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Nessuno.

Silenzio.
Nessuno alza mai lo sguardo dal piatto, quando siamo a tavola.
Nessun rumore è gradito, neanche quello delle posate che cozzano coi piatti.
Nessuno respira, nessuno si azzarda a proferire parola.
Non davanti a lui, non davanti all'uomo di casa.
Non davanti a nostro padre.
James Scott è sempre stato una persona di poche parole.
Schivo, solitario, silenzioso; incapace di provare affetto, ci ha educati a suon di cinghiate sulla schiena, privandoci della nostra infanzia fin da subito.
Neanche nostra madre è sfuggita alle sue mani ruvide e grezze da contadino.
La guardo di soppiatto: vedo il dolore, su quel volto rovinato dalla stanchezza e dalle sofferenze.
È una donna sottomessa e rassegnata, impotente davanti alla forza bruta di colui che avrebbe dovuto difenderla... difenderci dal male del mondo.
Minuta, gracile, quasi inesistente; l'ho vista spesso aggirarsi per casa furtivamente, nervosa come un ratto davanti ad un muro insormontabile.
Siede ricurva sulla sedia, ed ingoia silenziosamente dei miseri sorsi di minestra.
Anche oggi, nostro padre non è stato capace di portare a casa una fetta di carne.
È nervoso, lo so; mi si accappona la pelle, nel sentirlo alzare bruscamente da tavola e sbattere violentemente il pugno su di essa.
La minestra non è di suo gradimento, come al solito.
Scaglia il piatto a terra, bestemmiando ed offendendo nostra madre.
Puttana, troia, incapace.
Conosco a memoria queste parole ormai, son diventate la colonna sonora della mia vita.
Lei non alza lo sguardo, sa di non poter rispondere.
Continua ad inveirle contro, e dalle parole passa alle mani.
Schiaffi, pugni, calci.
È come una bambola rotta, sottoposta alle torture di una bambina cattiva.
Gli sussurro di fermarsi, di lasciarla andare.
Mi attacco al suo braccio, voglio fermarlo, devo fermarlo.
Non mi sente, non mi vede; continua a picchiarla, senza pietà, crudelmente.
È un ammasso di lividi ed ossa rotte, ormai; la fissa con disprezzo, continua a darle della puttana, ad offendere tutta la sua stirpe.
Offende noi, i suoi figli, sangue del suo sangue.
Siamo tutti sacchi di merda, rifiuti umani.
Siamo piscio sulle sue scarpe, catarro bloccato in gola.
Mio fratello Daniel tiene con forza la mano alla piccola Anne... stanno pregando.
Chiedono al Signore di liberarli da questo destino infame, gli chiedono di salvare nostra madre.
Ma Dio, evidentemente, non c'è.
Nostra madre piange sommessamente, in un angolo.
Piange per se stessa, per i suoi bambini.
Piange per il piccolo Carl che se n'è andato un mese fa, per le troppe botte prese.
Si dispera per quel corpicino esile, per quel faccino tenero, per quel sorriso ingenuo.
Nessun prete ha benedetto la tomba del fragile Carl, nessun fiore è stato deposto su di essa.
Maledice quell'uomo, quel mostro che ha sposato nella speranza di vivere una vita decente, lontana dalla povertà.
Ma i suoi pensieri ritornano sempre al piccolo Carl, a quel bambino strappatole con la forza, levatole dalle braccia crudelmente.
Sa benissimo che non riposerò in pace, purtroppo.
A nulla servono il crocifisso e la Bibbia messi accanto al mio corpo.
A nulla serve quella benedetta frase incisa da mio fratello sulla mia tomba.
"Gesù, proteggi Carl.
Proteggilo tu perché noi abbiamo fallito"
Ed a nulla servo io, ormai.
Son soltanto il fantasma di un bambino.
Un inutile, ingenuo bambino.



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Racconto scritto il 30/07/2016 - 22:10
Da Nihad Sbitli
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