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La marca trevisana

Era il millenovecentottantacinque quando me ne andai dal mio paese natale.
Avevo trovato un buon posto come stalliere nella provincia di Treviso. I miei genitori decisero di rimanere ancora un po' in Liguria. A mio padre sarebbero bastati ancora due anni per andare in pensione e guadagnarsi una sostanziosa buonuscita. Mia madre tergiversava. Avrebbe voluto abbandonare la riviera anche subito ma non sapeva a cosa sarebbe andata incontro. Dove viveva si trovava bene. Il gioco del bridge, la conversazione con un paio di signore della sua età e i consigli quasi quotidiani del vicario
Pensai di trasferirmi definitivamente durante l'estate. Al mio arrivo venni accolto nella casa di mio zio Franco che viveva nella marca trevisana. Egli giunse tardi alla stazione ma fu molto sollecito nel prendere i bagagli. Mi chiese come andavano le cose in riviera e accennò all'eventualità che i miei genitori mi raggiungessero durante l'inverno. Tergiversai, non sapevo, ma pensavo che un lavoro io ce l'avevo.
Adesso volevo divertirmi ed un laccio familiare mi sarebbe stato sgradito. Giunto nella fattoria salutai gli altri zii: Teo e Giorgio. Con mio zio infatti vivevano altri due fratelli. La guerra li aveva riuniti. Non si erano sposati e alla morte dei genitori avevano deciso di convivere con il fratello più giovane.
Prima si erano divisi equamente i terreni affidando la coltivazione della terra a terzi, partecipavano alle spese familiari.


Presi le valigie e seguii lo zio. Fui fatto accomodare al piano superiore vicino alla scala: una modesta stanza orientata a nord, con i pavimenti in legno e sul davanzale tre vasi di gerani.
Guardai sotto il letto: per fortuna c'era una robusta asse di legno che mi avrebbe fatto ben dormire.
- Scendi che ti mostro li salotto - gridò mio zio.
- Sì.
Le scale... il corrimano...
Alzai lo sguardo.
Sulla parete, a mano a mano che scendevo incrociavo piccole xilografie in bianco e nero.
- Mi sembravano pregiate.
- Vedi – dissi.
- Notai che una parete, che separava il corridoio della camera era stata abbattuta e ai lati si ergevano due pilastri di marmo. Era sopravvissuta una piccola parete sul lato sinistro usata a mò di separé.
Lo spazio era occupato da un tavolino con sopra sistemato un vecchio telefono. Franco appoggiò le chiavi dell'Alfa Romeo. Lo spazio era angusto, infatti cadde il mazzo delle dieci chiavi
- Strano, disse.
- Cosa? Replicai.
- Di solito non lascia le chiavi vicino all'agenda ma le mette dentro la tasca del grembiule.
Sarà strano.
Mi distesi sul divano a forma di L che occupava tutto il salotto.
- Vedi?
- Cosa?
- Dicevo... il divano... l'abbiamo fatto fare su misura da Paolo l'artigiano. Lui lo chiamava l'artigiano, era su cognato.


Ero stanco, alzai le braccia. Inavvertitamente scostai una tenda.
- Rossa?
- Sì, sei sorpreso
- Direi che c'è molta luce in questa stanza e allora...
- Il rosso nasconde.
- Scalda.
- Filtra.


Franco mi offrii un Campari e soda su un vassoio d'argento. I bordi del bicchiere erano intaccati da un leggero principio di muffa.
- E così hai deciso di trasferirti.
- Sì zio.
- Lavorerai come stalliere.
- Penso che sia una buona opportunità, non capita tutti i giorni.
- Già, bofonchiò
- D'altronde è solo un lavoro remunerato
poco già, ripeté
- Mi ospitano tutto il giorno offrendomi anche 200 euro a fine mese sempre che tutto fili per il verso giusto.
Sentivo il bisogno di alzarmi.
-Vieni ti offro qualcosa da mangiare.
- Non si sa mai...
- Certo, fai bene a rivangare.


