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Troppi anni dopo...

Dopo tanti anni ho messo di nuovo le mani su una tastiera; no, non la tastiera del pc – quella purtroppo è pane quotidiano – ma sulla mia Korg, la tastiera, intesa come strumento musicale, compagna di tante serate negli anni giovanili e della prima maturità.


La sensazione è strana, le dita corrono lente, c’è quasi una repulsa a riprendere confidenza con l’ebano e l’avorio dei tasti. Seguo le note della chiave di violino con la mano destra, e quasi subito ritrovo il piacere di portare di nuovo alla luce la linea del canto; più difficile seguire le note in chiave di basso. La mano sinistra è sempre stata meno veloce, e senza allenamento la cosa si nota ancor di più. Provo a ricordare le scale cromatiche, gli accordi armonici… mica facile!


Ma suonare è come andare in bicicletta: una volta imparato mica si scorda più. E con fatica, lentamente, ma con soddisfazione crescente riesco a tirar fuori un’interpretazione passabile di una barcarola di Mendelssohn, di una sonata di Schubert, di un notturo di Chopin, ricordi ancora vivi di quando prendevo le prime lezioni di pianoforte.


Mi cimento poi nei pezzi che facevamo con il complesso… Beatles, Pooh, Queen, Nomadi.... Ovviamente metto nel drive il dischetto con le basi ritmiche (basso e batteria) preparate usando la funzione sequencer della Korg stessa, che, più che tastiera pura e semplice, potremmo definire workstation.


Queste basi furono una necessità quando da complesso di sei elementi rimanemmo in tre (io, Enrico alla chitarra, Antonella come vocalist), e decidemmo di fare una sorta di pianobar.


Ed è stato naturale ripensare all’ultimo spettacolo che mi ha visto protagonista: una festa di carnevale, nel febbraio 1995, in una splendida villa sulle colline lucchesi. Sinceramente non amo il carnevale, e già sapevo che avrei smesso di suonare, vuoi per motivi di lavoro, vuoi per ragioni, diciamo così, affettive.


Ma quella festa ce l’ho ancora negli occhi e nella mente: avevo una splendida giacca verde e un papillon che con questa faceva pendant… la tensione di sempre, di tutte le volte che partivamo per un’avventura… caricare in macchina gli strumenti, arrivare, montare, curare l’impianto voci, l’impianto luci… mica avevamo dei tecnici: facevamo tutto noi!


Ospiti d’onore erano due attori: la splendida Edwige Fenech, donna di una bellezza sconvolgente, e con quella erre francese che, per me, è il massimo dell’erotica seduzione, e un giovane, allora, Lorenzo Flaherty, che evidentemente era stato chiamato per rallegrare le gentili signore presenti, e per il quale nutrii una subitanea antipatia.


Andò tutto benissimo, suonammo alla grande e ci fecero complimenti sperticati: per me fu uno splendido canto del cigno. E per finire, come sempre nei nostri spettacoli, ma ancor di più quella sera, l’ultima di carnevale, eseguimmo un magistrale “Inno del corpo sciolto”, partorito dalla mente del nostro grande corregionale Roberto Benigni.




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Racconto scritto il 14/12/2017 - 10:22
Da andrea guidi
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