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= Poesia
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Feterpitch, il villaggio [I]

CAPITOLO I
Il giorno moriva, freddo e silenzioso, ma l’atmosfera era tutt’altro che rilassante. Si trattava di quel freddo pungente e ispido che pizzica sotto i leggeri stracci della povera gente, che morde e fa penare, e di quel silenzio che ronza nelle orecchie e ti tiene a metà strada tra la veglia e il pesante sonno, che è troppo importante quando dal tuo lavoro dipende l’autonomia di tutti i tuoi concittadini, ma non per rilievo o reale dipendenza dalla tua persona.
Matthew, comunque, non aveva di questi problemi, costretto com’era sullo scomodo legno del suo scranno e sulle fioche carte – e preso atto della sua inutilità in città.
Era il sindaco di Feterpitch da anni ormai ed era considerato uno dei maggiori responsabili dell’appassimento del villaggio. Ma Matthew sapeva bene che la colpa era dei piani alti, che avevano abbandonato Feterpitch al suo destino nel mezzo delle Distese d’Avorio, conosciute anche come Terre Putride.
E invece che ingegnarsi per ridare alla triste cittadina un'opportunità era solito starsene con i suoi più fidati collaboratori a bere e lamentarsi nella Casa della Comunità, residenza del sindaco, una vecchia baracca di legno marcio di tre piani, ognuno costituito però da un paio di stanze malridotte. Lì parlavano della gestione delle contee da parte del Grande Regno, della distribuzione del denaro, della Chiesa, della povertà e dei poveri.
La sua figura rispecchiava la sua condotta governativa e la condizione economica e sociale di Feterpitch, come se avesse corrotto il villaggio con la sua stessa essenza.
Un uomo basso e grasso, con lunghi baffi e capelli di un rosso slavato sporchi alla vista nuda, un naso come quello dei maiali e il grosso, alto doppio mento. Vestiva sempre con lunghe tuniche rosse, marroni o ramate che lo coprivano a cilindro e un'abbinata metrica sciarpa lasciata penzolare senza girarla intorno al collo.
“Ehm, dunque… Dieci denari per la ristrutturazione della Casa della Comunità, tre per l’insegna e quindici per la Chiesa di padre Enrick – quel vampiro. Cosa pensa, di spillarmi tutti i soldi dal forziere?” brontolava Matthew nel mezzo della notte. “Dal maledetto Regno centrale non abbiamo sostegno da mesi, la popolazione è sempre più povera e incombe la consegna dei tributi a… a…”, abbassò la voce e aggrottò le sopracciglia, “a quello stregone degli Inferi!” sussurrò con rabbia.
Appena pronunciato quelle oscure parole Matthew sentì un forte trambusto proveniente dalla stanza antecedente e, colto dal rumore nel buio della sola candela e in veste da notte fu investito da un grande spavento. Si palesò dalle ombre Martha, zoppicante e assonnata, la moglie del sindaco, svegliata dalle chiacchiere notturne del marito. Uno spaventapasseri più che una donna, alta e ossuta, Martha vestiva una camicia da notte blu e uno sguardo che non lasciava trasparire nulla di buono.
“Dei misericordiosi, è notte fonda! Che fai ancora sveglio a quest’ora?”. Martha non aveva voglia di perder tempo e sonno dietro alle fissazioni del signor sindaco, che considerate le elezioni imminenti era diventato solito spremersi sui bilanci e i denari per non dover abbandonare la Casa della Comunità.
“Torna a dormire, sto lavorando" ordinò Matthew, facendo valere la propria posizione di patriarca coniugale. Martha, però, non era il tipo di donna da farsi comandare da quel vecchio baffone trasandato.
“Torna tu a dormire, che certe cose vanno fatte con la luce del sole, non della luna! Se solo non stessi tutto il giorno a perdere tempo con quei tuoi colleghi …"
"Quei miei colleghi," volle chiarire allora Matthew "sono la ragione per la quale dormi in un baldacchino di piume invece che nella paglia, Martha. Sai come funzionano le cose qui: padre Enrick ha un consenso notevole e io devo avere padre Enrick."
"Gli inganni, le manipolazioni e i ricatti … ecco cosa ti ha lasciato il tuo sindacato. Sei sempre più simile al Lord Ombra", Matthew sobbalzò al nome, ma la moglie continuò. "Non ti si vede in giro, e a detta degli abitanti ti stai trascinando Feterpitch nell'inferno che ti ha inghiottito." La discussione andava avanti ma Martha aveva centrato il suo obiettivo, dato che Matthew aveva abbandonato le sue carte e la stava seguendo a letto.
"Lord Ombra …", Matthew sbuffò "la vera colpa è la sua. È la politica e la religione insieme, con poteri da stregone e un castello pieno di trappole mortali!" L'argomento sembrava incupire anche la dura Martha. "Perché pensi abbia costruito la sua fortezza sulla punta del Monte Bruno? Ha una vista completa del territorio, nessuno può entrare o uscire da Feterpitch senza che lui non ne venga a conoscenza. Ogni mese siano puntuali i miei tributi!, fu il suo primo ordine. Saremo finiti il giorno che verremo meno a questo monito. È al di sopra degli uomini e appena sotto gli dei, ed è lui il vero inferno che mi ha inghiottito!" Il discorso fu tenuto con veemenza, ma come per un riflesso di difesa auto condizionato, la voce di Matthew si abbassava quando il pathos del lamento cresceva.
"Dormi, marito mio, dormi! Non osare più parlare così, l'hai detto anche tu che lui è sempre a conoscenza di tutto", gli sussurrò Martha mentre si infilavano tra le coperte, come il bambino che trova rifugio nel letto per sfuggire ai terrori del buio. "Lo so bene che è la nostra rovina, lo so io, lo sai tu, lo sa il santone, il cacciatore e il contadino. Tutti lo sanno. Ma nessuno può fare niente contro la sua magia o la sua forza. Lo sai cosa raccontano quelli che si presentano al suo cospetto per portargli i tributi" Martha voleva spaventare Matthew - più di quanto stesse spaventando sé stessa - cosicché non osasse più azzardare una protesta simile.
"Lo so eccome. Il suo castello è nell'ombra eterna. Lui, gigante, e consumato dal male. Le ultime parole che Gren il fabbro mi rivolse dopo che lo mandai alla consegna dei tributi, oltre a quelle con le quali mi disse che non ci sarebbe mai più tornato."
La donna non rispose, e la Casa piombò di nuovo nel silenzio. Senza parlare oltre, i due coniugi si congedarono con uno sguardo per dormire. Si girarono e rigirarono nel letto, cercando di trovare sonno. Il legno scricchiolava e il vento selvaggio fischiava oltre le pareti marce.



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Racconto scritto il 20/12/2016 - 18:59
Da Federico Del Ferraro
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