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Capitolo primo, e per ora unico.

Titolo.


?





Tutti, in fondo, sognamo un lieto fine. (Ovvero, come trasformare un matrimonio di convenienza in un'overdose di romanticismo)



Com'è andata?
Stavo pelando le patate, o qualcosa di analogo, e mi lamentavo del fatto che, in caso di morte, mia figlia non avrebbe potuto usufruire della pensione di reversibilità, quando lui, inopinatamente, ha detto: 'Sposiamoci'. Meno male ero di spalle, così non ha potuto assistere al crollo della mandibola. Con un aplomb che di solito non mi è proprio, mi sono girata e con aria credo normale ho risposto con un disinvolto 'Perché no?' o 'Sarebbe un'idea...', non ricordo bene, ero impegnata a mantenere un atteggiamento di leggero stupore ma non troppo, senza però cadere in un eccesso di distacco che avrebbe potuto essere interpretato come mancanza d'interesse o imperdonabile snobismo.
Però, quando lui si è chiuso la porta alle spalle un paio d'ore più tardi, è successo che ho cominciato a sorridere e ho sorriso finché non sono andata a letto, e ho sorriso quando mi sono svegliata, e ho continuato a sorridere per tutta la giornata successiva, e anche adesso, a distanza di giorni, sorrido mentre scrivo. Un sorriso incontenibile, che viene da dentro, che si allarga e si allarga e si allarga ancora, e più penso che sto sorridendo e più sorrido, e allora mi viene in mente la bocca di Julia Roberts e penso 'meno male che ci sono le orecchie a fermarlo' e penso che mi si accentueranno le rughe intorno agli occhi, e però è talmente bello un sorriso che si forma da solo, senza il mio intervento, che continuo a sorridere aggirandomi per casa, sorrido mentre vado a far la spesa, sorrido a quelli che incontro, conosciuti o no, e loro rispondono sorridendo, perché è vero che il sorriso è contagioso e mi riprometto che d'ora in poi sorriderò di più, perché è bello quando la gente ti sorride per strada, ti fa star bene, vieni a contatto per un attimo con un'umanità di cui normalmente non noti nemmeno l'esistenza.
Ma, tornando al dunque, il fatto importante è che ho cominciato a sorridere in quello strano modo involontario, come se tutto in me avesse voglia di sorridere. E quindi ho cominciato a interrogarmi sulla ragione di quel sorriso così particolare.
Perché, diciamo la verità, una frase come 'sposiamoci per la reversibilità della pensione' può tutt'al più generare un sorriso tipo 'bene, anche questa è fatta' o, se si è in fase rivendicativa, 'governo ladro, non avrai i miei soldi'.


Ma l'ha detta lui. E lui è lui, e questo spiega tutto. Mi ha riaperto la porta e non posso smettere di sorridere.







