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Rossetto n°11

Fumiamo?
-Sai che odio le sigarette rollate.- È vero, pochi erano i ricordi di Alice con una delle mie sigarette alla bocca e in tutti i ricordi lei a metà sigaretta con qualche smorfia mi diceva sempre "tieni finiscila tu". Abbozzai un leggero sorriso.
-È troppo disordinata questa casa- mi disse, controllando lo strato di polvere presente sulla mensola dei giochi della mia ps4. -Non oso immaginare in che stato è il tuo guardaroba!
-Ah, non ti conviene guardare - le dissi. -Non è facile abituarmi all'idea che non ci sei più tu a mettere in ordine tutto.
Il suo sguardo si abbassò di colpo e nella casa aleggiò il silenzio per qualche secondo.
-È strana- dissi, dopo qualche secondo.
-Cosa? - mi chiese.
-Questa casa. Era troppo piccola per entrambi, ma troppo grande per me da solo. Mi manchi.
-Ti prego, finiscila. Non sono venuta qui per questo.
Di colpo mi ricordai dello scatolone che le avevo preparato con le ultime scartoffie, qualche libro, una borsa vecchia che non usava da un sacco di tempo e qualche orecchino di bigiotteria.
Andai a prenderla e la portai in cucina.
-Cos'è?- mi chiese.
-Il motivo per cui tu sei venuta qua, presumo. Ci sono le ultime cose che avevi lasciato in casa.
-Ah sì, grazie. Ma comunque sono venuta per dirti che parto. Vado via per sempre e ci tenevo a dirtelo di persona.
La guardai. "Resta a dormire con me stanotte."
D'istinto presi lo scatolone destinato a chissà quale scantinato in chissà quale nuova casa dove Alice andrà ad abitare, aprì il portone e lo poggiai fuori. La guardai e le feci segno di andare via. Una lacrima incominciò a lasciarle una scia sulla guancia, rovinando il fondotinta.
-Non serve piangere. Le dissi.
Si avvicinò verso di me, mi guardò. Era più bella del solito, e le guance rosse dovute alle lacrime che stava trattenendo la facevano ancora più bella. Le scostai il ciuffo che le cadeva sull'occhio destro.
-Vuoi restare? - le chiesi.
Non mi rispose.
Mi baciò.
Le sue labbra avevano lo stesso identico sapore di tre mesi prima. Le misi le mani sui fianchi, sempre troppo grassi per lei, sempre così perfetti per me, e la strinsi.
Un'altra lacrima fece il suo corso sulla guancia, ma stavolta gliel'asciugai prima della destinazione. Mi mise le mani dietro la testa.
Come due adolescenti nel giorno della casa libera, andammo velocemente in camera da letto. Tirando via le coperte dal letto matrimoniale, buttai l'outfit del giorno precedente sul pavimento.
Dopo un secondo eravamo sdraiati. Esattamente come la notte prima del suo addio. Io sopra di lei, sentivo il suo cuore battere. La sentivo tremare.
Le sfilai la t-shirt blu, lei fece lo stesso con me. Avevamo rapporti da più di 7 anni, ormai conoscevo ogni singolo particolare del suo corpo. Le spalle strette, il seno piccolo. Il neo accanto l'ombelico e la cicatrice che si portava dietro da quando fu operata di appendicite.
Restammo nudi.
I suoi occhi si fermarono dentro ai miei. Le sue mani si incociarono perfettamente alle mie. I nostri aliti si mescolarono e fuori smise di piovere.
Poco dopo fui dentro di lei.
Capì di amarla come non avevo mai fatto prima.
Facemmo l'amore.
Un'ora più tardi stavamo fumando una sigaretta distesi sul letto, noncuranti della cenere che finiva sulle lenzuola bianche.
La sigarette finirono e io andai in bagno. Quando tornai lei era girata di spalle, io mi sdraiai accanto, sotto le coperte e le chiesi se volesse restare. In quel momento non ricevetti risposta, forse dormiva, forse ancora una volta non rispose di proposito.
Fatto sta che la risposta arrivò la mattina seguente. Aprì gli occhi, e quello spazio vuoto sul letto era troppo per me.
Mi alzai, la chiamai.
Avrei voluto sentire l'odore del caffè proveniente dalla cucina, ma nulla. Avrei voluto sentire tirare lo sciacquone del wc, sapere che lei era ancora là, a pochi passi da me. Ma niente. Andai in cucina, aprì il portone. La scatola non c'era più. Si era portata via tutto.
Mi feci una doccia. Piansi ininterrottamente. L'avevo di nuovo persa.
Dopo la doccia tornai in camera, sotto le coperte. Mi voltai dal lato suo, quello che fu il suo per anni. Ma lei non c'era.
Non mi restava nulla, se non il mozzicone della sigaretta stranamente finita sporco ancora di rossetto.



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Racconto scritto il 18/02/2017 - 11:50
Da Antony Mandaglio
Letta n.303 volte.
Voto:
su 4 votanti


Commenti


Racconto nostalgico, struggente, doloroso. Personaggi ben descritti come le sensazioni ed i comportamenti. Storia intensa di emozioni che coinvolgono il lettore a partecipare col cuore. Bello.

Patrizia Bortolini 20/02/2017 - 19:37

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Le ultime brace di un amore ormai finito, rilasciano ancora qualche fiamma che scalda ancora per poco. Vive nei corpi il calore della notte e poi di quel fuoco non rimane che un pugno di cenere.
Stupenda descrizione dei personaggi, dolce rappresentazione di emozioni che si stanno spegnendo ma che regalano ancora qualche minuto di passione.
Molto bello.

ALFONSO BORDONARO 18/02/2017 - 20:05

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Bella e amara questa storia, ma scritta bene.

Teresa Peluso 18/02/2017 - 14:09

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