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Amorevoli Spaventi

Son nato in campagna.
Mio padre un contadino
mia madre la sua fantasia,
li ho veduti insieme quel mattino
nel fienile della fattoria.
Era un caldo giorno di giugno
quando han preso un bastone e della ramaglia,
degli stracci e un legno di prugno,
un vestito sdrucito e un cappello di paglia.
Mi han donato poi una fissa dimora,
piantato sotto il sole in mezzo ai campi
e m’han detto di rimanerci sia con la bora
che sotto la pioggia o nei lampi.
Io non ebbi da ridire:
a me piaceva stare all’aria aperta
ad ascoltare delle cicale l’infinito frinire,
o a guardare le bianche nuvole far da coperta
all’azzurro del cielo all’imbrunire.
Si, io sono uno senza grilli per la testa,
sono un tipo che di poco mi accontento
e che, in mezzo a piante e fiori, neanche un diluvio
mi distrarrebbe dal frusciar del vento
mentre, a braccia tese, ne accolgo l’inebriante effluvio.
Poi, ecco, un dì ti adocchiai.
Ero stato avvisato da un mezzadra
che da te mi aveva messo in guardia.
Mi aveva narrato delle tue gesta da ladra
e del suo desiderio di vederti chiusa in gabbia.
Quel giorno ti vidi arrivare all’improvviso.
Eri ancora lontana quando mi scrutasti
e, appena un istante dopo, ti allontanasti.
Capii cosa incutevo
dai tuoi occhi colmi di spavento
ed io, che non lo volevo,
ne restai dispiaciuto e pieno di sgomento.
Sul tuo conto e sulla tua sorte
avevo sentito cose tanto brutte:
di un oscuro presagio di sventura e di morte
e di coltivazioni andate per sempre distrutte.
Ma io, incurante del consiglio,
rimasi folgorato dalla grazia del tuo volo
fatto di parabole arcuate su pannocchie di miglio
dove banchettavi mentre io stavo maledettamente solo.
Rimasi fermo lì per giorni
con la speranza che il mio aspetto e la mia pigrizia perdonassi
e che una volta nei dintorni
infine prendessi coraggio e che a me ti avvicinassi.
Contai quaranta albe e altrettanti tramonti
e, quando più non ci speravo,
ti vidi lambire i miei orizzonti.
I tuoi occhi timorosi mi diedero fiducia
e le tue fughe si fecero sempre più esitanti.
Era luglio quando ci sfiorammo.
Durò solo un battito di remiganti
ma nei miei pensieri sembrò un anno.
Da quel giorno stemmo
sempre insieme tu ed io
sino a quando i miei scoprirono
che, nonostante il mio aspetto repellente,
non fui affatto buono come deterrente.
Con occhi rossi di gelosia,
mi presero con forza
e con rabbia mi portarono via
perché dissero che
non ti avevo cacciata dalla mezzadria.
E io che sognavo di aver affondato le mie radici
mi ritrovai invece in una fetida stalla
con galline e porci come nuovi amici
a guardare in su da un letto di paglia.
Tra due legni malfermi ed incerti,
vedo ora uno spicchio di cielo
e di quel tanto ne ascolto i concerti
in attesa di ritrovarti in volo
e, a dirti grazie, comunque insisto
perché sai, mia dolce amica,
in fondo, solo per te io esisto.



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Racconto scritto il 28/01/2014 - 19:42
Da Antonio Interlandi
Letta n.140 volte.
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