1969, un sabato pomeriggio qualsiasi, di ottobre o novembre, o forse dicembre. Il bar Italia è pieno di ragazzi della nostra età, chi ancora al liceo come me, chi all'università come lui, chi già lavora. Si discute di politica e del movimento, si discorre dell'ultimo corteo, delle cariche della polizia, dei picchiatori fascisti, si raccontano aneddoti, ci si indigna, ci si accalora, si ride, volano battute.
Seguo in silenzio, un po' interessata, un po' divertita, ma soprattutto in ammirazione di lui, che espone con sicurezza le sue idee ed è in grado di difenderle.
Non ci capisco molto, non conosco nessuno di quelli di cui si parla, non so nemmeno bene dove sia Palazzo Nuovo. Io il mio contributo alla rivoluzione l'ho dato appendendo in camera la foto di Che Guevara perché era bello ed è morto per quello in cui credeva, e l'hanno ammazzato e steso su un piano di pietra, con addosso solo i pantaloni rimboccati sul polpaccio, l'occhio sinistro spalancato e il destro semiaperto, in una foto terribile e magnifica che ha fatto il giro del mondo e si è impressa per sempre nel mio cuore. Ho appeso anche la foto di Ho Chi Min, con la sua lunga barbetta rada da capra, il vecchietto fragile all'apparenza, uno stelo di giunco delle risaie vietnamite, flessibile ma duro come il corindone e il diamante messi insieme. Mao no, non l'ho appeso: tanto per cominciare è brutto, e poi le immagini di un intero popolo che sventola un libretto rosso contenente il pensiero di un solo individuo mi mette i brividi, mi vengono in mente le grandi adunate romane della gioventù del littorio di cui parla mio padre, panem et circenses, il cervello incontrollabile della folla.
Perciò, accanto al Che e a Ho Chi Min ho appeso Olivia Hussey e Leonard Whiting, Giulietta e Romeo nel film di Zeffirelli che mi ha fatto versare fiumi di lacrime e di cui mi canticchio in testa la melodia del Salterello, con le poche parole che ricordo 'Ai giochi addio per sempre sì, la la la la, la la la la, lalalalalaaa, Chissà perché nemmeno tu ancora spiegartelo non sai?'. Cosa devi spiegarti Giulietta? Il senso della tua vita? Il senso di questo amore davanti a cui tutto il resto perde di senso?
Come al solito mi sono persa nei miei pensieri. Intanto la discussione è andata avanti e l'aria è diventata irrespirabile per il fumo. Mi accendo una sigaretta per prender parte attiva all'affumicamento generale e per segnalare la mia presenza chiedendogli da accendere. Non mi sento trascurata, i ragazzi sono così, è la loro natura, parlano di cose serie, da uomini, con gravità e competenza. Il mio momento verrà dopo, verrà di sicuro, basta aspettare, e poi non è un'attesa spiacevole, siamo tutti amici, stiamo tutti dalla stessa parte, siamo compagni.
Il juke-box riversa una canzone dopo l'altra, le due più gettonate sono Lo straniero di Moustaki e Quanto t'amo di Johnny Hallyday, entrambe in italiano, entrambe cantate con quell'accento francese che rende le parole un po' strascicate ogni volta che s'inceppano su una -r. Sono le nostre due canzoni, in particolare Quanto t'amo, che ascoltiamo guardandoci negli occhi e tenendoci per mano. 'Vedo negli occhi tuoi laghi e foreste che non avrei visto mai se non vedevo te'. Mi prende per mano anche adesso, le dita si intrecciano. Il mio momento è arrivato.
Usciamo che ormai fa quasi buio, camminiamo abbracciati, braccio sulle spalle lui, braccio intorno alla vita io, l'aria è pulita e fredda e invoglia a stringersi di più. Imbocchiamo Via al Castello e passiamo davanti al vecchio cimitero in disuso, con la sua facciata fatiscente e la scritta quasi cancellata. Un pensiero di sfuggita alla caducità delle cose e il cimitero è alle spalle. Continuiamo a camminare in salita, fermandoci a baciarci e riprendendo la strada. Non è più stagione per abbracciarsi nei prati. L'erba ingiallita è bagnata e la terra umida e fredda. Scendiamo lentamente lungo la strada panoramica. Le montagne del fondovalle, con il loro profilo netto e rassicurante, si stagliano contro il cielo illuminato dall'ultimo chiarore del giorno appena finito e della luna che sta per sorgere alle nostre spalle, dietro la collina del Castello. Ci sono tante stelle e Venere brilla a sud-ovest con la sua luce bianca. Le montagne e il cielo e le stelle mi danno una sensazione di vertigine, come quando ci si affaccia sull'orlo di un precipizio di cui non si riesce a valutare la profondità e la fine. C'è una fontanella a metà della discesa, sotto la strada. Scendiamo i pochi gradini e ci sediamo sulla panchina. Ci abbracciamo stretti, come per fonderci insieme, io, lui, il cielo, le montagne, le stelle, e all'improvviso comincio a piangere e non riesco a trattenermi.
- Cosa c'è? Perché piangi?
- Non lo so... Per tutto...
- Mia madre mi ha detto di non far mai piangere una donna.
- Non piango per colpa tua. E' solo che sono troppo felice.


Una ragazzina in lacrime e un ragazzo appena più grande di lei, protettivo, ingenuo, tenero, che la rassicura con una frase da adulti, del tutto incongruente con la situazione. Quella frase non l'ho mai dimenticata, mi ha fatta avvicinare a lui e mi ha fatta scappare da lui. Ma ho una certezza: lui non mi farà mai piangere.




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Racconto scritto il 03/01/2016 - 15:12
Da maria cerrato
Letta n.284 volte.
Voto:
su 2 votanti


Commenti


maria...hai sbagliato, hai commentato un napoletano che ha un nome simile al mio...ahahahah Giuseppe Aiello... io sono gennarino Ammore, lui ha scritto una poesia col titolo Ammore, invece io sono prioprio Ammore, così mi chiamano al mercato....ahahahha...troppo simpa sei. Meriti questa barzelletta: Anna, dice una anziana signora all'amica, come si chiama quel bel tedesco che mi ha fatto perdere la testa?....Alzheimer, Maria, Alzheimer...lo scordi sempre, maròòòòò

Gennarino Ammore 05/01/2016 - 10:33

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maria!!!!!...devi continuarlo a tutti i costi... e scrivi di quel che accadeva nel 68 che dai giornali non si capisce niente....chissà che bello era sentirsi rivoluzionari, il mondo in mano da cambiare....scrivi, è un ordine....ahahahahahha!!!!!!!

Gennarino Ammore 05/01/2016 - 07:14

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Grazie a tutti e due! Purtroppo non sono andata avanti. Però ho una specie di prologo, che pubblicherò domani,se riesco a trovarlo nel disordine della mia posta. Già, perché quando l'ho scritto, non sapevo ancora ordinare la mia roba nelle cartelle, il che la dice lunga sulle mie competenze in fatto di computer! Adesso vado a cercarvi,sperando di capire come trovarvi... Buona serata o buona notte!

maria cerrato 04/01/2016 - 23:24

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Gradevolissima lettura, spero tanto che al capitolo primo ne seguano altri!!!!cinque stelline per te.

Gabriella De Gennaro 04/01/2016 - 11:39

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Gran bel racconto, abbiamo una scrittrice ( o scrittore...cosa direbbe Dacia Maraini?)... contenuto che lascia prevedere sviluppi molto interessanti, forma a mio avviso, ma tieni conto che sono un autodidatta, perfetta. Che vogliamo di più, un Campano?...ahahahah...5 stelle lucenti.
P.S. Benvenuta su questo sito...ha fatto molto piacere anche a me quando me l'hanno dato, pochi giorni fa.

Gennarino Ammore 04/01/2016 - 07:35

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