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Un nuovo mondo

Mi chiamo Rajaa, un nome molto strano , perché tutta la gente che mi incontra, mi chiede subito: "da dove vieni?" ed io non esito a rispondere, con un bel sorriso soddisfatto: "vengo dal Marocco". Vado fiera di me stessa, quando qualcuno viene a sapere che abito in Italia, un paese non mio, ma che amo con tutto il cuore.
Questo però, era un pensiero lontano, che prima non riuscivo ancora ad apprezzare quando misi il mio piede insieme alla mia famiglia, in un posto strano e sconosciuto; un paese che avevo visto solo attraverso foto e video, lo stavo percorrendo a piedi, cosciente di essere stata fortunata ad aver avuto una sorte come questa!
Io e mia sorella eravamo ancora piccine e, passavamo la maggior parte del viaggio a giocare tra di noi, ad ascoltare musiche di ogni tipo e a spettegolare sulle persone che ci passavano sotto il naso.
Eravamo stati accompagnati all'aeroporto dal nostro zio e appena usciti dalla macchina, vedevo mia madre abbracciare i suoi fratelli e i miei nonni prendere me e mia sorella in collo, con le lacrime agli occhi, per darci l'addio. Non capivo i veri significati di questi gesti ed infatti, avevo passato quel momento ad abbracciare i miei cari, senza neanche saperne il vero motivo.
Mi ricordo di aver pianto e, mia sorella mi cancellava le lacrime con le sue piccole dita: ci abbracciavamo tra di noi per consolarci e per dimostrare a mia madre che, in tutti i problemi, saremmo sempre stati uniti e non ci saremmo mai lasciate.
Dopo questo caloroso addio, avevamo preso posto vicino ad una famiglia anch'essa araba e mia madre aveva iniziato a parlarci; io intanto mi ero alzata, per controllare bene il posto in cui mi trovavo, finché una donna , dietro ai microfoni, spiegava con gentilezza, qualcosa che non riuscivo a comprendere. Mi giravo a destra e a manca, perché volevo capire il suono da dove arrivava, però era giunto il momento di prendere l'aereo. C'erano delle signorine vestite con eleganza, che davano il benvenuto alle persone che, in fila indiana, uno dietro l'altro, salivano sull'aereo dopo aver preso un bigliettino bianco. Io osservavo tutti con il sorriso stampato sulle labbra, ma le persone che me lo ricambiavano erano poche, in maggioranza persone anziane o bambini della mia stessa età. Ci eravamo accomodate tutte e tre in tre sedie, vicine vicine, che sembravano essere costruite apposta per noi. Erano comode e dalla mia parte c'era anche il finestrino aperto che, mi permetteva di vedere il mondo in delle condizioni veramente strane e bizzarre. Eravamo tutti quanti circondati dalle nuvole di varie forme, tant'è vero che, io e mia sorella, ci inventavano storie, pur di non annoiarci.
Scendemmo dopo due ore di volo e, dopo esserci impadronite delle nostre valigie, ci eravamo allontanate in mezzo alla folla dove, inconsapevolmente, avevo incrociato lo sguardo di mio padre ed identificato il suo largo sorriso che tra mille persone si riconosceva, senza starci a pensare due volte!! Vedendomi corrergli contro, aveva spalancato le braccia, per permettermi di poterlo abbracciare e stringere a me, fino a farmi male, solo per dimostrargli l'immenso bene che gli volevo.
Mio padre era venuto qua in Italia ancora prima di sposare mia madre: sapeva bene la lingua e anche se aveva precedentemente affrontato alcuni problemi appena arrivato, ora si trovava a proprio agio e voleva provare a trasmetterci questa sua esperienza.
Eravamo arrivati a casa verso le undici di notte. Io e mia sorella eravamo stanche per la dura giornata che avevamo affrontato, così nel piano superiore della casa, c'era una stanza già pronta per noi, mentre nella stanza di fronte c'erano mamma e papà.
Al mio risveglio, vidi tanti bellissimi rami che, facevano capolino dalla finestra della stanza. Spinta dalla curiosità, apro la vetrata ed inizio ad inspirare aria pulita e fresca di prima mattina. Era luglio ed il tempo era ben diverso da quello che ci si poteva aspettare in un mese come questo. C'era il sole che riscaldava metà casa, ma che veniva interrotto da dei fischi di vento che si faceva strada comunque, per infilarsi dentro le mie orecchie e spolverarmi il cervello , per farmi capire che mi trovavo nella realtà e tutto questo non era un semplice sogno.
