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Rosso Sangue

Un lampo. Un tuono. Gli stivali incrostati di fango, le brache rese pesanti da pioggia e sudore, il viso prematuramente segnato. Ma lo sguardo di Alberto era luce pura, imprigionata nella brutalità di un corpo. Il Sole degli altri era tramontato da almeno un’ora; il suo, invece, si celava agli occhi degli ignari dietro un vetro crudelmente appannato. La pelle diafana sfumava nell’oscurità dei capelli, la veste candida appariva come uno spirito etereo, quasi distraendo gli occhi del ragazzo dall’unico particolare di cui distingueva i contorni.
Il rosso delle sue labbra.
Quel vermiglio che l’aveva incatenato all’immagine di lei, peccato su viso angelico, tentazione su purezza ineccepibile. Lo voleva per sé, a tutti i costi, per trasmettergli l’amore che quella stessa tonalità cromatica gli aveva instillato, tenendolo in vita.
Fece un passo in avanti, poi si fermò. Forse domani.
Alberto si voltò per un attimo, concentrandosi sulla monotonia della strada deserta. Il sorriso vivace di Guido si impadronì dei suoi pensieri. Gli sembrava che fosse lì, percepiva il calore del suo corpo, l’espressione intelligente e provocatoria, i capelli biondi che ricadevano scomposti ad arte sulla fronte. “Sei diventato un gattino, dopo la guerra, Alberto"? “Guardi, guardi … Anche quel fucile, troppo lucido e grilletto poco consumato .Te l’ho sempre detto”.
“Smettila Guido. Non è una donna e basta. Lo sai.”
“Amico, sì che lo so. E per questo stavolta devi sparare senza riflettere. La vita non dura per sempre. ”.L’ironia di Guido ora era amara.
Alberto sentì i battiti del cuore attutirsi, il suo spirito estraniarsi dall’involucro della carne.
“Detesto le frasi fatte”.
Gli occhi azzurri dell’altro lo fissarono seri.
“Io detesto te”.Poi rise, scuotendo le ciocche sporche e dorate.
“Perché?”chiese Alberto, scioccato .
Guido continuava a ridere piano, ma senza allegria.
“Perché sei tu ad agire da ombra del passato e non ne hai il diritto”.
“No, Guido, io non …”
“Tu non sei vivo, amico. Sono io la tua linfa in questo istante, in quello prima e sin da quando …”
“Basta! Non lo dire, non è così, non lo è!” Alberto si guardò intorno, spaventato dalla sua reazione. Le mani gli tremavano, le guance erano vergognosamente umide. Guido … Guido … non era più sparito da quel giorno. L’ultima ora dell’ultima battaglia. Forse sarebbero potuti tornare a casa entrambi. Forse nessuno dei due.
Un fratello, un alleato, la sua famiglia dietro la trincea. Erano sopravvissuti assieme, erano morti compagni. Ma in modo diverso. Guido aveva ragione. Il corpo di Alberto viveva animato dal fantasma della recluta dalla chioma dorata.
“Allora? Pensavo sapessi cosa volevi l’ultima volta che ci siamo visti. A quanto pare hai cambiato idea”.
Alberto alzò il capo, esterrefatto. “Sei ancora qui?”
“Sì.”
“Perché?”
“Perché sei senza coraggio. Sei tu a imprigionarmi, Alberto. Sei tu a rifiutare la tua anima”
“Io non ho paura di nulla, ho visto la morte, rammenti?” Gli occhi di Alberto si infiammarono d’ira.
Il biondo lo guardò con disprezzo. “Ma non l’hai accettata, o non guarderesti me, ma la sorgente di luce che siede dietro quella finestra.
Voglio essere io ad amarla. Io posso, sono vivo. Tu no, amico”.
Alberto si riscosse, i sensi ridestati. Si voltò verso il suo Sole, ma chiuse gli occhi, sentendosi indegno di lei. Come aveva potuto darle le spalle così a lungo? Aveva consentito a Guido di distrarlo, di sfiorarla con il pensiero, di rubarla a lui nei desideri.
Raddrizzò la schiena, per fronteggiare il suo vecchio alleato, pronto a battersi. Ma non occorreva. Il contendente era già a terra, un’impietosa macchia scura assaliva il candore delle vesti di lui.
“Guido! Guido!”. Alberto cadde in ginocchio, accanto all'amico, le mani intrise di sangue non suo.
Rosso, il sangue di Guido, rosso, il bocciolo sul viso di lei. E rammentò.
Rimembrò il suo spirito, lo riportò in sé. Cercò l’altro, l’estraneo, ma non lo trovò. Era morto. Lo pianse, in ginocchio, guardando la terra maledetta della battaglia sporcargli il volto, scurirgli la chioma aurea.
“Sta bene, signore?”. Un suono angelico lo turbò. Un lembo di stoffa bianca gli sfiorò il polso. Una mano amorevole si avvicinò alla sua guancia ispida. Alberto guardò le proprie di mani, perfettamente pulite. La strada vuota, avvolta dalla notte. Poi chinò il capo, versando lacrime su quelle dita delicate. Le dita del suo Sole. Il suo Rosso.



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Racconto scritto il 27/10/2013 - 17:14
Da Selena Gray
Letta n.526 volte.
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