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Il tempo è una linea con una sola freccia

Era una mattina come tante altre per Elisabetta, una ragazzina di undici anni iscritta al primo anno della scuola secondaria di primo grado, primogenita di Aldo, primario del reparto di neurochirurgia dell'Ospedale e di Rachele direttrice di banca già da cinque anni. Si sentiva una donna realizzata Rachele: marito affermato medico, una carriera importante, una vita sociale esaltante e due figli: Elisabetta ed il secondogenito Stefano, di sette anni. Ai suoi figli aveva deciso di trasmettere tutta la sua determinazione e aggressività perché diventassero adulti brillanti. Non faceva altro che elogiare i propri figli con tutti: Elisabetta molto brava a scuola, nello sport ed in tutte le attività parascolastiche e Stefano che alla sua tenera età già si faceva rispettare da tutti i compagni, anche dando botte a quei compagni che cercavano di prevaricarlo. "L'importante", andava dicendo Rachele a tutti, "è che i figli siano preparati già da subito a questo mondo dove è necessario lottare con le unghia pur di affermarsi".
Purtroppo però c'è sempre il rovescio di ogni medaglia. Elisabetta era cresciuta tra il nido e le varie baby sitter che si alternavano continuamente e aveva instaurato con la madre un rapporto conflittuale già dai primi anni. Per punire una madre così assente, rendeva la vita impossibile a tutte le persone a cui la madre l'affidava, combinandogliene di tutti i colori. Ed allora erano botte. Poi nacque Stefano e i rapporti si acutizzarono ancor più. Si vendicava anche sul fratello cui dava botte quando non era vista, facendo ricadere su di lui ogni colpa.
Essendo passata la figlia ad un grado di scuola più alto, l'esigere di Rachele era divenuto ancora più intransigente. Non faceva altro che ricordarle che si aspettava da lei il massimo, doveva essere la prima della classe e non poteva essere diversamente poiché lei ed il padre erano delle persone in vista, appartenenti ormai al ceto di quelle persone che contano, ammirati da tutti in paese.
Le giornate di Elisabetta iniziavano sempre allo stesso modo. Rachele spalancava la finestra per far luce nella stanza, esclamando: "svegliati, devi prepararti per andare a scuola". Ma, difronte alla sua resistenza ad uscire dal letto, subito dopo partivano le urla, che risuonavano nel palazzo fino ai piani più bassi: "devi prendere l'autobus perché io non posso accompagnarti altrimenti faccio tardi a lavoro."
Elisabetta continuava a fare lentamente per provocare la madre. Allora partivano tuonanti minacce, fino ad arrivare a qualche schiaffo cui seguiva il pianto di Elisabetta misto alle sue proteste. Non sopportava di essere trattata sempre con tanta aggressività da sua madre, che non le trasmetteva amore ma le ricordava continuamente le sue pretese. E sì che non le avevano mai fatto mancare nulla i suoi genitori, a differenza delle sue coetanee che se le potevano solo sognare le cose che lei possedeva. Più di lei avevano solo delle madri più dolci ma sicuramente meno brillanti della sua. Da una parte sperava di divenire un giorno proprio come lei, d'altra parte invidiava le compagne che descrivevano con grande tenerezza le loro madri.
Quella mattina però si era svegliata più apatica del solito e proprio non le andava di ascoltare la madre che le dava ordini sotto forma di istruzioni da computer: "alzati", "lavati", "lavati i denti", "vestiti", "controlla lo zaino", "impegnati durante le spiegazioni", "non tenere la testa tra le nuvole", "non guardare il telefono"... Non le rispondeva nemmeno e questo indispettiva Rachele perché considerava quell'atteggiamento come insolenza, per cui si accanì ancora di più, ma Elisabetta alla fine le rispose: "lasciami in pace". Fu in quel momento che Rachele iniziò ad urlare, umiliandola come sempre: "Sei una stupida, una fannullone, io faccio mille sacrifici per voi. Non ti ho insegnato a rispondermi così, maleducata. Ed ora sbrigati o ti dò una sberla".
Elisabetta afferrò con violenza lo zaino, giubbino e telefono e corse fuori urlando: " Non sei una madre, sei una stronza, ecco. Ti odio. Va...".
Era già giù per le scale e questo le diede un netto vantaggio su Rachele che si limitò ad urlarle dietro: "Elisabetta, ti sistemo io".
Non aggiunse altro, troppe orecchie del condominio potevano ascoltare. Elisabetta corse giù, gli occhi annebbiati dalle lacrime, ma sapeva che la madre l'avrebbe seguita con lo sguardo dal balcone e dunque tirò fuori il telefono, fingendo di essere impegnata a guardare qualcosa.
Rachele le disse, con voce pacata, ormai, ma sollecita: "Dai, mettilo via, lo guardi dopo".
Elisabetta non le rispose. Giunta sulla strada principale, le restava solo di attraversarla per essere alla fermata, ma la sua attenzione fu deviata dall'abbaiare del cagnolino dei vicini. Allora si fermò per fargli una carezza attraverso le sbarre del cancello. Rachele odiava i cani, ragione per cui, quando la vedeva accarezzarne uno, si infastidiva. Non voleva che giocasse neppure con i cani del nonno. "Dovesse venirle in mente di chiederne uno, meglio scongiurare l'eventualità", pensava ogni volta. Quella mattina si limitò a dirle: "Attenta, sbrigati, sta scendendo l'autobus, io lo vedo."
Con gli occhi ancora annebbiati dalle lacrime, Elisabetta si lanciò, istintiva, ad attraversare la strada. Furono pochi istanti ma incancellabili, il clacson allarmante dell'autobus, il sibilo della frenata dell'auto che, a tutta velocità, sopraggiungeva, incurante della presenza della ragazzina e poi il fatale impatto. Rachele non aveva fatto in tempo a realizzare che la povera bambina era già riversa a terra, lo zaino ancora sulle spalle ed il telefono stretto nella sua innocente mano. I suoi occhi neri ancora spalancati ad inseguire dei sogni forgiati ad hoc per lei da una mamma che puntava tanto su di lei. Ahimè, se chi ha creato il tempo avesse pensato a mettere un'altra freccia anche nel senso opposto, per poter tornare indietro, di pochi secondi soltanto, quelli necessari ad impedire a Rachele di affrettare la figlia, per lasciarle accarezzare qualche secondo in più il cagnolino dei vicini ed evitare così quella macchina. Ma così non è ed Elisabetta non tornò mai più a scuola, a fare sport, ad inseguire i sogni di sua madre.
Per Rachele non fu facile riprendersi, non riusciva neppure a piangere. Nelle sue orecchie risuoneranno sempre quelle parole: " Non sei una madre, sei una stronza, ecco. Ti odio. Va...".
Non diceva sul serio Elisabetta, di questo ne era certa. Continuò a chiedersi dove aveva sbagliato.
Per un po' mitigò il suo comportamento con Stefano, il secondogenito, divenne meno aggressiva ed esigente, riuscì anche ad ascoltarlo di più e a non imporgli delle scelte. Questo nuovo atteggiamento durò solo per pochi anni, ma quando si presentarono le scelte più cruciali per il figlio, tornò a far sentire in maniera prepotente la propria voce. La fortuna di Stefano fu quella che, una volta iscritto all'università, trovò lavoro, si rese indipendente molto presto e questo gli consentì di svincolarsi dell'influenza di Rachele.



