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LA NUOVA VITA

Lui le voltò le spalle e chiuse la porta dietro di sé. Irene gli lanciò addosso il telecomando.
In quella collisione di pochi secondi con lo stipite della porta, l’odioso attrezzo di plastica subì un’esplosione e si sparpagliò in mille pezzi sullo zerbino dell’ingresso.
Irene rimase immobile sul divano, pensando che la vera tragedia di tutta quella faccenda era avere un solo telecomando; ne avesse avuti mille, li avrebbe frantumati tutti quanti!
Sentiva la rabbia concentrata in un ribollio magmatico proprio sotto lo sterno, tra lo stomaco e il cuore. Tentava di frenare l’imminente eruzione per evitare la distruzione totale, ma bastarono pochi secondi e delle salate e bollenti lacrime le solcarono le guance come lava incandescente, le attraversarono il volto e si raggrumarono sotto il mento, per posarsi poi copiose sulla felpa rosa del pigiama.
Eccola. Lui se n’era andato e lei se ne stava lì, a terra, rotta come il telecomando che aveva appena lanciato contro la porta.


Il primo raggio di sole del mattino attraversò le listarelle degli scuri che Irene, la sera prima, non aveva chiuso, e si intromise tra lei e il piumone che la copriva interamente. Non era ancora pronta ad aprire gli occhi a quella giornata e prese tempo stiracchiando le gambe e girandosi sull’altro fianco.
La sua mente, da poco in movimento, la stava riportando lentamente alla realtà, finchè, il primo sguardo della sua giornata, si posò sui pezzi di quello che una volta era stato un telecomando e la coscienza, prepotentemente, la sbattè addosso alla sua vita fallita.
Si mise a sedere sul divano nel quale, durante la notte, era crollata senza più energie e posò i piedi nudi sul pavimento gelido. Senza avvertirne nemmeno il fastidio, si diresse in bagno. Sostò davanti allo specchio del corridoio e questo le restituì un’immagine di lei che le fece orrore. Della bellissima messa in piega che le aveva fatto il pomeriggio precedente la parrucchiera, rimaneva soltanto un grumo di capelli arruffati e spettinati, e il costoso mascara che aveva applicato con piglio seduttivo se ne era andato con la colata lavica delle lacrime, creando un inguardabile mascherone nero attorno ai suoi occhi nocciola. Raggiunse la tazza, vi si sedette sopra, e, mentre faceva la pipì, si chiese cosa avrebbe dovuto farne di quella fastidiosa giornata appena iniziata.
Nella totale incapacità di ragionare e decidere, si liberò della felpa rosa e si infilò nella doccia. L’acqua bollente che le scorreva tra i capelli, sulle spalle e giù fino allo scarico, portò con se l’indolenzimento muscolare che le era rimasto in eredità da quella terribile notte. Il vapore caldo avvolse il suo corpo nudo e, per un attimo, ovattò il pulsare ossessivo dell’emicrania sulle sue tempie. Il magma rabbioso della sera prima aveva lasciato il posto ad un cratere vuoto ma pesante… un vuoto che pareva un assenza… un’assenza che sapeva di silenzio… un silenzio senza speranza che sovrastava l’appartamento. Si avvolse in un logoro e ruvido asciugamano scolorito e, quando capì che non sarebbe stata in grado nemmeno di scegliere cosa indossare, si stese nuda sotto le lenzuola del letto, si coprì di nuovo la testa con il piumone e cadde avvilita in un nuovo sonno.
La svegliò il campanello del citofono. Non ebbe tempo di rendersi conto che era mezzogiorno passato che il campanello riprese a suonare prepotentemente. Irene balzò fuori dal tepore che il suo corpo aveva creato sotto le lenzuola e si rese conto di essere completamente nuda. Il maledetto campanello non la smetteva di rimbombarle nelle tempie doloranti e la costrinse ad indossare al volo la prima cosa che trovò sul pavimento e ad aprire la porta.
“Sei viva quindi!” le disse l’esile e smunta figura che si trovò davanti sulla soglia di casa.
“Paola” pronunciò Irene con la sua voce tombale.
L’amica irruppe nella stanza, si guardò intorno, guardò Irene negli occhi gonfi e arrossati e prese la parola “Ti cerco da ieri sera, il tuo telefono risulta spento. mi sono preoccupata, e credo di aver fatto bene.”
“Se n’è andato, non credo tornerà”
Paola concesse all’amica un minuto di solenne silenzio, come a voler commemorare un defunto, poi inforcò la scopa e la paletta appoggiate dietro il tavolo e iniziò a raccogliere i pezzi del telecomando rotto “Poco male Ire, così non poteva certo continuare”disse mentre gettava tutto nell’immondizia “vestiti, ti serve un telecomando nuovo!”


