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= Poesia
= Racconto
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Cèline e Margot : CAPITOLO 1

Una goccia pendeva dal soffitto. La forza di gravità tentava di strapparla da quelle marce travi di legno.
All'interno del casolare abbandonato vi era un umidità pazzesca mista al fetore di alcol. Sei corpi abbandonati al sonno alcolico giacevano come trapassati sopra lerci materassi sgualciti. La notte di pioggia era ormai giunta al termine : un sole pallido penetrava timidamente dall'unica finestra costruita con assi di legno.
La vita di una goccia è assai breve, forse meno di quella di una lacrima; quella volta il suo corso era stato più lungo del solito. La forza di gravità, appunto, l'aveva fatta morire sulla fronte di Cèline. Il sonno agitato venne interrotto da una fastidiosa sensazione di bagnato.
Cèline aprì gli occhi; quelli occhi che una volta avevano tanto sognato e visto cose meravigliose e terribili allo stesso tempo. D'istinto alzò la mano ad asciugarsi la fronte; le sembrò di avere un trapano in testa. Abusi perversi avevano caratterizzato la notte precedente, terminata a mattino inoltrato al riparo da un diluvio spietato. Guardandosi intorno notò che tutti i suoi "fratelli e sorelle" (cosi li chiamava lei) erano presenti ma ancora nel dolce mondo dei sogni. A lei di loro gliene importava relativamente; importante che c'era ancora Margot. Infatti eccola sdraiata sul fianco sinistro di fronte a lei, i ricci capelli arruffati a ricoprire il viso, con indosso la sua inseparabile coperta rossa. Era grazie a lei che Cèline poté assaporare la libertà, l'amore libero e i piaceri della vita.
Facendo uno sforzo enorme, Cèline si mise a sedere sul materasso che probabilmente cento anni prima doveva essere stato di colore bianco. Sentì immediatamente freddo e la testa girare.
"Non c'è niente di meglio di una bomba per svegliarsi meglio" pensò guardandosi i piedi nudi sporchi di fango e terriccio.
Estrasse l'accendino e la carta stagnola da suoi pantaloncini azzurri e decisamente corti. Incominciò a rollare in silenzio, quasi timorosa di svegliare gli altri.
Improvvisamente la sua mente rimandò frammenti del sogno in cui si imbatté la notte precedente. L'aveva sognato ancora, come le era capitato diverse notti da un anno a questa parte. Benché il suo orgoglio e la sua determinazione riuscivano in qualche modo a scacciare quella orrenda sensazione, Cèline provava ancora leggera malinconia. "Leggera" perché lei aveva deciso così, ma struggente era il "magone" (così diceva sua nonna quando le vedeva le lacrime riempirle gli occhi : "Ti viene il magone") che le stringeva il cuore.
In preda ad un capogiro, Cèline riuscì ad alzarsi e a dirigersi verso la porticina che portava all'esterno del casolare. All'esterno si stava meglio : un venticello fresco le accarezzò il volto scompigliandole i biondi capelli. Il fumo che le usciva dalla bocca si disperse nella verde campagna bagnata dalla pioggia. Adorava fumare appena sveglia e ammirare la luce mattutina, proprio come quando era a casa sua. Il ricordo di quella villa di campagna le fece avvertire un terribile nodo in gola. Abbassando il capo si guardò i piedi che toccavano l'erba fresca. Si accorse di aver perso i due anelli sui rispettivi anulari. Quegli anelli piacevano tanto a Luca. Ecco : l'aveva pensato. Luca... quelle quattro lettere erano come quattro coltelli inflitti al cuore. Con amarezza ricordò il suo sogno : aveva fatto l'amore con Luca nel retro del suo furgone, proprio come era accaduto durante il loro primo incontro.
"Piccolo dolce angelo mio, io non ti lascerò mai". Le aveva detto nel sogno, dopo aver fatto all'amore accarezzandole la guancia.
