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Vai col crescendo!

I.
Eravamo in viaggio già da diverse ore. Il sole picchiava dalle prime ore del mattino. Un “Pfuuu” prolungato,uno sbuffo, un misto di noia e insopportazione, riempiva i silenzi. Sfrecciavamo lungo l’autostrada per ritornare a casa dopo un weekend passato all’insegna del divertimento. Avevamo finito gli esami da poco e per aprire la stagione estiva avevamo deciso di concederci qualche giorno fuori città. Osservavamo malinconici il paesaggio scorrere sotto i nostri occhi. Le auto con fare disinvolto zigzagavano e cambiavano corsia. Anche io facevo la mia sporca parte, però. Mi è sempre piaciuto guidare. Provo un senso di calma e mi sento pago. Farei chilometri e chilometri! All’occorrenza, quando le condizioni erano a nostro favore, discutevamo di problemi filosofici. Avevamo focalizzato la nostra attenzione sul concetto di persona, improbo compito.
«Io sono io-dissi- perché ho un corpo ed una coscienza e quest’ultima si sperimenta nel corpo, quale mezzo. La persona, dunque, rappresenta il costrutto finale della coscienza e del corpo, quel luogo esistenziale attraverso cui si esplica l’esistenza come cosa-in-sé.»
«Uhmmm, e con ciò?» replicò incuriosito il mio amico.
«Ora, agisco fondamentalmente, al di là di ogni possibile costrutto psicoanalitico, investendo sulla realtà secondo la mia modalità di coscienza, che è anche sensoriale. Ti trovi?»
«Certo, è palese e non c’è nulla di nuovo in questo.»
«Aspetta, il punto della questione è: se una persona è affetta da Disturbo Dissociativo d’Identità, è da considerarsi ancora persona? In questo caso la coscienza è frammentata, capisci, e non vi è più una sola identità, ma ogni identità presente pensa e agisce secondo ciò che più gli si confà… Guarda questo coglione! Che cazzo fai?» Frenai bruscamente. «Testa di cazzo!». Imprecai.
Ripresi in mano il discorso.
«E’ un problema che è stato studiato abbastanza da un grande psicoanalista, nonché filosofo: Otto Rank. Sai, io studio molto le sue opere e il suo pensiero. E’ la teoria del Doppelgänger. Mi affascina. Ne sono maledettamente rapito.»
«Oramai ti conosco fin troppo bene! Dunque, mi stai dicendo, se ho ben capito, che non è più persona cosciente giacché non agisce secondo la sua di coscienza,- il mio amico si mostrava incuriosito e interessato-, e nel corpo o meglio nella sua coscienza in frammenti, ci sono più identità. E siccome per esistere abbiamo bisogno di un corpo,le altre identità, per forza di cosa, non sono complete.»
«Esatto. Questo problema, caro amico mio, mi sta dando filo da torcere. Sono tre anni che ci rifletto su e ancora non riesco a trovare un risoluzione, uno spiraglio di luce.»
«Immagino. Ma è il tuo lavoro,spremi le meningi, troverai sicuramente una risposta, prima o poi.»
«Lo spero. Tu, invece? Hai finito di scrivere l’articolo sul rapporto tra psicologia e fisica quantistica?»
«Eh, sto concludendolo, con molta fatica.»
«Mi interesserebbe molto, davvero. Fammi recapitare una copia.»
«Sarà fatto» disse.
L’aria condizionata refrigerava i nostri corpi. Poi, presi dalla stanchezza, mettemmo un po’ di musica: concerto per pianoforte n.1 Op. 11 di Fryderych Chopin. Al pianoforte, il pianista Evgeny Kissin. Non un tizio qualunque, insomma.
Il caldo era insopportabile. E come se non bastasse, avevamo fatto solo la colazione. Un caffè, una spremuta d’arancia e un croissant prima di partire. E non so quante sigarette.
«Porca puttana, che caldo! Ci sono 32° e un’umidità pazzesca!» Lo sentivo lamentarsi. Si lamentava sempre, lui.
«Ti lamenti sempre! Soffri, soffri in silenzio. Sii stoico. Porta a compimento il benessere dell’anima nell’ideale dell’atarassia. Non guardare alle passioni che distolgono dall’obiettivo superno.» Una precisazione a dir poco magistrale.
La sua replica,arcigna, dopo la discussione incarnava lo stato del momento:
«Va’ a farti fottere, tu e gli stoici! Adesso fermati al prossimo autogrill che devo pisciare. E voglio anche mangiare un panino che sento un certo languore. Sono le quattordici e trenta…»
«Il prossimo autogrill sarà a venticinque chilometri. Ho fame anche io. Adesso tirerò un po’.»
