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Italia, paese di Bengodi

"Italia, paese di Bengodi" è il titolo del mio ultimo (beh, per ora, almeno) racconto. L'ho inserito in una breve raccolta ("Altri oggi, possibili domani") che ho dato alle stampe su supporto cartaceo con "Il mio libro", e pubblicato, da solo, e con qualche aggiunta successiva (una specie di seconda edizione) in formato e-book per il Kindle di Amazon.
Un lavoro, evidentemente, al quale tengo in maniera particolare.
È un visionario, e spero divertente, racconto di come, in un universo parallelo al nostro, l'Italia sia uscita, in maniera del tutto imprevedibile, dalle sabbie mobili nelle quali sta attualmente annegando. Il tono è informale, da qualche parte perfino frivolo, perché non voglio dare l'impressione di essere salito in cattedra ad insegnare qualcosa. È che qualche idea l'avrei, su come uscire dalla crisi che, da sempre, attanaglia il nostro paese (ma quale Lehman Brothers!? È dalla fine degli anni sessanta che siamo in piena e continua recessione!), e la butto nel racconto. In particolare, il condono che, nella storia, viene proposto da Di Pietro. Realizzabile? Magari sì, avendo a disposizione l'ingrediente che nomino nel finale.
Sperando di stuzzicare la curiosità di qualcuno, pubblico qui un terzo dell'intero lavoro.
Essendo un'opera di fantasia, come risulterà evidente anche al più distratto dei suoi lettori, la classica dichiarazione che “ogni riferimento a fatti o persone reali è da considerarsi puramente casuale” resta valida anche in questa occasione. In ogni caso la riporto per evitare ogni genere di malinteso.
Nella storia, ambientata, come detto sopra, in un universo parallelo al nostro, compaiono personaggi con lo stesso nome di importanti protagonisti del nostro panorama politico. Dichiaro, e sottolineo, che essi hanno poco o nulla a che fare con le persone citate realmente esistenti. Avrei potuto usare nomi inventati, ma avrei dovuto appesantire la narrazione con descrizioni atte ad inquadrare il personaggio, di cui avevo bisogno di sfruttare situazioni e circostanze passate, e reali, di riferimento, per fargli compiere azioni, o per attribuirgli caratteristiche, da me interamente inventate. Nomi uguali, quindi, ma persone e comportamenti totalmente frutto di fantasia. Giusto per fare un esempio, nello scritto do del cretino a Beppe Grillo. È più che ovvio che l'epiteto si riferisce al personaggio inventato protagonista di questa storia. Io non mi permetterei mai di dare del cretino (per essere precisi: “fricchettone incoerente e deficiente”) al vero Grillo, sia chiaro.
Almeno, non in pubblico, o in uno scritto con la mia firma sotto.


-------------------------------


Italia.
Paese di Bengodi.
Lavoro per tutti, stipendi dignitosi, una sanità eccellente, ed un'altrettanto eccellente istruzione. Trasporti pubblici efficienti, strade sicure e confortevoli per quelli privati. Assistenza ad anziani e disabili encomiabile. Un piano di accoglienza controllato e rispettoso della dignità umana, e aiuti a popolazioni che prima non avevano alternativa all'esodo e alla probabile morte per annegamento nel sud del mediterraneo, e che ora si rivelavano, a casa loro, formidabili partner commerciali. Interventi massicci e finalmente risolutivi delle condizioni di dissesto in cui il nostro territorio versava fino a ieri, ed in gran parte, purtroppo, ancora oggi, ma i lavori sono lunghi, e gli interventi necessari tanti. E, per finire, ma in realtà fu l'inizio e l'origine di tutto, azzeramento della corruzione. E di tutto quello che ne conseguiva.
Scommetto che, se qualcuno di un'altra dimensione dovesse leggere questo scritto, si rifiuterebbe di crederci.
Incredibile?
Eppure è andata così. E se Thomas Moore proponesse oggi la sua Utopia ad un nostro editore, l'opera gli sarebbe respinta come un insignificante cumulo di ovvietà.
Italia, paese di Bengodi.
Ma, in fondo, non ci sarebbe neppure bisogno di andare così lontano, e appartenere ad un altro universo parallelo, per essere scettici su un'affermazione del genere. Basterebbe, anche qui da noi, tornare indietro di pochi anni.
Già, solo pochi anni.
Allora sì che andava male. E, paese di Bengodi, la nostra amata patria lo era già. Ma solo per corrotti e delinquenti. E politici e sindacalisti… ammesso che li si voglia distinguere dalle precedenti due categorie.
Poi arrivò il giorno delle elezioni, e tutto cambiò. Anche se niente sembrava promettere qualcosa di buono.