Quella frase Luca gliel' aveva detta più volte, mentre lei le sorrideva mostrando i suoi denti bianchissimi. Ogni volta che Cèline la sentiva dire, avvertiva un piacevole tepore avvolgerle il corpo e gli rispondeva sempre : "Non azzardarti nemmeno, non ti liberi più di me". Ma poi tutto cambiò.
Il joint nella mano destra di Cèline si era ormai spento, ma lei non sembrò accorgersene. Il suo sguardo era fisso verso una grande quercia poco distante. Le foglie si muovevano appena scosse dalla brezza, mentre la vista di Cèline si appannò. Ebbe la sensazione che le lacrime le bruciassero il volto, imperterrite scorrevano come un fiume in piena lungo le sue guance. Ringraziò divinità inesistenti di non potersi specchiare in quel momento, perché altrimenti avrebbe scorso lacrime di sangue.
"Ma buongiorno tesoro!". La voce squillante di Margot la investì da dietro le spalle. Con le maniche del golfino color panna si asciugò rapidamente le lacrime : odiava farsi vedere piangere, soprattutto da Margot.
"Ma che hai? Sei già fatta?". Disse Margot squadrandola con sguardo interrogativo e rubandole la canna di mano.
Cèline non rispose; si lasciò strappare il joint dalla mano tremante.
"Cazzo se sono in botta anch'io... è come se mi avessero pestato in dieci per tutta la notte". La battuta di Margot passò nuovamente inosservata.
"Insomma che c'è tesoro? Sembra che ti è morto il gatto...".
"Sto bene, solo un po’ di mal di testa".
Gli occhi bruni di Margot fissarono quelli di Cèline.
"Che fai piangi?". L'insistenza di Margot la irritò bruscamente.
"No! Ti ho detto che sto bene, smettila... sembri mia madre!".
"Okay, okay... non ti si può dire niente in sti giorni".
Cèline rientrò dalla porticina senza dire una parola e raggiunse nuovamente il materasso. Sbatté la coperta pulendola da tutte le schifezze accumulatesi durante la notte; accuratamente la avvolse e la posò nel suo zaino.
Nonostante avesse scelto una vita in mezzo alla sporcizia, le era rimasto il senso dell'ordine : pregio che faceva di lei una "casalinga perfetta" a detta di Luca. Non le era mai piaciuto troppo il termine "casalinga", ma detto da Luca appariva decisamente tenero e rispettoso nei suoi confronti.
In quel momento Orso si svegliò tirando uno sbadiglio seguito da un colpo di tosse somigliante ad un rigurgito. Il suo corpo tozzo e pesante si diresse verso l'uscita con passi felpati e incerti. I capelli, che gli toccavano appena le orecchie, ricordavano un biondo cespuglio nel quale i pidocchi andavano a nozze. La salopette intrisa da macchie d'olio di motore tipica di un meccanico alcolizzato (ma magari si fosse addentrato nell'umile lavoro del meccanico; Orso non aveva mai lavorato in vita sua), la maglia bucata a righe bianche e verdi e i sandali sfondati a calzare i suoi enormi piedoni. Orso era il più anziano del gruppo : trentotto anni, appetito vorace (quando capitava di mangiare) e una passione sfrenata per le anfetamine. Nessuno sapeva il suo vero nome, tutti lo chiamavano semplicemente Orso o "Orsone" a seconda delle occasioni. Di lui si sapeva soltanto che una volta divenuto orfano di madre all'età di ventuno anni, se ne andò di casa. Al padre, simpatizzante estremo della Lega Nord, non andarono mai a genio le frequentazioni politiche del figlio; fino a quando rincasato ubriaco da una serata folle in un Centro Sociale in quel di Milano (sarà stata la millesima volta) e dopo aver preso l'ennesima ramanzina, decise di abbandonare il proprio tetto. Suoi erano i compiti di mantenere l'armonia nel gruppo, di prendere decisioni importanti ma sempre ricordando il concetto di eguaglianza.
Dotato di grande diplomazia e di un'ottima cultura; Orso era il cosiddetto "gigante buono" : avrebbe dato anima e corpo per gli amici e tutti nutrivano fiducia nei suoi confronti.
