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Vittorina

VITTORINA



Amore e morte, poi un lungo tunnel di dolore ed espiazione in fondo al quale torna la luce della speranza. E’ il tema di una storia vera, illuminata dalla splendida figura di una giovane ragazza, Vittorina, raccontatami da mia madre sulla base di ricordi di avvenimenti accaduti a Cammarata tanti anni fa. Erano episodi che mia madre amava narrare nelle sere d’inverno vicino al braciere o mentre si preparavano i dolci di Natale con le mie zie e cugine e si stava insieme chiacchierando di tanti argomenti. Le storie più belle erano le storie d’amore. La storia di Vittorina con le sue luci e le sue ombre è fra quelle che mi aveva colpito di più per la sua trama, per il personaggio di particolare bellezza e di grande passione.



I passi veloci risuonavano sulla strada acciottolata, bagnata da una pioggia sottile ed insistente. Camminava veloce con l’affanno che le serrava la gola e il suo aspetto era stravolto. In mano serrava ancora la pistola con cui aveva ucciso il suo amore.
Era buio, ma le case erano illuminate dal chiarore delle lampade ad olio e dalle finestre che si affacciavano sulla strada, si intravedevano stanze riscaldate dai camini o da grandi stufe e le tavole erano già imbandite per la cena.
Si accorse di essere arrivata davanti un grande portone con sopra la scritta Carabinieri. La ragazza entrò e rivolgendosi all'uomo in divisa che l’osservava con stupore, disse:- “Arrestatemi, ho ucciso il mio fidanzato”- poi le cadde la pistola a terra e svenne.
Tutto aveva avuto inizio un anno prima. Era appena uscita dal collegio dove le suore caritatevoli l’avevano ospitata da quando, ancora bambina, era rimasta orfana a causa di un brutto incidente. Sapeva cucire a perfezione e aveva deciso di lavorare presso una sartoria femminile, indicata dalle suore stesse.
Colpivano i capelli, una cascata di riccioli neri che si poggiavano sulle spalle e incorniciavano un bellissimo viso dall'incarnato chiaro, trasparente come l’alabastro dove brillavano due grandi occhi neri. Si rimaneva incantati ad ammirarla per la sua grazia e per la dolcezza del suo sorriso. La sua mano muoveva sicura e veloce l’ago con il quale imbastiva orli e cuciva maniche, colletti e tasche. Sembrava nata per quel mestiere. Ma a volte si fermava e con nostalgia pensava ai suoi genitori in una visione sempre più sfuocata o pensava alle amiche con cui era cresciuta in collegio.
Era benvoluta dalle altre sartine e dalla proprietaria, una signora robusta di mezza età, rimasta vedova da parecchi anni.
Le giornate trascorrevano tranquille nella stanza della sartoria, dove il ritmo delle macchine da cucire e il chiacchiericcio delle donne scandivano il tempo e dove si tagliavano e cucivano stoffe di ogni genere e colore: dal cotone leggero al panno pesante, alla seta, all'organza, al lino.
La sera Vittorina tornava in quella che era diventata la sua casa, una piccola abitazione bianca con poche stanze e senza alcuna eleganza, ma tenuta in ordine e pulita, mentre sulle finestre e sulle ringhiere dei balconi vasi colmi di gerani rossi e rosa illuminavano la facciata.
Un giorno, mentre imbastiva con attenzione una gonna, si presentò davanti l’uscio a pianterreno un bel giovane. Era alto, bruno, ben vestito e con i lineamenti del viso infantili. Chiese della proprietaria dicendo che doveva ritirare dei vestiti della madre.
Immediatamente fu servito ma i suoi occhi si erano fermati su Vittorina che, imbarazzata dallo sguardo, continuò a cucire.
Quello fu l’ inizio… nei giorni successivi il ragazzo continuò a cercarla, a farsi trovare vicino la sartoria e ad accompagnarla con galanteria fino a casa.
Piano piano nacque l’amore tra i due giovani, un amore vero e sincero che riempì la vita solitaria della giovane ragazza. Le sembrava di vivere una splendida favola e sognava un avvenire colmo di gioia: una casa, dei figli, l’affetto di un marito.
Ma purtroppo il tradimento era in agguato fino a rovinare l’esistenza di Vittorina, perché l’odio e il disprezzo subìto l’avrebbero trasformata in un’ assassina.
Il ragazzo, di nome Pino, figlio unico, era cresciuto senza il padre, morto prematuramente, e, come spesso accade in questi casi, era dominato da una madre gelosa e possessiva. Questa viveva la storia d’amore tra i due giovani con odio e nascosta nell'ombra cominciò a tessere trame, fatte di sospetti e di calunnie.
Una sera d’estate il loro amore divenne passione travolgente ma quella prima esperienza d’amore aveva lasciato Vittorina stordita e felice. Lui non diceva nulla, la guardava con amore e tenerezza e la stringeva al cuore.
Il ragazzo l’andava a trovare spesso ma il suo atteggiamento piano piano cominciò a cambiare e il suo viso si riempiva di ombre. Ancor di più quando seppe che la ragazza era incinta. Cominciò allora ad allontanarsi e non farsi vedere più.