Elezioni anticipate, ovviamente. Come tradizione. Stavolta, la legislatura cadde per salvare il senato. L'esistenza, del senato. Renzi insisteva con il volerlo abolire, opposizioni esterne ed interne non tolleravano di perdere così oltre trecento bei posticini da ventimila euro al mese più l'indotto, spacciando questa preoccupazione come diritto degli italiani ad essere rappresentati (persino Grillo aveva abbracciato questa tesi, non ho ancora capito se anche lui per lercio interesse, se semplicemente per opporsi a qualsiasi iniziativa del governo in generale e di Renzi in particolare, a prescindere dal contenuto, o perché non è altro che un fricchettone incoerente e deficiente), e poiché il prode Matteo, pur avendo tutti contro, era riuscito fino allora a far passare quello che voleva, non era rimasta che una soluzione: far cadere il governo e tornare a casa, prima che passasse anche questo cambiamento. Alla faccia dei segnali di ripresa che si stavano avendo, fatalmente (una volta che hai toccato il fondo non puoi che risalire), o per merito delle riforme fatte come la propaganda governativa sosteneva.
“Qua rischio di perdere il posto, posso fregarmi della crescita del paese?”
Chiaramente, non fu quella la spiegazione ufficiale. Il “vero” motivo era la difesa della democrazia, della costituzione, del diritto del popolo sovrano di poter scegliere liberamente i propri rappresentanti, e la necessità di mandare a casa un premier che in molti paragonavano ormai a Mussolini. Così come avevano fatto prima con Berlusconi. Beh, pare che in Italia funzioni così: appena uno dimostra di avere un po' di attributi, subito viene paragonato al Duce. Forse perché è stato l'unico vero leader che, nel bene o nel male, il nostro paese ha mai avuto? Mah!
Comunque fosse, si andò al voto. Con un guazzabuglio di schieramenti da far accapponare la pelle.
La Lega, forte del successo dell'astro nascente Salvini, si presentò da sola, mandando a quel paese in malo modo Forza Italia. Figurarsi, quel vecchio bacucco di un Berlusca, con un partito ormai ridotto ad un folcloristico gruppetto di malinconici lacché, pretendeva di presentarsi ancora come leader dello schieramento!
Forza Italia idem. Dopo pochi, e poco convinti, tentativi di rappacificamento con i gruppi di fuoriusciti (se n'erano dette troppe contro per poterne recuperare i contatti in maniera credibile), dovette rassegnarsi a correre senza alleati.
La stessa cosa l'NCD di Alfano, il traditore, con cui nessuna forza di destra era stata disposta a mettersi dopo il sostegno che aveva dato a Renzi. O meglio, in questo caso la vicenda fu un po' più complessa: il primo tentativo era stato di riproporre alle elezioni la stessa coalizione che aveva governato fino allora, ed anche Verdini aveva provato ad infilarsi. Renzi, lapidario, aveva deciso di non allearsi con nessuno (anche se molti sostenevano che in realtà nessuno, almeno fra quelli che avrebbe gradito avere nella stessa squadra, avesse voluto allearsi con lui per fargli da scendiletto), così l'Angelino si era ritrovato col sedere per terra e abbandonato da tutti. Verdini non s'era ancora sporcato abbastanza, ed era stato accolto a braccia aperte nella coalizione degli altri gruppetti di destra.
Renzi, come ho già detto, si presentò da solo, con il simbolo del PD che gli spettava di diritto visto che, da segretario del partito, ancora non era riuscito a scalzarlo nessuno, mentre la cosiddetta minoranza si schierò, fregiandosi di un paio di sigle fresche di zecca, in una coalizione che comprendeva tutte le altre formazioni di centro e centro-destra (da autentica forza di sinistra a sinistra del PD di Renzi, come voleva spacciarsi), e persino SEL, che per l'occasione (e la vergogna) cambiò anche il suo, di nome, in qualcosa che non ricordo nemmeno, ma che giustificasse questo singolare spostamento dall'aborrita posizione di estrema sinistra in un'altra dal deciso sapore di centrismo profondo con evidenti venature destrorse. Per tutto il resto ci sarà Mastercard, ma vedere Vendola, Casini e Monti nello stesso schieramento a fare da sponda al Bersani furioso non aveva prezzo.