Nella frenesia del supermercato Irene si sentiva dentro ad un vespaio. Aveva sempre provato compassione per quei miseri individui che aspettavano il sabato pomeriggio per fare la spesa con la famiglia. Bambini capricciosi e urlanti, mariti spazientiti, mogli sciatte e insipide che riempivano il carrello come se fossero ad un improbabile evento mondano. Lei aveva sempre evitato tutto ciò, con la supponenza di chi il sabato aveva di meglio da fare, come indossare un tacco 12 e farsi portare fuori a cena, in un ristorante di classe e dalle tonalità soffuse.


Paola la strattonò per un braccio “Non addormentarti in mezzo alla corsia” le urlò “il reparto dei televisori è da questa parte!” Irene la seguì come un cucciolo spaurito segue sua madre e le trotterellò appresso finchè non raggiunsero la loro meta.
“Ok, ora dobbiamo solo trovare la marca giusta” asserì Paola come se fosse quasi giunta al termine di un’impresa titanica!
“Oh ti prego smettila” si ribellò Irene “ cos’è questa cazzata del telecomando! Non me ne importa, voglio uscire di qui! E poi mi gira la testa e mi tremano le gambe, credo mi stia venendo un attacco di panico!”
“Attacco di panico? Bene, finalmente una reazione, è già un inizio!”


Irene sorrise. Gli angoli delle sue labbra si inclinarono all’insù gonfiando leggermente i pallidi zigomi e gli occhi divennero due sottili fessure, Paola la guardò accigliata, poi scoppiarono entrambe in una sonora e incontenibile risata.
Al termine, Irene si voltò verso lo scaffale e agguantò la marca giusta del telecomando “E’ questa” disse, poi abbassò lo sguardo.
Paola le mise un braccio intorno alla vita e le sussurrò con dolcezza “Ire lui era ieri. Oggi è il primo giorno della tua nuova vita e tu hai già fatto una scelta. Hai vinto un caffè!” poi le sfilò dalle mani la confezione che conteneva il telecomando e si avviò alle casse automatiche


Irene la guardò allontanarsi. Eccolo il motivo per cui si erano scelte da bambine.
Era il motivo per cui continuavano a scegliersi da una vita. L’irriverente cinismo con cui affrontavano entrambe la vita, il piglio sarcastico con cui si gettavano a capofitto nelle situazioni più paradossali, la razionalità inconfutabile che applicavano in ogni occasione come un’equazione aritmetica.
La sera prima, nell’accogliente tepore del suo appartamento, aveva avuto la certezza che tutto fosse perduto, che tutto ciò che aveva cercato di costruire insieme a lui con tenacia e determinazione, si fosse dissolto in un lento logorio che non era stata capace di fermare.
Adesso, ferma tra le corsie di un fastidioso e provinciale supermercato, aveva percepito una remota sensazione di leggerezza. Guardando negli occhi della sua amica aveva visto anche tutto ciò che le era rimasto e da cui poteva ripartire, oggi, non prima di aver sorseggiato un buon caffè.




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Racconto scritto il 25/10/2015 - 09:12
Da hillys lestat
Letta n.277 volte.
Voto:
su 7 votanti


Commenti


Si nota una certa vena autobiografica in questo racconto... credo che sentiremo parlare presto di questa Hillys Lestat!

Giovanni Cipullo 25/10/2015 - 22:02

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grazie per il commento giuseppe! ogni giudizio è per me molto importante perchè sono davvero una "novellina" in questo campo! a presto, spero!

hillys lestat 25/10/2015 - 19:31

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Direi che la cosa pregevole di questo racconto è l'ironica preoccupazione per il telecomando andato in pezzi. Se ho ben capito, l'oggetto prende quasi il posta dell'uomo che è uscito dalla stanza, sbattendo la porta. Infatti, dell'uomo non si parla quasi per nulla, focalizzando invece l'attenzione sui sentimenti della protagonista, il cui risveglio mi sembra anche descritto molto bene. Sostanzialmente il racconto è scritto con efficacia espressiva anche se non sempre risulta scorrevole per la punteggiatura dei dialoghi poco precisa. E se rileggi attentamente troverai anche qualche piccolo refuso.

Giuseppe Novellino 25/10/2015 - 17:46

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