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La montagna

Sento il vento che mi sfiora la pelle nuda. Un vento fresco e pulito, incontaminato. D’altronde siamo molto in alto. La natura è preservata. Gli alberi si agitano impetuosi. Io sono sdraiato. Vedo la cima innalzarsi verso il cielo. Sono maestosi. Fiuu, fiuu. Il sibilo viene amplificato. La luce non filtra. Chiudo gli occhi. Sento gli uccelli cinguettare, ma non li vedo. Forse sono nascosti. Il sottobosco è gagliardo. L’erba rorida tutt’intorno emana un sentore di freschezza. Fa freddo. Ma è confortevole. A me piace il freddo. Ma non saprei spiegarlo. Mi piace e basta. Mi sento a casa. Mi sento me stesso. Sono sdraiato sull’erba. Ascolto. C’è silenzio. C’è solo la natura. L’aria intorno è tranquilla. Tutto è al proprio posto. Sento l’aria impregnarsi di un profumo delicato. Carezzevole. Un sentore dalle note dolci. Credo sia lavanda. No, non può essere lavanda. Non so cosa sia ma mi piace. C’è molta calma. Ascolto il mio corpo, il mio respiro. Il battito cardiaco,tum tum tum. Regolare. Vuoto la mente. La controllo. Sento il fruscio degli alberi. Il vento. Le foglie. I rami.
Apro gli occhi. Le nuvole hanno forme bizzarre. Le osservo. Si muovono velocemente ed assumono forme variegate. Quella assomiglia ad un cuore. Quell’altra ad un cane con le orecchie penzoloni. Quella invece sembra una faccia. Mutano forma in continuazione. Come gli umani.
Da lontano si odono i campanacci delle vacche. Vado a fare una passeggiata. Più a valle ci sono molte fattorie. Vedo il fattore che porta le sue vacche al pascolo. Capita spesso di imbattersi in una mandria. C’è anche un cane. Anzi due. Bianchi. Scorrazzano di qua e di là per mantenere l’ordine.
Continuo a passeggiare.
Molto lentamente.
Osservo.
Ogni tanto mi fermo ad osservare il paesaggio.
Pensieri affollano la mia mente.
Mi volto. Credo di essermi allontanato di molto. Non ho l’ombrello con me e il tempo si sta rannuvolando. Ma continuo a passeggiare. Voglio vedere le stalle. Vedo alcune vacche che stanno mangiando e il fattore butta mucchi di letame nel letamaio.
Natura. Elementi arcani. Antichi.
Esperienze quotidiane, semplici. Dobbiamo ritornare alla semplicità. Il successo sta nella semplicità, benché il mondo sia complesso. Lontano dalla distruzione.
E noi siamo la distruzione.
Odo i tuoni. Io ho timore dei tuoni. Mi spaventano.
Continuo ad osservare il paesaggio.
Alzo lo sguardo al cielo. Plumbeo e a tratti violaceo. Grigio. Le nuvole incutono terrore. Sono cariche.
Ho un filo d’erba in bocca. Lo passo tra i denti.
Pensieri.
Decido di ritornare. I passi sono incerti, faccio fatica. Intorno a me l’aria è tetra. Lo sguardo è basso.
I pensieri riempiono il mio incedere.
Ho buttato il filo d’erba. Ho le mani in tasca. Mi stringo nelle spalle. Cammino. Poi accelero. Sento qualche goccia. Tic, tic, tic, tic. Una,due,tre,… .
Non ho l’ombrello.
Piove.
Piove tantissimo.
Sono fradicio.
Fiuu, fiuu, fiuu. Il vento si è alzato all’improvviso e la luce non filtra.
È tardi e si sta facendo buio.
Corro.
Sono da solo. E ho timore dei tuoni.
Il battito è accelerato. Finalmente vedo la macchina. Entro dentro ed accendo l’aria calda. Ma è fredda ancora, la macchina.
Sono completamente fradicio.
Passo la maglia sulla fronte grondante per asciugarmi.
Mi avvio. Lascio alle mie spalle gli alberi che si agitano impetuosi, i fiori, gli insetti.
La pioggia batte forte.
In macchina l’aria è più calda.
È notte.
Ed è giusto obbedire alla notte.



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Racconto scritto il 13/10/2017 - 10:33
Da Cristian Iapaolo
Letta n.232 volte.
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Commenti


Bello, complimenti, con ritmo mi hai accompagnato alla riflessione finale,
obbedire alla notte!

Grazia Giuliani 13/10/2017 - 22:32

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Un ritorno alle origini.
Grazie.

Cristian Iapaolo 13/10/2017 - 18:20

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Bello questo racconto introspettivo di un amante della natura, costretto da un imminente acquazzone e dalla propria paura dei fulmini a fuggir via. Giulio Soro

Giulio Soro 13/10/2017 - 18:16

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