La situazione che questa volta mi ero trovata ad affrontare, era più difficile di quella che avrei mai immaginato: non ero più nel mio paese natale ma bensì ero emigrata in Italia, un paese che mi aveva accolto a braccia aperte e mi aveva aiutato in tutti i modi, ad adattarmi e a socializzare con delle persone che, sinceramente, non avrei mai sognato di incontrare.
Quel momento per me, quando avevo capito tutto, era stato come quando qualcuno ti toglieva qualcosa di prezioso. Era come una boccata di vento, che poteva tirarti in dei posti molti lontani da quelli che avresti preferito.
Non sapevo ancora come adattarmi a questa nuova verità; iniziavo a vedere il mondo e il destino come gli unici responsabili del mio stato.
Passavano giorni e mesi, ma io sentivo ancora la mancanza dei miei amici, dei miei parenti, dei luoghi dove andavo a giocare. Di tutto.
Avevo ancora un buco fastidioso qua dentro che non sapevo come curare.
Mi mancavano le mie amiche e i miei compagni di giochi che erano molto diversi da questi nuovi amici che avevo nella mia nuova classe. Nei miei primi giorni di scuola, i miei compagni di classe mi guardavano in una maniera strana e questa forse era la cosa che più mi feriva, perché mi facevano sentire molto diversa da loro e in un certo senso, meno importante.
Le cose però, iniziavano a cambiare pian piano perché con il passare del tempo, avevo iniziato a fare delle amicizie e delle nuove conoscenze, passavo ore ed ore con delle maestre che mi aiutavano nell'apprendere questa nuova lingua, però sentivo ancora quell' insopportabile vuoto dentro: nessuna cosa poteva riempire il dolore del mio passato, degli amici che mi ero fatta in Marocco e dei miei parenti che sentivo solo attraverso il telefono oppure riprendendo tra le mani qualche vecchia foto fatta insieme.
I miei genitori erano gli unici che ci davano la speranza di un futuro migliore e ci continuavano a spiegare che noi, eravamo stati una famiglia fortunata ad aver avuto una sorte come questa. Li andavo incontro, abbracciandoli per poter ricevere almeno un po' di tutto quel coraggio che portavano dentro di loro. Avevo bisogno di tutte queste qualità e, con il tempo, avevo iniziato ad apprenderle senza neanche accorgermene: avevo imparato a parlare il perfetto italiano, a saper socializzare con tutte le persone che incontravo, ma soprattutto avevo iniziato ad abituarmi nello stare in questo paese.
Ora dopo tutto questo tempo passato in questo nuovo mondo, mi accorgo di quanto sia bizzarra la vita: un futuro come questo io non lo avrei mai immaginato, però si sa che le cose che non si vogliono fare, sono quelle che poi ci fanno bene e ci fanno vivere emozioni incredibili. Se io avessi avuto la possibilità di cambiare la mia sorte, avrei sicuramente deciso di restare in Marocco tra i miei parenti e tra tutte le cose che amavo, però ho capito che quando il destino vuole cambiare il corso della tua esistenza, non viene certo a chiederti il tuo parere! Sono contenta di questa esperienza che mi ha cambiato radicalmente e mi ha fatto capire l'importanza delle decisioni che si devono prendere nella vita.
Sono passati nove anni e non riesco ancora oggi a spiegarmi come mai ero così tanto agitata all'inizio, forse perché non volevo rischiare oppure non volevo fare un'esperienza che, in fin dei conti, non è stata nemmeno così tanto cattiva, ma ora sono consapevole di essere stata una delle ragazze più fortunate al mondo, ad aver avuto una sorte come questa e due genitori magnifici come i miei.



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Racconto scritto il 11/06/2017 - 16:22
Da Rajaa Sarboub
Letta n.125 volte.
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Commenti


Bel racconto e... ben scritto.
Complimenti!
Ciao Rajaa.

Loris Marcato 11/06/2017 - 22:08

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Bello questo racconto di un emigrata in Italia, un racconto che è anche un ringraziamento alle persone che l'hanno accolta e ai suoi familiari che l'hanno portata nel nostro paese. Una testimonianza che ci può far capire le difficoltà incontrate da una ragazza marocchina, ma anche l'esito finale che è colmo di gratitudine e di speranza. Bellissimo racconto. Giulio Soro

Giulio Soro 11/06/2017 - 19:48

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