E, per ultimo, ma non ultimo… anzi, addirittura primo, l'incredibile e inedito gruppo Cinque Stelle - Italia dei Valori, con un sorprendente Grillo disposto ad allearsi con qualcuno, e un Di Pietro tornato a nuova vita dopo qualche fortunato passaggio televisivo. D'altra parte, negli ultimi tempi, erano balzati agli onori della cronaca episodi di corruzione sempre più eclatanti, e ci voleva poco a tornare a galla rispolverando vecchi cavalli di battaglia, dedicandoli ad un pubblico sempre più sconfortato e disgustato. Il Grillo, da parte sua, aveva forse imparato che con l'intransigenza non si va da nessuna parte, ed in un momento di lucidità si era reso conto della perdita di consensi subita dopo la cavolata del no a Bersani, e le successive, fastidiose ed inconcludenti goliardate dei suoi parlamentari nelle aule di camera e senato. Calo di popolarità che i sondaggi ufficiali non rilevavano - e quando mai ne avevano imbroccata una? - ma che altri segnali, a cominciare dalle batoste che ogni successiva tornata elettorale gli aveva propinato, indicavano a chiare lettere. Così, se voleva sperare di piazzare qualche nome dei suoi nel costituendo futuro parlamento, e superare così uno sbarramento diventato apparentemente insormontabile, con qualcuno doveva pur decidersi a mettersi.
La campagna elettorale fu di uno squallore incomparabile, oltre che fortemente disorientante. Le forze di destra, anziché scagliarsi contro i naturali avversari di sinistra (già, sinistra: ma quale?), pensarono a farsi la guerra a vicenda, cercando di pescare quanti più voti possibile nel loro comune elettorato. Stessa, identica cosa nell'altra area, che dovrei chiamare di sinistra ma mi fa senso usare questo termine per definire i due raggruppamenti in lizza. Sinistra, in Italia: forse il paese al mondo che avrebbe avuto più bisogno di averne una, spazio vuoto senza schieramenti o candidati, a parte qualche minuscolo, e purtroppo poco competitivo, partito di nostalgici del caro, vecchio comunismo d'antan. Grillo e Di Pietro poterono sbraitare liberamente contro tutto e tutti, ma avrebbero potuto anche starsene tranquillamente zitti ad assistere, visto che gli avversari stavano facendo un lavoro ancora migliore per smontarsi a vicenda, e alla fine il risultato, eclatante, sorprendente, inatteso ed insperato persino dalla moltitudine di italiani che lo avevano decretato: M5S e IDV primi con il 48% dei voti, Lega seconda con il 22, il PD di Renzi terzo con il 19 (quegli ottanta euro al mese, in qualche modo, funzionavano ancora), il resto distribuito in maniera quasi uniforme a tutte le altre formazioni in campo. Giusto parenti, amici e pochi clienti disperati ancora speranzosi. Anche stavolta non ci fu nessun perdente, perché, come ad ogni tornata elettorale, ciascun concorrente offrì una chiave di lettura secondo la quale il risultato ottenuto era il migliore fra quelli conseguibili, ma grazie al cielo una grossissima percentuale di questi sedicenti vincitori venne esclusa dalla assegnazione delle poltrone in palio, suddivise come di regola fra i soli schieramenti detti sopra, e si tolse definitivamente dalle balle. Primo fra tutti, l'ex cavaliere, che, per sfuggire alla coda di magistrati in fila davanti ai cancelli di Arcore per potergli finalmente mettere le mani addosso, si dileguò in un imprecisato paese del sud America.