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Racconto scritto il 14/12/2016 - 07:46
Da Giulia Bellucci
Letta n.195 volte.
Voto:
su 4 votanti


Commenti


Cara Giulia, oltre che con la poesia, sei molto brava anche con il genere racconto.
L'ho letto tutto d'un fiato, hai saputo romanzare un qualsiasi episodio conflitto generazionale madre/figlia tristemente attuale ed estrapolato da vicende legate a famiglie borghesi nonchè capitaliste in cui i soldi e il prestigio vengono messi sempre al primo posto, a discapito dell'interiorità. Elisabetta voleva soltanto più dolcezza ed essere capita...la madre pagherà tutto questo nel tragico finale. Brava!!!

Giuseppe Scilipoti 16/12/2016 - 11:51

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Una triste realtà insita nel dorato mondo delle persone così dette arrivate, pretendendo dai figli più di quello che loro hanno dato...sono d'accordo con Teresa, sul fatto di non avere confidenza con i figli e tantissima mancanza d'amore...Molto bene descritto questo spaccato di nuda realtà!*****

ANNA BAGLIONI 14/12/2016 - 18:26

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sembra una storia vera.Bella,ciao

andrea sergi 14/12/2016 - 17:58

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Molto forte e decisa nei contenuti e nel messaggio. Hai saputo ben descrivere una dura e purtroppo diffusa realtà. Ciao

Ilaria Romiti 14/12/2016 - 14:24

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Una conclusione tragica che ha messo fine alla giovane vita di una ragazzina che voleva solo vivere la sua fanciullezza e le è stato impedito dal fato e da una madre la cui unica preoccupazione era l'apparire...la conclusione del racconto con le tue considerazioni mi è piaciuta molto, se fosse possibile tornare indietro...Bella storia piena di significati...complimenti

Anna Rossi 14/12/2016 - 13:13

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Brano molto crudo e reale. Una storia dolorosa, specchio dei tempi e delle incomprensioni relazionali, troppo spesso più attente all'apparenza che all'interiorità.

Patrizia Bortolini 14/12/2016 - 10:10

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Diatribe che non mancano... purtroppo.
Ha ragione la madre, con le sue pretese? O, la figlia, coi suoi dispetti?
Difficile... dar risposta!
scorrevole... quanto espressivo racconto.
Lieta giornata, Giulia.
*****

Rocco Michele LETTINI 14/12/2016 - 10:00

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Il più grande castigo , per una madre, è non avere le confidenze dei figli e, pur volendo gli bene, essere la causa delle loro sconfitte.Realistica e dolorosa.

Teresa Peluso 14/12/2016 - 09:15

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molto dolorosa 5*

GIANCARLO LUPO POETA DELL'AMO 14/12/2016 - 09:00

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