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= Poesia
= Racconto
= Aforisma
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GIADA- Prima Parte.

Era una mattina, come tante, un noioso lunedì di gennaio, le vacanze erano terminate, e la scuola era ricominciata come sempre.
Il professor Sertini, entrò in classe, con la sua solita andatura, ma non sorrideva affatto, tanto la sua mente era oberata di pensieri. Era un uomo di bell'aspetto, giovanile, e a volte anche gioviale, anche se i suoi studenti, di solito lo trovavano severo.
Era un uomo, alto, dai capelli neri, pettinati all'indietro, aveva un fisico atletico, portava gli occhiali, e intorno agli occhi, azzurri, piccole rughe segnavano il suo volto, eppure alcune ragazze lo trovavano attraente. Se ne rendeva conto, dalle risatine e dagli sguardi delle sue allieve, ma non ci faceva mai caso, anzi, cercava sempre di sopprimere sul nascere, certe imbarazzanti situazioni, eppure...due grandi occhi neri, gli si pararono alla mente, come un lampo. Ma non poteva, pensarci in quel momento. Non era opportuno. Aveva una lezione, da portare avanti. Si schiarì la voce, sedendosi dietro la cattedra. La sua voce, bassa e profonda, cercò, di soverchiare il chiasso, prodotto dai suoi alunni. La classe, era mezzo deserta. Un classico. Pensò. Certe volte, gli passava la voglia di insegnare, eppure amava il suo lavoro. Scosse la testa.
«Allora ragazzi, riprendiamo il discorso, dell'altra volta? Ricordate, parlavamo della suddivisione delle parole, in base all'accento.»
Un coro di protesta, si alzò nella classe.
«Ma professore! Non dovremmo parlare delle vacanze?» Un ragazzo, alto e allampanato, aveva fatto sentire la sua voce, dal fondo della classe, in mezzo agli schiamazzi dei suoi compagni, che ridevano.
«Molto spiritoso, Blindi. Ma non siamo in terza elementare.» Inforcò meglio gli occhiali, e si alzò, avvicinandosi alla prima fila. «Allora, chi di voi mi sa dire, la differenza tra una parola sdrucciola, e una parossitona?»
Un silenzio di gelo, calò nella classe. Sertini, sospirò. Era sempre la stessa storia, per ogni cosa doveva sgolarsi, 10 volte, quando gli andava bene. Scosse la testa.
«Ebbene, quando l'accento ricade sulla terzultima sillaba, abbiamo una parola sdrucciola, se invece ricade sulla penultima sillaba, abbiamo una parola parossitona, ossia piana.» Parlava, lentamente, in modo meccanico, mentre i suoi pensieri si perdevano dietro mille congetture.
Erano pensieri che non poteva permettersi, ma neanche riusciva a fermarli. La classe, lo seguiva svogliatamente, tanto per cambiare. Tornò a sedersi alla cattedra. Perché sprecare fiato inutile, quanto nessuno lo stava a sentire? E poi, non riusciva a concentrarsi. Nella sua mente continuava a vedere lei. E lei lo tormentava di continuo. Da troppo ormai.