Con il coraggio della disperazione Vittorina andò nella casa di lui ma a riceverla c’era la madre, una figura rigida, vestita di nero che con freddezza guardò il viso bianco della ragazza e affrontò immediatamente l’argomento dicendole di essere a conoscenza di tutto ma bisognava che si togliesse ogni speranza anche perché quel bambino non era certo di suo figlio e chissà di chi.
Gli occhi grandi e scuri della giovane cercarono allora quello che era stato il suo amore, sperando che dicesse qualcosa in sua difesa ma di lui vide solo la testa china, incapace di dire una parola, paralizzato dall'autorità di una madre piena di veleno e astio.
Tornata a casa le sembrò tutto un incubo e la realtà divenne insopportabile quando la madre, tramando crudelmente, cominciò a diffamare la povera fanciulla dicendo alle vicine che aveva stregato suo figlio e che il bambino in arrivo non era certo suo.
Le voci del recente scandalo si moltiplicarono e simili ai tentacoli di una piovra raggiunsero anche la sartoria. La proprietaria che benevolmente l’aveva accolta , la licenziò su due piedi disgustata da un comportamento così disonesto e le sartine le voltarono le spalle. Così Vittorina si trovò sola, col cuore spezzato, diffamata e senza più il lavoro.
Sembrava che un brutto vento avesse cancellato la sua bellezza e la sua gioia, ora era spenta e sola con un bimbo in grembo a cui non sapeva che futuro dare.
Si rivolse ancora a lui, ma la sua risposta fu che non l’avrebbe mai sposata e che sua madre aveva ragione. Sconvolta andò nella dimora dove aveva vissuto fino a quel momento, ma che la proprietaria aveva intimato di lasciare perché non voleva disoneste nella sua casa.
Tra i bagagli che stavano già pronti nell'ingresso, si ricordò di avere una pistola lasciatale dal padre, regolarmente denunciata, che lei teneva per difendersi da qualsiasi pericolo.
I capelli, una volta una cascata di riccioli neri sulle spalle, erano tutti arruffati e il suo aspetto era completamente sconvolto. Tornò da Pino supplicandolo, ma lui si mise a ridere: - Ma ti sei vista? Sembri una pazza, pensi proprio che io mi possa sposare con te? Lo sai che mi sono fidanzato con una ragazza seria che sposerò tra un mese?
Vittorina sconvolta urlò e il suo urlo coprì lo sparo che rimbombò nella stanza. Il proiettile andò dritto al cuore di Pino che morì all'istante.
In quella sera d’inverno, fredda e piovosa, Vittorina si costituì alle forze dell’ordine e i giorni che seguirono divennero un grande incubo nero senza luce. Avrebbe voluto sprofondare in un sonno continuo e non pensare più a nulla. Ma la creatura cresceva in lei e come una carezza si faceva sentire ora con un colpetto, ora con un movimento leggero e dolce.
Il processo finì con la condanna a sette anni per la ragazza, ma mise in luce anche una verità che era stata offuscata dalle calunnie e diede delle attenuanti al suo gesto, così lo sguardo della gente cominciò a divenire benevolo.
La giovane pensava con orrore al gesto compiuto e accettava il castigo come una giusta espiazione.
Spesso non dormiva e si metteva da parte silenziosa, come se avesse voluto sparire.
Quando arrivò il tempo, nacque una bella bambina che Vittorina volle chiamare Aurora, come l’aurora di un nuovo giorno, pieno di speranza.
Tutti le volevano bene e le stavano vicini soprattutto una giovane guardia carceraria, di nome Antonio che la colmava di attenzioni e di rispetto.
Lentamente Vittorina uscì dal tunnel della sofferenza e cominciò ad avvertire un senso di pace.
Si sposò con la guardia carceraria e per buona condotta uscì presto dal carcere. Il suo cammino adesso era illuminato dalla speranza e con Antonio e con la piccola Aurora iniziò un nuovo cammino di felicità.
La madre di Pino visse i restanti anni da sola, disperata e folle, ma mai pentita di ciò che aveva fatto e della tragedia che aveva suscitato con il suo odio.
Nessuno parlò più di lei e il suo ricordò svanì nel buio del tempo che tutto cancella.




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Racconto scritto il 21/06/2017 - 13:13
Da Patrizia Lo Bue
Letta n.111 volte.
Voto:
su 1 votanti


Commenti


Grazie per il commento e per l'attenzione posta al mio scritto. Ho visto che sei un'autrice di racconti e di poesie. Li leggerò volentieri. Ciao

Patrizia Lo Bue 22/06/2017 - 08:14

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Anche questo racconto scritto bene, fluido e avvincente. Hanno sempre un fascino particolare i racconti della tradizione, delle storie di famiglia o di paese. Hanno dentro dei loro un'anima particolare e viva. Anche qui un oggetto lasciato dal padre, la pistola, non più segno di vita come era stata la bussola, ma questa volta simbolo di morte.

Patrizia Bortolini 21/06/2017 - 22:16

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