E realizzai in effetti ciò che dissi. Portai la velocità dell’auto da centotrenta all’ora a centosessantacinque all’ora. Il traffico non era particolarmente intenso in quel tratto di strada. Potevo dare gas finalmente alla mia preziosa Alfa Romeo 159, ah!
Anche se francamente la velocità non era alta…Comunque…
«Oh, ecco la salvezza! Siamo arrivati… o vado avanti?» dissi con una certa insinuazione.
«No, fermati. Altrimenti ti piscio in auto e non ti pago neanche il lavaggio tappeti. E non ti devi neanche lamentare, da stoico…». Il tono di voce si fece più marcato.
«Ma per favore, taci!»
Parcheggiai la mia auto al sole perché non c’era un cazzo di parcheggio all’ombra,mi rollai una sigaretta, un bicchiere d’acqua al volo e ci incamminammo verso l’ingresso. Il sole picchiava forte, il vento non alitava e l’odore di benzina impregnava l’aria. L’asfalto poi era rovente. Sapete, quando crea quelle immagini che sanno di miraggi, ecco. Il mio amico, invece, a passo spedito, si diresse verso l’ingresso con un unico obiettivo: raggiungere il luogo di perdizione, uno dei tanti luoghi di perdizione, e svuotare la vescica.
Entrammo. C’era molta gente. D’altronde era il periodo estivo. Camminai tra gli scaffali e raggiunsi il bagno. ”Che schifo! Sempre sporchi ‘sti cessi!” dissi tra me e me.
Mi liberai. Mi lavai le mani, lasciai una mancia all’addetto delle pulizie e uscii.
«Eccoti. ‘Sti bagni sono sempre sporchi» replicai infastidito.
«Già. Troppa maleducazione in giro. Dico io: è tanto difficile puntare dritto?»
Ci dirigemmo alla cassa.
«Salve!»
«Buongiorno, mi dica.»
«Due caffè, di cui uno macchiato, due panini, tabacco Golden Virginia e un gratta e vinci.»
«Sono venti.»
«Ecco a lei. Grazie.»
Il mio amico era intento a controllare gli scaffali. Andava sempre lì, reparto gastronomia tipica.
Prendemmo i caffè, i panini, il gratta e vinci- con grande fortuna vinsi cento euro- e ci precipitammo fuori. Mi fumai una sigaretta, controllai il cellulare, qualche messaggio, i poliziotti che facevano i controlli agli autisti dei tir e salimmo in macchina. Tutto era nella norma.
«L’aria condizionata deve farmi gelare le palle. Aumenta, aumenta.»
«Va bene così?»
«Sì. Si può stare. Ah, che sollievo!» disse, mettendo le palme delle mani sulle bocchette dell’aria. Ci mettemmo le cinture di sicurezza, ingranai la retromarcia, mi aggiustai lo specchio retrovisore, poi la prima e ci incamminammo a passo d’uomo. Eravamo intenti a riprendere il nostro cammino quando all’improvviso sbucarono due ragazze, lì, accanto ad un tabellone pubblicitario. Avevano pantaloni corti di jeans, una maglietta attillata a pois, l’una, e una canotta verde, l’altra, con dei sandali. Erano graziose e carine. Delicate, direi. Una in particolare, aveva dei seni non molto sporgenti, dei fianchi molto stretti, capelli lunghi di un castano acceso e due occhi color ambra venati di timidezza. Portavano due zaini da viaggio giganteschi e faceva loro compagnia un piccolo cane di razza. Ridevano e gesticolavano vistosamente.
Necessitavano di un passaggio. Continuavano a fare l’autostop ma con scarsa fortuna. Era evidente, insomma. Nonostante la graziosità, non attecchivano. Il mio amico, invece, arrapato qual’era, non esitò a propormi l’offerta.
«Dai, cazzo» rideva «fermati. Cercano disperatamente un passaggio. E poi ci sono i posti. E poi sono carine...»
«…e poi te le vuoi scopare. Ma non leggi cosa c’è scritto, ‘Ferrara’. Tutt’altra direzione». Dopo vari tentativi, mi convinsi.
«Ok, però ci fermiamo a dormire lì» dissi.
«Dammi il cinque, fratello! Vada per Ferrara».
E così facemmo le nostre presentazioni.



II.