Su un unico materasso giacevano ancora addormentati John e Mandy. Dormivano abbracciati e beati : il braccio tatuato di John avvolgeva il corpo snello di Mandy, avvolto nella coperta a fiori. Quel ritratto di tenerezza fece salire a Cèline un lancinante senso di nostalgia.
Le venne istintivo distogliere lo sguardo dai due innamorati per non far salire ancora le lacrime agli occhi. Quella di John e Mandy era stata una fuga d'amore; un lungo e tormentato viaggio lontano da due famiglie fasciste e ottuse (come dicevano loro) e dal paese altrettanto bigotto in cui vivevano : Bernate Ticino. Alla giovane età di venticinque anni, John e Mandy avevano imparato ad affrontare il mondo esterno nel quale sopravvivevano grazie al loro forte amore.
Nell'ultimo materasso, russava Marina detta "la muta". Abbandonata in un convento di suore a Monza alla tenera età di cinque anni : i genitori avevano molto di meglio da fare che accudire una bambina affetta da mutismo. Benché soffrisse di questa malformazione, Marina era intelligente abbastanza da non digerire la vita in convento; così un giorno appena compiuti ventotto anni, scappò facendo perdere per sempre le proprie tracce. Marina adorava disegnare : stupende erano le sue opere raffiguranti ritratti, paesaggi e caricature varie. Orso la prese sotto la sua ala protettiva, notandola in piazza duomo a Milano intenta a disegnare Nullo e Carmela baciarsi in "Delitto D'amore". Da quel giorno Marina portava sempre lo stesso cappotto lungo e grigio che le andava decisamente largo, facendola apparire un tenero scricciolo dal volto fanciullesco e dai capelli neri lunghissimi. I suoi occhi di ghiaccio azzurro-bianchi, venivano quasi nascosti dalla lunga frangia che le ricopriva la fronte. Per tutti lei era solamente Marina : una grande artista incompresa dal mondo, un po’ come tutti.
Dopo aver soddisfatto un bisogno corporale, Orso rientrò un attimo. Prese la sua chitarra classica e andò all'esterno dove c'era Margot ancora impegnata a fumare la canna rubata a Cèline. Andò a sedersi su di un tronco spezzato e incominciò a suonare. La canzone scelta fu "Via Del Campo", che Orso ri-interpretava magnificamente. Margot la canticchiò insieme a lui tra un tiro di canna e l'altro, mentre Cèline stava ora sulla soglia della porta ascoltando quella meraviglia sonora.
Provava anche invidia osservando il corpo magro e slanciato di Margot intraprendere una danza spensierata mentre Orso macinava accordi su accordi. Non era mai riuscita ad apprezzare la sua corporatura abbondante e le sue forme giunoniche : sarebbe stata ridicola se si fosse dedicata al ballo con quel "culone" e quei "prosciutti" (riferito alle sue stupende cosce generose) come li chiamava lei. Inevitabilmente il pensiero ritornò ancora a Luca, il quale fu l'unico in vita sua a farla sentire bella e desiderata essendo amante delle donne prosperose. Ma ora basta. Quella mattina ci aveva pensato fin troppo; decisa a scacciare l'onnipresente malinconia si unì anche lei al coro di Orso e Margot : "Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior".



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Racconto scritto il 20/01/2016 - 21:12
Da Luca Fasani
Letta n.371 volte.
Voto:
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Commenti


Direi che il romanzo (se si tratta di un romanzo) si apre abbastanza bene, con un linguaggio discretamente efficace nel caratterizzare i personaggi. Io però avrei mosso di più la vicenda, introducendo qualcosa che lasciasse un po' più in sospeso alla fine del capitolo.

Giuseppe Novellino 21/01/2016 - 21:19

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