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Deja-Vu

Albert si era incamminato lungo Carnaby Street in prossimità dell’incrocio con Ganton Street, per la consueta passeggiata serale; era solito scaricare le tensioni accumulate durante la giornata guardando le vetrine dei negozi ormai in chiusura ed i passanti assorti nelle proprie faccende. Il suo sguardo curioso e distaccato, ma fisso sulla vitalità della gente, esorcizzava il malessere della sua mente costantemente attiva sui problemi che avrebbe dovuto risolvere. Da quando si era trasferito alla Financial Harvard Company, dopo un lungo periodo di servizio trascorso come impiegato pubblico al Ministero, l’aumento della paga settimanale gli aveva permesso di togliersi qualche sfizio da buon scapolo incallito, ma nulla di più; nulla che potesse donargli un sorriso o che risvegliasse il suo interesse per la vita.
Le ombre si allungavano sempre più sul marciapiede ed il passo, stanco ma inesorabile, lo stava portando al punto di partenza, avendo già percorso almeno un miglio attorno all’isolato; d’un tratto alcune grida svegliarono il suo torpore, come se si fosse alzato all’improvviso nel cuore della notte.
Un uomo all’angolo della strada, giaceva immobile.
Preso dal panico, iniziò a muoversi con gesti inconsulti cercando con la mente un rifugio o la via per scappare da quella situazione; nessun agente di polizia nei paraggi, nessun passante, nessuna luce dalla zona dei locali distanti qualche centinaio di metri.
Le forme della vittima avevano qualcosa di familiare, solo una sensazione, una strana sensazione; un deja-vu.
Preso da un istinto irrefrenabile si avvicinò al corpo e lo mosse all’altezza delle spalle come per suscitare il risveglio di una persona che dorme; il corpo rimase rigido. Deciso a soddisfare la sua curiosità si avvicinò meglio e girò il viso per vederne le fattezze; sul volto di Albert si dipinse una maschera di orrore…
Le lenzuola intrise di sudore erano appiccicate al suo corpo coma tela di un sudario; la testa immobile e lo sguardo fisso al soffitto, il fiato corto e la sensazione di panico. Albert si accorse con stupore che erano già le 11:00; il cellulare segnalava almeno 10 chiamate inevase. L’ufficio certamente aveva tentato di contattarlo vista la numerosità degli impegni ormai saltati. In tutta fretta chiamò il suo collaboratore come per una reazione automatica ma non volontaria.
Con calma riprese i sensi ma fece uno sforzo immane per capire cosa diavolo gli era successo quella notte; e quel sogno così vivido! Il corpo. Il cadavere. Un sogno o era realmente accaduto? Ci voleva un bel caffè caldo per rimettere la testa a posto.
Dopo un boccone mangiato in fretta, fece zapping con i canali in digitale e si riaddormentò come un fanciullo sul divano.
Il pomeriggio passò in fretta e già le prime ombre cominciarono ad oscurare la città che in quella giornata di inverno grigia ed uggiosa appariva quasi spettrale.
Albert si decise a fare la sua solita passeggiata. Era certo che l’indomani avrebbe sistemato le cose con il capo; può capitare una giornata storta e quella notte il suo fisico aveva reagito alle continue situazioni di stress cui era sottoposto.
Camminò lungo Carnaby Street poi girò per Ganton Street. D’un tratto un losco figuro si parò davanti. Con il coltello ben in vista gli intimò di consegnargli il denaro.
Albert, colto di sorpresa, rimase impietrito ma subito prese il portafoglio e lo mostrò davanti a sé. Il tizio si avvicinò per prenderlo, ma Albert con uno scatto si tirò indietro come per fuggire; il gesto scatenò la paura e l’immediata reazione dell’aggressore che istintivamente affondò la lama.
Il sangue scorreva copioso sulla camicia e la giacca; Albert si accasciò di fianco poi cadde a pancia sotto con la faccia a terra. La sua testa cominciò a viaggiare nei pensieri in maniera confusa; da lontano il rumore di passi lenti ma inesorabili si avvicinava sempre più, quasi a raggiungerlo. Sentì uno scossone lungo le spalle, ma restò immobile perché paralizzato dal dolore. In quel momento ebbe un fremito, il gelo lo stava attanagliando, ma una immagine vivida apparve in tutta la chiarezza nella sua mente: l’uomo che giaceva a terra, un volto, il suo volto. Poi il buio.



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Racconto scritto il 09/06/2017 - 13:39
Da Alessandro Rimoldi
Letta n.135 volte.
Voto:
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Commenti


Un'aggressione che è un già visto, già vissuto da parte del protagonista. Il racconto ha ritmo e si legge d'un fiato. I miei complimenti. Giulio Soro

Giulio Soro 09/06/2017 - 17:15

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