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Ona

Per un istante cercò di estraniarsi da quell'inferno assordante delle bombe in lontananza, il cui rumore intermittente gli danneggiava temporaneamente i timpani. Si convinse che non era sporco di fango, con i crampi allo stomaco, al freddo, mentre il vento gli sferzava la pelle, le labbra insanguinate e screpolate e gli entrava nelle ossa infierendo su ogni singola fibra del suo corpo.
In realtà era al caldo, sotto le coperte, e c'era Ona con lui. Riusciva a sentire ancora l'odore della sua pelle, che era lo stesso di quello dei bambini. L'odore dell'innocenza, come lo chiamava lui. Sentiva ancora la sua risata infantile, l'odore di suoi capelli lunghi castani che gli accarezzavano il viso. Teneva la testa appoggiata su di lei per ascoltare il battito del suo cuore. Se ne stavano così, in silenzio, mentre la pioggia cadeva sui vetri e il sole era sorto da poco. Dalle finestre si vedeva un paesaggio freddo, il cielo azzurro plumbeo era coperto dalla leggera nebbia del mattino, il verde scuro dei campi bagnati incuteva una strana malinconia nei loro animi. Lì, in quel momento, c'era tutto ciò di cui aveva bisogno.
Stare con lei lo riportava a uno stato di felicità primordiale, come se potesse morire da un momento all'altro, tanto non si può provare una felicità più grande di questa. Gli mancava Ona. Gli mancava tutto di lei, i suoi occhi grandi e curiosi che lo guardavano sempre con amore e curiosità, il suo sorriso dolce e ingenuo, la sua pelle chiara e i capelli lunghi e castani, lisci e profumati, la sua voce infantile. Non riusciva a togliersi dalla testa quel giorno in cui commisero quell'imprudenza. Tra le lacrime lei gli baciò la fronte e il viso dicendogli: "Ti amo con tutta la mia anima. Voglio darti la mia innocenza e purezza". Si sbottonò i primi bottoni della sua camicia da notte bianca.
"No..." gli disse lui cercando di allontanarla, ma lei insisteva.
"Io ti amo, tu sei la mia ragione di vita" e prese la sua mano appoggiandola sul suo cuore. Solo ora lui capiva il significato di quel gesto. Lui la abbracciò forte, appoggiando la sua testa sul suo petto, poi le diede un bacio sul punto dove c'era il suo cuore, lo sentiva battere forte come una mitragliatrice. Si sentì al settimo cielo. Per una volta forse anche lui aveva diritto ad essere felice, c'era qualcuno che lo amava. Nonostante tutte le cose brutte della sua vita, ora gli veniva dato un momento di tregua da un'esistenza fatta di sofferenze e vessazioni (prima la morte dei genitori, poi la guerra e la prigionia) e quella speranza si chiamava Ona.
"No, non possiamo..." disse lui con fermezza.
Lei si sentì umiliata.
"Perché?" gli chiese con la voce rotta.
"È sbagliato"
"Ma noi siamo sposati, io... ti amo... non so cos'avrei fatto senza di te ieri, se tu te ne fossi andato...sarei stata persa. Io sono persa senza di te...tu sei la mia ragione di vita" disse con le lacrime agli occhi.
Lui la guardò preoccupato e abbassò lo sguardo.
"Tu... tu non mi vuoi vero?" le chiese lei, col cuore in mano.
Lui non disse niente.
"Tu non mi ami quanto io amo te, il tuo cuore è già occupato? Hai qualcuno che ti aspetta in Irlanda?" chiese rassegnata.
"No, non si tratta di questo..."
"E allora cos'è? Dimmelo... Dimmi cosa te lo impedisce" gli chiese esasperata.
"Tu non puoi capire" fu la sua risposta.
"Qualsiasi cosa tu mi dirai io la accetterò. Io ti amo Arthur, io non esisto senza di te".
"Non potresti capire"
"Sì, sì invece..."
"No! Tu non puoi capire" disse lui alterandosi. Si colpì con il pugno della mano la coscia ripetutamente e con violenza, e si strappò la camicia. "Vedi questo?" disse adirato, aveva perso completamente la pazienza.
Quando Ona vide il suo corpo, capì che doveva essergli successo qualcosa di brutto. Vide dei segni e delle cicatrici bianche sul suo petto, alcune sottili e dritte, altre che avevano l'aspetto di pelle rovinata, come bruciata. Poi c'è n'era una in particolare che attirò la sua attenzione per via della posizione. Era una cicatrice bianca e omogenea, piuttosto spessa, che andava fino all'inizio del bacino, lei non sapeva se era ancora più lunga, visto che aveva addosso i pantaloni. Ma nonostante tutto lei lo trovava sempre bellissimo, quelle cicatrici non la disgustavano. Era sempre Arthur, il suo adorato Arthur, e per lei non esisteva persona più bella al mondo. Era solo molto arrabbiata al solo pensiero che qualcuno avesse potuto fargli del male.
"Chi ti ha fatto questo?" gli chiese impaurita e terrorizzata.
Lui non rispose.
"Tu non puoi stare con uno come me... Io sono sporco, non merito la tua innocenza" disse rassegnato, con gli occhi rossi. Era la prima volta che lei lo vedeva così vulnerabile.
"Sì, sì che la meriti, così come ti meriti tutte le cose più belle del mondo" disse convinta e disperata, prendendogli il viso tra le mani e costringendolo a guardarla.
"Tu non sei sporco, sei la mia ragione di vita... Loro, sono loro che andranno all'inferno per quello che ti hanno fatto" disse lei, ora la sua voce assumeva il tono adirato di una maledizione.
"Non è colpa tua, non è colpa tua" disse lei singhiozzando, mentre gli baciava la fronte e il viso, disperata.
"No... Smettila" disse lui cercando di allontanarla. Era combattuto: da un lato voleva che lei lo amasse, dall'altro credeva di non meritare il suo amore. Era stato così tanto tempo senza che ormai non ne era più abituato.
"Ti amo, ti amo...con tutta la mia anima" disse lei tra le lacrime, continuando a baciargli il viso e le guance.
Lui si arrese. Per la prima volta nella sua vita qualcuno lo amava. Non si dimenticò mai di quel mattino freddo, del delirio di quel momento. Ona che gli donava la sua innocenza, che baciava le sue cicatrici, che cancellava un passato fatto di umiliazioni e sofferenza. I suoi baci lenivano il dolore delle ossa rotte, dei tendini che dolevano con l'umidità, delle unghie tolte con la forza, della pelle gonfia e indolenzita per via delle botte, cancellavano il suono delle risate degli inglesi che usavano i prigionieri irlandesi a loro piacimento, relegavano l'isolamento in una cella buia a un incubo notturno.
A distanza di anni si sarebbe ricordato sempre di quel momento, di come aveva ripreso a vivere, quel giorno, grazie a Ona. Si chiedeva se stesse bene, se anche lei aveva freddo, se era triste, se pensava a lui come lui ogni singolo momento pensava a lei. Qualcosa, un presentimento istintivo che veniva dal profondo, gli diceva di sì.



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Racconto scritto il 24/11/2017 - 14:04
Da Maryanne Eyre
Letta n.330 volte.
Voto:
su 1 votanti


Commenti


Sì, l'amore può guarire tutte le cicatrici anche quelle metaforiche, può lenire il dolore che ci ha fatto il mondo, può cantare con voce melodiosa una cacofonia. Bel racconto. Giulio Soro

Giulio Soro 24/11/2017 - 18:14

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