Durante il tragitto dissero che volevano andare in albergo, e non a casa di alcune amiche in comune, per poi proseguire l’indomani il cammino. E allora le accontentammo. Arrivammo in albergo, parcheggiai la macchina ed entrammo dopo aver scaricato i bagagli. Una pioggia torrenziale accompagnava i nostri passi stanchi. L’aria era più sopportabile da quelle parti. Dopo una giornata intensa, un po’ di fresco era concesso. Due battute scambiate in maniera subitanea con il ragazzo della reception, il passepartout, e filammo dritti in stanza. Il mio amico era in fibrillazione come non mai, cercava di sedurre la sua preda. D’altronde non era fidanzato. Neanche io, a dire il vero. Cercavamo un’avventura. Si viveva di avventure. E l’occasione si presentò. Li sentivo ridere. Erano contenti entrambi. Erano abbracciati. Io, invece, la presi per mano e la trascinai con me,a passo spedito. “ Terzo piano, stanza...” dissi tra me e me. Lei camminava con il sorriso tra le labbra. L’altra sua amica portava al guinzaglio la piccola bestiola mentre parlava con il mio amico. L’albergo era molto elegante, un quattro stelle, e per fortuna pagammo anche poco. Prendemmo l’ascensore tutti insieme. Avevamo le stanze contigue.
«E qui le nostre strade si separano» dissi in maniera scherzosa.
Salutai i ragazzi, feci l’occhiolino al mio amico d’avventura ed un ganascino sulla guancia augurandogli il meglio per rendere l’atmosfera più elettrizzante ed entrammo in stanza. Molto ospitale, pulita, elegante al punto giusto, profumata, con un ampio balcone ed una vista niente male. Una grande copia di un quadro di Kandinskij faceva da sfondo. Il letto era abbastanza confortevole. Io amo molto i letti, sapete. Sono intimi, personali, a tratti anche misterici. Accolgono la vita, accesa o spenta che sia. Servono per dormire, alle volte ci si mangia, ci si riflette, si scopa. Ecco,sul letto si scopa tantissimo. Insomma, buona parte della vita la svolgiamo adagiati sul letto, in qualche maniera.
Mentre sistemavo i miei effetti personali, vedevo J. indaffarata con le sue cose.
«Ottima scelta, comunque. Albergo perfetto. La pioggia ha rovinato soltanto un pochino l’atmosfera, ehhhh-un prolungato sospiro-. E poi abbiamo fatto una bellissima chiacchierata in macchina. Molto simpatico il tuo amico. Mi sono divertita. Abbiamo riso tantissimo.»
«Naa, io sono più simpatico.» dissi
«Grazie davvero per tutto questo.» Sorrise. « Sopportare la notte in autogrill, ah...sarebbe stato terribile.»
«Piccola, tranquilla. In realtà, dovreste ringraziare il mio amico. Se non fosse stato per lui,non sareste qui.» rimarcai la cosa ridendoci su.
«Ah, sì?» Si mise a ridere e mi buttò le braccia al collo. Io non potevo fare altro che cingerle i fianchi. E poi mi diede un forte bacio sulla guancia. Io ricambiai il favore baciandola sul collo. Un bacio delicato,velato, appena percepito. Tenue.
Ci sdraiammo sul letto e cominciò a parlare di sé. Un preliminare per la mente molto interessante. Poi disse: «Dai, io vado a farmi una doccia rilassante.» E vedevo che rovistava nello zaino.
«Vai, piccola.» dissi io.
Nel frattempo inviai un messaggio al mio amico “Allora? Procede nel migliore dei modi?”. Dopo un po’ arrivò la risposta. Cruda e tremenda. “Vaffanculo. E devi andarci seriamente. Non ha detto niente la tua dolce amica? Non possiamo scopare. Ha le mestruazioni. Grazie tante, coglione! Io stavo parlando con J. e poi sei arrivato tu…”. Quando lessi il messaggio, risi come non mai. Avevo quasi le lacrime. Inviai un nuovo messaggio “ahahah, e dai amico. Ritenta, sarai più fortunato. Prova col del sesso orale”. “va a ‘ farti fottere. Speriamo che non ti si rizzi per la stanchezza. Ciao” “Ne dubito, il cetriolo non mi abbandona mai”.
Bussai alla porta del bagno.
«Tutto bene? Sai, la tua amica ha… un problemino…Mi sto pisciando sotto dalle risate.»
«Dai, davvero?» sentivo che rideva «a me non ha detto nulla.-Dovevamo crederci?- Sperava che tardassero forse. Poverino. Pazienza.» e continuava a ridere. Ridemmo insieme.
