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Un'altra sigaretta.

L'ho vista correre verso di me, sorridendo, felice come mai, allargando le braccia per abbracciarmi dato che per una settimana non l'ha potuto fare.
Ma non mi ha trasmesso nulla.
Tutto piatto.
Sarà che mi avevano appena dato la notizia che se a lavoro non inizio a sorridere ai clienti mi sbattono fuori, ma il suo sorriso non mi ha fatto l'effetto che avrebbe dovuto farmi.
Salendo in macchina ha iniziato a raccontarmi com'è andato l'esame di inglese all'università, dei suoi colleghi e di qualche altra cosa che avrei dovuto ascoltare ma non ho fatto. Non sono mai stato bravo ad ascoltare.
Non mi interessano i fatti delle altre persone. Non mi interessa cosa vi succede durante il giorno.
Non me ne frega niente.
Fatto sta che stasera è stata un'altra di quelle sere dove la mia testa era altrove. Cinque minuti era su un'aurostrada in macchina con destinazione misteriosa, forse il Nord, forse l'estero. Cinque minuti dopo era in Norvegia sotto l'aurora boreale, dopo era a Bangkok in mezzo alla folla e dopo ancora era in una stazione di Torino a chiedere un tozzo di pane.
Ma non ero lì con lei.
Siamo andati nel suo posto preferito, che sappiamo solo io e lei. Mi parlava.
Si accorgeva della mia inesistenza.
Si lamentava.
Ma io fumavo. Ne ho accesa una, poi un'altra e un'altra ancora. La sigaretta è l'unica cosa che mi soddisfa e che sa tenermi compagnia. Pensate un po', una delle cose più nocive al mondo è l'unica cosa che sa tenermi compagnia. Il rumore della combustione della carta e del tabacco mi piace.
Poi ho iniziato a divertirmi con il riflesso del bagliore della sigaretta nel finestrino, facevo finta che fosse una stella cadente e per ogni stella esprimevo un desiderio, sempre diverso ma la sostanza era quella. Non volevo essere lì.
Lei nel frattempo aveva smesso di parlare, di lamentarsi.
Aveva iniziato a piangere.
Diceva che così non è possibile, che siamo vicini ma distanti, che non ho la testa al posto giusto, che vorrebbe che ad ogni sua domanda la smettessi di rispondere con "cosa?"
Allora ho acceso un'altra sigaretta, senza sentire il rumore della combustione perché lei era accanto a me e piangeva.
Mi dava fastidio, lei.
Poi abbiamo fatto l'amore. Ma non era molto amore.
Anzi era niente amore, solo sesso.
Tutto meccanico, zero calore, zero sensualità. Niente, come se stessimo recitando un copione.
Abbiamo finito, ho fumato stavolta in sua compagnia.
Il silenzio era insopportabile, assordante. Quindi ho messo Wait degli M83. Mi aiuta a spostarmi da un universo all'altro più rapidamente quella musica.
Lei si è cambiata più in fretta del solito e mi ha chiesto di riaccompagnarla a casa.
Insolito.
Durante il tragitto ha messo in radio "Mentre tutto scorre" dei Negramaro, spesso ci divertivamo a cantarla insieme e a dividerci i compiti, mentre lei cantava le parole di Giuliano io facevo la seconda voce.
Anche stasera abbiamo fatto così. Non avevo voglia di cantare, ma non volevo nuovamente deluderla.
L'ho lasciata sotto casa.
Niente baci prima di scendere, niente coccole, niente "grazie" , niente.
Solamente un "a domani".
Sono arrivato a casa, ho parcheggiato la macchina, ho chiuso il cancello, e ho acceso una sigaretta nella pace più assoluta per ascoltare ancora una volta il rumore della combustione della carta e del tabacco.



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Racconto scritto il 23/10/2016 - 02:15
Da Antony Mandaglio
Letta n.339 volte.
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Commenti


Hai saputo dare la percezione netta della tua insofferenza ed inadeguatezza verso la donna accanto. Hai reso bene il tuo "essere da un'altra parte", la scontentezza dentro di te scandita da quelle sigarette...

Patrizia Bortolini 24/10/2016 - 09:05

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