Come poté accadere?
Mah!
Intanto, il primo vero vincitore fu l'astensionismo. Fra gli elettori di destra, già disgustati e disorientati dalla composizione e dalla frammentazione degli schieramenti, costretti ad assistere e ad ingoiare accuse e denunce ampiamente corredate da prove a carico dei candidati di spicco dei loro partiti, e quelli di sinistra e di centro, bombardati da messaggi negativi ed ignobili sconfessioni reciproche, una domanda comune fu: ma che vado a votare a fare? Domanda che, ovviamente, non si ponevano parenti stretti e amici ancora più stretti dei candidati o funzionari dei vari partiti, cosa che aveva consentito a queste formazioni di arraffare parte di quel rimanente undici percento di voti (un'altra grossa fetta andò in schede annullate con ogni sorta di ingiuria).
Alle urne, quindi, i soli, anche se sempre meno, irriducibili del voto, quelli che non sopportano di lasciar decidere gli altri, e che, se merda dev'essere, che sia una merda scelta da loro. Mi sono sempre chiesto quali fossero i sentimenti di questi signori, nel vedere all'opera gli individui che con il loro voto avevano mandato a sedere su quegli scranni.
Bene, stavolta gli irriducibili avevano scelto così. Quelli di sinistra, non avrebbero mai dato il loro voto ai loschi figuri che se la stavano cantando allegramente dal palco durante i comizi. Idem quelli di destra. Quelli onesti, sinceri, almeno. Quelli un po' meno, avevano avuto solo l'imbarazzo della scelta per decidere chi sostenere in vista di possibili, futuri e succosi intrallazzi. Altri, grazie al cielo pochi, voti che andavano a sommarsi a quelli di parenti e amici.
Grillo e Di Pietro: il primo aveva dimostrato di saper fare solo parole, e di essere abilissimo nel tirarsi indietro quando si trattava di passare ai fatti; il secondo aveva solo il pallino di sbattere dentro qualche suo collega onorevole, purché appartenente ad uno schieramento che non fosse suo. Votare per loro era inutile, ma almeno potevano rappresentare una sentita protesta.
Una inutile, sterile, ma appagante, protesta!
Beh, è così che va il mondo. Se avesse funzionato secondo un minimo di logica, ci saremmo risparmiati millenni di soprusi, ingiustizie e sofferenze.