Mi tolsi la maglietta e rimasi con i jeans. Faceva caldo in quella stanza. Allora accesi l’aria condizionata. Sentii la chiave girarsi. Io ero di spalle. Appena aprì la porta mi volsi e cosa videro i miei occhi. In quel momento tutto si fermò. L’unica cosa che seppi dire fu un “oh” sorpreso e nient’altro. Si presentò a me in lingerie di pizzo, velato, color nero. L’apoteosi della visione. Scendeva lungo il corpo con un certo aplomb. Vedevo i seni sporgere, le gambe glabre, bellissime, stupende. Le accavallò leggermente, come se volesse mostrare meglio la sua nudità. Il suo corpo chiamava al desiderio.
«Et voilà» disse con una voce tenera e sensuale. Mi avvicinai. Non seppi resistere. Il corpo era liscio come seta, profumava di violetta. E io ero completamente arrapato. Sentivo il rigonfiamento nei pantaloni. Sì, si stava rizzando. Cominciai a toccarla delicatamente. Le mani scendevano lungo il corpo. Le alzai la gamba e la baciai. Poi mi buttò le braccia al collo. Percepivo il suo fiato che delicatamente lambiva la mia pelle. Il suo seno contro il mio petto. Sentivo i capezzoli. E stringeva ancora di più, di più, di più. Il suo corpo mi invitò.
«Sono tua, stupiscimi.» disse flebilmente con tutta la sensualità.
Io non dissi nulla. La guardai solamente e le buttai un sorriso. Le cinsi i fianchi ancora di più e la spinsi accompagnandola verso l’armadio. Cominciai a baciarla dappertutto. Quelle labbra erano dolci come ciliegie, tenere, morbide, vellutate. Ci baciammo con la lingua. Le morsi il labbro inferiore. Sentivo la passione. Un fremito si accompagnò al mio movimento. Passai al collo,vulnerabile, scostandole i capelli. Lei reclinò il capo verso destra, gli occhi chiusi, la bocca semiaperta. Ansimava. E contemporaneamente la mia mano cercava altre possibilità. Toccai l’altra possibilità e lei fece un movimento brusco, ridendo e portandosi all’indietro. In quel momento il cielo si colorò di amore. Le afferrai i seni, e cominciai a succhiarle i capezzoli turgidi. Saltò su di me, a cavalcioni, e continuò a baciarmi. E la portai sul letto. Ci adagiammo. Le gambe si stringevano forte a me. Faceva molto caldo. La spogliai. In prossimità dell’ombelico, la baciai, e poi sfiorandole con le labbra le gambe, fino all’interno coscia, cominciai a stimolare il suo oggetto proibito. Sesso orale. Era bagnata, calda, invitante. Godeva. Si muoveva in armonia, il ventre si contraeva. Ansimava. Ansimava. Io ero arrapato. Lei era arrapata. Era fantastica. Li giù era un sogno di paradiso. Era un continuo crescendo di tensione e godimento. La mia lingua stimolava ogni minimo anfratto e le dita facevano la loro sporca parte. Finii il lavoretto, un preliminare per il corpo degno di questo nome,mi tolsi i pantaloni, le mutande e mi adagiai su di lei. I nostri corpi si illuminarono di amore. Poi mi disse che aveva dei preservativi. E allora me lo mise. Lei si aprì docile e glielo misi dentro. E scopammo. Scopammo. Scopammo. Quando raggiunsi l’orgasmo, mi adagiai su di lei, privo di forze. Si strinse forte a me e mi sussurrò qualcosa.
«Sono stata davvero bene. Non godevo così da non so quante primavere. E poi te la cavi molto bene.» disse sorridendo mentre teneramente mi aggiustava i capelli.
«Grazie piccola. Sei stata uno schianto» e la baciai.
Presi tre birre,due erano le mie, e trangugiammo. Poi lei si alzò e cacciò del whisky. E ingollammo due cicchetti. Ci ubriacammo. Ridemmo come matti. Poi presi il cellulare, attaccai il cavo al televisore e ascoltammo il primo movimento della sinfonia n° 9 di Beethoven. Controllai il cellulare. C’era un messaggio “Vaffanculo”. E poi dormimmo. Nudi. Lei dolcemente con il viso adagiato sul mio petto. La notte ci rapì e ci portò con sé.




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Racconto scritto il 02/06/2017 - 12:50
Da Cristian Iapaolo
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