«Va bene, ragazzi, prendete il libro, e fate gli esercizi di pagina 173.» Scosse la testa. Giada. Il suo nome, suonava dolcissimo, sulla punta della lingua. Chissà cosa stava facendo ora? Si sentiva, come un adolescente, ogni volta che la pensava. Sorrise, nascondendosi dietro il giornale, che non leggeva. Giada, era una ragazza, una studentessa, che frequentava l'ultimo anno, dell'istituto di fronte. Non era mai stata una sua alunna, anche se l'età era più o meno quella, eppure se ne era innamorato fin dal primo momento che l'aveva vista. Un amore, che aveva cercato di, ignorare, ma che era cresciuto suo malgrado, soprattutto da quando, l'anno prima, lei si era trasferita nell'appartamento di fronte al suo. Da allora, aveva cominciato, a trovarsela, sempre davanti, e piano, aveva cominciato ad avvicinarlesi, anche se si era sforzato di tenere un certo distacco. Sapeva che era fidanzata, e si era sempre sforzato di essere felice, per lei, anche se pensava che il ragazzo in questione, fosse un cretino. Spesso, si erano fermati a parlare...e ogni tanto lui le aveva dato un passaggio, a scuola, una stupida scusa, per starle, accanto. Si era messo proprio in un bel guaio. Ma non poteva farci niente. Quel giorno, poi, era particolarmente, inquieto. Continuava a guardare l'orologio, quando diamine sarebbe finita l'ora? Sorrise, tra sé, un po' amaro, il professore, che condivideva, con gli alunni, l'urgenza di scappare da scuola. Perché era quello che voleva fare. Quella mattina, non aveva visto Giada, e ora, non desiderava altro, che andare a casa, e scoprire cosa, diamine fosse successo. La lancetta, dei secondi si muoveva, lesta, quasi prendendosi gioco di lui, mentre quella dei minuti, la seguiva, con esasperata lentezza. Era proprio vero, che lo scorrere del tempo era soggettivo.


La cucina, era silenziosa. Aveva, indossato un paio di jeans, scoloriti e un golfino, e lasciato i capelli, sciolti. Non si era curata più di tanto di aggiustarsi, in fondo, per rimanere in casa, le bastava esse più o meno in ordine. E poi si sentiva a pezzi. Ai suoi, aveva detto di avere qualche linea di febbre, ma in realtà non se la sentiva di uscire di casa, e andare a scuola, affrontare gli amici, i compagni...lui. Le lacrime, le pungevano gli occhi, ma cercò di ricacciarle indietro. Non voleva piangere per lui, non se lo meritava. Un tipo come quello non meritava, neanche il suo disprezzo...eppure. Si sentiva così afflitta, così arrabbiata...e vuota. Sentiva una delusione, crescente che l'avvolgeva tutta. Bella fregatura, l'amore, le venne da pensare. Ma era mai stato amore? Domanda, inutile, anche perché avrebbe dovuto porla, a lui, non a se stessa. Lei era sicura, di averlo amato, e forse, lo amava, ancora, altrimenti, perché ci stava così male? Si sentiva così ferita...e così sola...svuotata. Tre anni non erano uno scherzo, eppure, cercò di sforzarsi di ragionare, possibile, che in quei tre anni, le fosse sfuggito, qualcosa? C'erano stati segnali che aveva finto di non capire, e non vedere? Faceva ancora fatica a crederci. Il suono del campanello, interruppe il filo dei suoi pensieri. Chi poteva essere? Certo, non lui, si rimproverò mentalmente. Non poteva essere così stupida.
Spiò dietro lo spioncino, l'uomo alto, dai capelli neri. Il professore, che abitava di fronte, ma che voleva?
«Buongiorno professore.» Lo salutò aprendo.
«Ah, buongiorno, Giada. Pensavo fossi a scuola, c'è tua madre?» Chiese, cortesemente, con un sorriso.
«No...le serviva qualcosa?»
«Ho finito il caffè.» Che scusa, puerile.
«Prego, entri, dovrebbe essercene, da qualche parte....» Esitò un attimo, prima di entrare in casa...caffè...già lo beveva di rado, e in casa doveva averne, pure due o tre scorte, si era bevuto il cervello? Non poteva, escogitare una scusa migliore? Ma ormai, la carta l'aveva giocata, e doveva fare buon viso a cattiva, sorte.
«Grazie. Come mai non sei andata a scuola?»
«Perché me lo chiede?» “Sono preoccupato per te” pensò, ma non disse nulla di simile.
«Scusami...è il professore che c'è in me...» Replicò invece.
«Ah, ma allora non le importa, davvero! Comunque sono raffreddata.»
«Sì, che mi importa...ad ogni modo, non sembri raffreddata.» Giada arrossì.
«Be'..ecco...io...»E si interruppe, sembrava così triste, che a lui gli si strinse il cuore.