Inutile dire che, in un primo momento, fu sconcerto generale. Innanzitutto, da parte dell'elettorato, sia quello attivo che quello defilato. Fino allora, il quadro era stato ben delineato: da una parte la destra, da un'altra la sinistra, e tutto attorno centri ed estremi che se la davano figurativamente di santa ragione giusto perché gli uni in maggioranza, e gli altri, all'opposizione, capaci solo di menar gramo e ansiosi di scambiare le proprie relative posizioni. Uno stomachevole teatrino da sempre capace, qualunque fosse la distribuzione dei rispettivi ruoli, di produrre solo assurdi privilegi per pochi e inqualificabili soprusi per tutti gli altri… compresi quegli irriducibili che ad ogni tornata non mancavano di far sentire la propria voce, legittimando così ruberie ed angherie di cui loro stessi erano vittime. Ma era andata sempre così, quindi, anche se ripugnante, era comunque un quadro confortevole, rassicurante. Familiare. Beh, almeno per chi non era ancora stato condotto alla disperazione. Ora, come stavano le cose? Il PD di Renzi: che postazione occupava? Ipoteticamente, la sinistra. Vabbe', facciamo finta di crederci. Salvini? Beh, sì, destra. Destra populista, in effetti. Anche se i due termini cozzavano palesemente fra loro: cosa può avere il populismo in comune con le posizioni conservatrici e reazionarie che per definizione appartenevano alla destra? Era un po' come parlare di una vergine zoccola.
Ma i vincitori, che pesci erano? A chi avevamo involontariamente affidato le sorti del paese?
Cosa avrebbero fatto, ora?
Una domanda che si stavano ripetendo ossessivamente anche i due leader vincitori, annichiliti e atterriti da quell'imprevedibile risultato.
Di Pietro aveva contato in un orticello dal quale poter sparare scomuniche e condanne contro i corrotti di turno, e così tornare a crescere e prosperare senza troppo impegno come nei bei tempi andati. Ma ora, a governare, ci sarebbero stati i suoi e i grillini. Fra questi ultimi, vallo a trovare un corrotto al quale fare la guerra. Saranno stati degli idioti, magari, degli squinternati, qualunque altra cosa, ma non corrotti. Fra i suoi, forse, ci sarebbe pure potuto scappare qualche altro Razzi o Scilipoti, ma questo avrebbe significato rifare la figura del pirla, ed essere costretto a dileguarsi di nuovo dalla scena politica.
Sentimenti analoghi stavano scombussolando anche l'altro trionfatore. Che alla promulgazione dei risultati aveva preferito eclissarsi per non mostrare la faccia che aveva fatto. Stavolta non avrebbe potuto tirarsi indietro come nella passata occasione. Non aveva scuse. Stavolta avrebbe dovuto prendere le redini in mano, e realizzare tutte quelle cose che aveva promesso alla gente e preteso che gli altri facessero.
Gli unici a esultare furono, naturalmente, i grillini, da autentici babbei, inconsapevoli della montagna di responsabilità che si erano caricati sulle spalle, e senza la minima preparazione su come affrontarle. Già, dire che tutto è marcio, che tutto va male, è facile. Basta salire in cattedra e mettersi a sbraitare. In questo modo, persino un soggetto come Bossi era riuscito a diventare un mito. Ma sedere alla guida, e portare a destinazione una vettura carica di persone dirette ciascuna ad una destinazione diversa…
Inutile dire che la borsa crollò, e lo spread schizzò in due giorni a quota settecento. Leader e banchieri di tutta Europa, sorrisi sul volto e contabilità alle mani, si affannarono a congratularsi con le forze vincitrici, "portatrici di una ventata di novità e di speranza", e a preparare piani di rientro per l'immenso debito italiano. Una febbre convulsa sconosciuta anche ai tempi della Grexit e del trionfo di Tsipras. Prima ancora che il nuovo governo prestasse giuramento, autorevoli personaggi della scena politica internazionale cominciarono a formulare “lontane ipotesi” sulla possibilità di dichiarare chiusa l'esperienza di unione europea.
Il presidente Mattarella espresse la propria "fiduciosa soddisfazione" per il nuovo che si era affermato, certo che con la buona volontà ed il sicuro senso di sacrificio il paese avrebbe fatto consistenti passi in avanti.
Bene, questa fu la situazione iniziale. Ce n'era abbastanza per correre a comprare un canotto e cercare di raggiungere l'Albania.


Ma nessuno scappò. Con il fiato sospeso, attendemmo tutti l'epilogo. In fondo, cosa poteva capitarci di male? Finire (finalmente) di nuovo sotto il dominio tedesco? Essere governati dalla Merkel anziché dai soliti Berlusconi, Prodi, Monti, Bersani, Renzi? Magari, dico io. Ma, sia chiaro, è solo un'opinione del tutto personale.


E invece accadde l'inverosimile…




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Racconto scritto il 25/08/2015 - 12:28
Da Giuseppe Bauleo
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