Per esempio, l’Italia. Che avrebbe potuto seguire la sorte della Grecia… e poi il suo esempio. E non sarebbe andata meglio se a capitolare fosse stata invece, o pure, la Spagna. E l’America non era disposta a rinunciare alla sua sicurezza per le stronzate di quattro banchieri avidi ed una masnada di politicanti idioti.


Beh, non erano solo i russi ad avere argomentazioni valide per le loro proposte.


Così non se ne fece niente. Dove nulla poté il dramma di un popolo definito amico, riuscì il savoir-faire del grande fratello americano. L’eurogruppo si fece due conti, considerò che, essendo assodato che i greci non avevano con cosa pagare, si sarebbe dovuto, e, alla fine, anche potuto, far mancare al proprio bilancio quel consistente contribuito, che comunque sarebbe stato possibile ascrivere come entrata nelle previsioni pluriennali, valutò che insistere con il rigore avrebbe significato mettersi contro sia russi che americani, come se non bastasse stare già sulle palle agli islamici, e decise di offrire un largo, amichevole sorriso al fraterno popolo greco.


Tsipras e Varoufakis furono proclamati eroi nazionali (come se fossero stati loro a risolvere la questione), Beppe Grillo li osannò per aver superato la crisi lasciando la parola al popolo, Salvini bofonchiò contro il primo ministro greco per aver sprecato un’occasione d’oro per uscirsene dall’euro, e Brunetta tornò a tuonare contro Renzi per aver messo inutilmente in difficoltà il popolo greco inventandosi un problema che non esisteva.


Putin scosse la testa, e si consolò pensando che certi alleati era meglio perderli che trovarli.




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Racconto scritto il 30/06/2015 - 11:04
Da Giuseppe Bauleo
Letta n.372 volte.
Voto:
su 2 votanti


Commenti


Lucida analisi scritta con dovizie di particolari, conosciuti e non, come quella di un arguto commentatore non di parte.

salvo bonafè 30/06/2015 - 15:31

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