Aveva ragione ma non riuscivo a dimenticare quella volta che assieme ai miei cugini mi defilai per andare a vedere la laguna, di soppiatto e d'accordo con la zia.
Solo che lei si dimenticò (deliberatamente) di infilare il pranzo al sacco nello zainetto.
Dopo una estenuante giornata al cospetto di un sole torrido fummo costretti a farci prestare i soldi da un indolente vivandiere.


- Bene - dissi. Accetto e ne approfitto.
- Mi offrì un piatto di succulenta minestra di fagioli.
- Le cotiche non ci sono.
- Direi.
- Se le sono mangiate i con-fratelli!
Il tono era ironico, l'intercalare sillabico ma netto.
Mentre parlavamo si affacciò Giorgio.
- Sei ancora tifoso del Treviso - gli chiesi.
- Puoi ben dirlo - replicò. Sai stupirmi.
- Il calcio è una droga.


Trasalii
Droga.
Proprio così
Giorgio era il più giovane della famiglia.
Da piccolo soffriva di una strana forma di depressione: talvolta quando sua madre si avvicinava, lui si accucciava, piegandosi in avanti come un muezzin durante la preghiera.
La madre cercava di distoglierlo da questa coazione ma spesso ne otteneva l'effetto contrario.
Giorgio aumentava il suo dondolio e inframmezzava questo movimento con dei singulti dapprima impercettibili e poi sempre più eclatanti come le cascate di Recoaro dove si recava quasi ogni estate a bere l'acqua salutare.
- Gli passerà – diceva il medico.
- Ed effettivamente così avvenne.
Solo che prese poi l'abitudine ad avvicinarsi, durante le pause lavorative e al limitare della sera, alle cascine.
- Quelle un po' vecchie, quelle un po' diroccate. Durante una perquisizione dei carabinieri fu sorpreso mentre si masturbava dietro ad una casa dove un'anziana signora si cambiava prima di coricarsi per la siesta pomeridiana.
- I genitori decisero di mandarlo a lavorare come garzone in una officina per bici.
- Ma anche lì " fece danni".
- Si accompagnò a due ragazzi che lo avviarono ai piaceri del bar e a quelli propriamente detti della carne.


Franco mangiava e meditava, poi mi disse:
- Francamente non so se resisterai in quel posto.
- Cosa te lo lascia pensare?
- Il padrone è una mia vecchia conoscenza e...
In quel momento si affacciò alla cucina di Teo.
Giacca di fustagno, pantaloni da operaio un po' troppo larghi, sostenuti da un paio di bretelle rosso granata.
- Chi si rivede!
- Ciao zio, non sapevo, pensavo che tu fossi in montagna!
- La sua voce offuscata dal fumo si accompagnava ad una persistente raucedine.


Lui era lo zio stravagante che si divertiva ad infierire senza soluzione di continuità sugli altri.
Caustico e fedele.
Geniale nelle riparazioni meccaniche e imprevedibile nelle risposte verbali.
Ossessionava Franco e la moglie con una sequela inaudita di epiteti e se qualcuno si alzava si rifugiava in letto.
Solo così si calmava.


Dopo che i miei zii furono andati nella camera da letto mi sedetti in salotto a leggere il giornale.
Poi salii in stanza.
Dalla finestra con lo sguardo potevo risalire dalla pianura sino a tutta una serie di ripide vette.
Pensai che forse sarei rimasto e mi sarei spinto più in là attraversando i fianchi della valle e i fiumi, magari a cavallo.




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Racconto scritto il 25/04/2016 - 15:52
Da roberto estavio
Letta n.188 volte.
Voto:
su 1 votanti


Commenti


Interessante, ben scritto, con un certo scavo di ambiente e personaggi. I dialoghi sono azzeccati, incisivi.

Giuseppe Novellino 26/04/2016 - 10:51

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