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Romario è l'epica dei 1000

Io non ti ho mai conosciuto, e quando cominciavo a fare il tifo per te era il lontano 1984… Avevo ancora i calzoncini corti della prima elementare e cominciavo a guardare il calcio ingozzandomi di nutella davanti alla vecchia TV della stanza degli ospiti. Nella sala principale, infatti, i miei fratelli più grandi e i loro amici sentivano Pino Daniele e Vasco Rossi nel loro primo megastereo e mi facevano smammare perché ero troppo piccolo. Quando ti vidi per la prima volta sullo schermo, pensai che giocavi proprio come me… Un attaccante mai visto prima, capace di segnare gol impossibili anche solo a pensare! Già, il gol: una fiumana di gol! Il gol arpionato con l’arte rapinosa dell’artiglio fulmineo, rubato al tempo in un battito di ciglia, sottratto ai difensori avversari con la destrezza del prestigiatore. Nel dribbling in area non avevi rivali, e miscelavi il tutto con la classe e l’estro dei sudamericani. Nel 1989, quando eri già arrivato a 200 gol in carriera, io cercavo quindi di emularti nella piccola scuola calcio della mia Sorrento. Anche io attaccante come te, scoprii molto presto che in realtà il ruolo era l’umica cosa che ci accomunava…
Passano gli anni e comincio anch’io a portare i pantaloni lunghi; seguo con rinnovato ardore i tuoi successi in terra europea, al PSV Eindhoven e al Barcellona di Cruijff e lo spettacolo del calcio rivive in te in gol mai banali e sempre col timbro del talento ben impresso. Vinci campionati e titoli di capocannoniere come noccioline, poi nel 1994 il trionfo più bello: dopo 24 anni, trascini a suon di gol la Seleçao al quarto titolo di Campione del mondo. Pochi mesi dopo vieni proclamato miglior calciatore del pianeta e raggiungi i 500 gol all’inizio del 1995. E a quel punto, raggiunto il top, il genio lascia spazio alla stravaganza e agli eccessi; del resto, l’arte e la follia sono da sempre territori confinanti. Nei campi di calcio ti si vede svogliato e appagato. Litighi con tutti: avversari e compagni, arbitri e allenatori. La sera, nel tuo famigerato bar-discoteca Cafè do gol si contano più risse che ordinazioni di birra… Il tifoso che c’è in me ha costantemente il sopravvento e avrei voluto conoscerti anche il quel periodo: insieme ai gol(quelli non sono mai mancati) mi tenevo aggiornato su tutte le tue avventure. Nel garage della tua villa di Barra de Tijuca, quartiere vip di Rio, fanno ancora oggi sobbalzare le 11 macchine comprate negli anni: due Ferrari, una Porsche, tre Mercedes, due Cherokee, due Bmw e due Audi! Amavi la velocità e, manco a dirlo, le belle donne: innumerevoli, infatti, le avventure sentimentali. Tre mogli(con 6 figli legittimi e almeno un paio di dubbi) e numerose relazioni extra-coniugali. Ti vennero attribuiti flirt a centinaia, probabilmente quasi tutti veri. Ecco, io poi ho capito che anche tutto questo vuol dire essere attaccanti. Tu l’hai fatto per sempre, dentro e fuori quel rettangolo di gioco che è la vita; hai continuato a segnare, lasciando i difensori avversari a terra ad acciuffare l’aria. E anche per questo che vorrei conoscerti…
A un certo punto dichiari: “Voglio arrivare a 1000 gol in carriera, per il momento sono a 750!”. Tutti scettici, in effetti sembrava proprio un’impresa impossibile; persino io sono dubbioso. Ma tant’è, passa un po’ di tempo ed eccoti lì, dopo la parentesi americana col Miami, festeggiare il raggiungimento del tuo sogno. Il 20 maggio 2007, con la maglia del Vasco da Gama, timbri su rigore quel gol che rappresenta l’ultimo colpo di scalpello; una rete che ti scaraventa su quella nuvoletta mitica che ospita un solo altro inquilino ufficiale(Pelè, arrivato a 1283). A 41 anni l’ultimo record in campo; un attaccante non può cambiare. Tu hai continuato anche quando hanno smesso tutti, è per questo che vorrei conoscerti. Hai continuato anche quando non avevi più le gambe per riuscire a correre più veloce dei difensori, quando i fianchi s’erano allargati e le guance erano cascate; quando bastava una spinta per fermarti, e tu non ti sei fermato. A ben pensarci, sei un attaccante ancora oggi, che viaggi spedito verso i 50 anni... Ora sei nel Parlamento brasiliano, dopo aver raggiunto l’incredibile numero di 150mila voti per il Partito Socialista. E spicca il tuo generoso impegno per aiutare chi, come la tua figlioletta Ivy, è affetto dalla Sindrome di Down. Già, proprio lei che, ultima nata dopo l’ennesimo matrimonio, è riuscita ad addolcirti la lingua e il cuore. Tutto ciò vuol dire essere attaccanti; anche ora che gli anni sono 48, i capelli grigi e i denti sporchi.
Io ho continuato finché ho potuto; nel calcio mi sono fermato quasi subito. Forse perché, così come nella vita, fare l’attaccante non è solo una missione: è anche una condanna. Io non ho avuto il coraggio, questa è la verità. Ho studiato, ho provato(a volte inutilmente) a cercare un lavoro e mi è sempre bastata una fidanzata per volta. Ma tu, anche se non lo sai, mi hai dato tanto: sin da quando, a 6 anni, ti guardavo in TV e col Super Santos giocavo nella stanza degli ospiti. Da piccolo, io che ero basso e magrolino, ho imparato a darle e prenderle su un campo di calcio; ho imparato a non avere paura della vita e degli altri cercando di imitare quello che facevi tu.
Tu non mi conosci, ma io ti voglio bene! Sei stato una presenza costante nella mia vita. Sarai un privilegio da raccontare ai miei figli. Mi hai fatto innamorare del gioco del calcio. Inteso come emozione, sentimento, passione. Mi hai fatto innamorare di Rio, delle sue spiagge, di tutto il Brasile! Mi hai fatto piangere. E ridere. Mi hai fatto vivere… Obrigado, Romario!

Lucio Iaccarino



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Racconto scritto il 25/09/2015 - 16:17
Da Lucio Iaccarino
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