«Se vuoi parlarne, sono, qui...magari sfogarti può farti bene.» Erano in piedi, uno di fronte all'altra. Gli occhi di lei, velati da lacrime, che non riusciva più a trattenere. Fece un passo verso di lui, o forse fu il contrario. Quello che era certo, è che di punto in bianco, si trovò, a piangere sulla sua spalla, scossa dai singhiozzi, mentre con mani nervose, stringeva la camicia, di lui. Era assurdo. Lì, stretta al suo vicino...che conosceva appena...eppure in quel momento non le sembrava poi così assurdo.
Era, pietrificato. Tutto si sarebbe aspettato, ma non quello. Ma lei era lì, tra le sue braccia, o per meglio dire, appoggiata sul suo petto, a piangere. Che c'entrasse quel cretino del suo ragazzo? Ma lui cosa poteva fare? In quel momento, sentiva di amarla, più che mai, ma era giusto? Cosa, doveva fare? Stringerla, o allontanarla? La seconda ipotesi, gli sembrava impensabile...ma la prima, era fattibile? Nel dubbio, rimase fermo. Voleva consolarla, ma come poteva? Gli faceva male, vederla piangere. Tante volte, nei suoi pensieri, era diventata, la sua Giada, che ora, avrebbe dato qualsiasi cosa, pur di farla felice, amava, quando sorrideva. Ma cosa, fare, cosa dirle?
«Mi...scusi...» Giada, fece, un passo indietro, cercando di asciugarsi le lacrime, col dorso. Gli faceva tenerezza.
«Vieni, qui.» Disse, prendendo il fazzoletto. Le asciugò gli angoli degli occhi, con quanta più delicatezza, poté.
«Devo sembrarle una...sciocca.»
«Mi sembri, solo molto triste. Vuoi dirmi perché?» Giada tirò su col naso.
«Ettore...mi ha lasciata...poco prima di Natale...» Che bastardo! Pensò, con rabbia.
«Mi dispiace.» Gli avrebbe spaccato più che volentieri il muso.
«Non mi dice, che sono una cretina? Che è stato meglio così...»
«E perché? Il cretino, passami il termine, è lui. Se è stato, meglio così, puoi saperlo solo tu.» Giada, abbozzò un mezzo sorriso.
«È il primo a dirmi così...il problema è che non lo so, se è stato meglio così...»
«Questo, te lo dirà solo il tempo, sai?» Certo, se potessi, avere quel cretino tra le mani...pensò dandosi dello stupido, non erano discorsi da farsi.
«Sembra che mi capisca.»
«Ecco, sono stato giovane anch'io, quando c'erano i dinosauri, si intende!» Giada sorrise, suo malgrado alla battuta.
«Eppure non sembra così giurassico.» Osservò, sorridendo. Aveva gli occhi gonfi, e ancora l'aria, triste, ma almeno si era calmata un po'.
«Ti ringrazio.» Sorrise. Che conversazione, sciocca. Avrebbe voluto dirle ben altro, ma non poteva. Come faceva a dirle, che era contento, che si fosse liberata di quel cretino?
«Oh, il caffè...me ne sono dimenticata! Venga in cucina.»
«Non, ti preoccupare.»
«Le sto facendo perdere tempo...mi dispiace.» Be' considerato, che il caffè non gli serviva, era vero il contrario.
«Ma, no, figurati, anzi, dovrei essere io a dispiacermi, non volevo, farti rattristare.»
«In realtà aveva ragione...forse dovrei parlarne con qualcuno. Ma è difficile, trovare qualcuno, tanto disponibile, da starmi ad ascoltare, senza giudicarmi.»
«Be', non così difficile, se hai bisogno di sfogarti, basta fare pochi passi, sono nell'appartamento di fronte. Puoi venire quando vuoi.»
«Lei è molto gentile, grazie.» Gentile, dice lei, stupido, pensò era molto più adatto come aggettivo. Si stava mettendo in un guaio, ancora più grosso, e per cosa, poi?
«Dico sul serio. E comunque non dovresti chiuderti in casa a piangere. Fa male alla salute, sai?»
«È facile da dire, ma a farsi, be' non è così. Mi sento così...»
«Confusa? Vuota, sola?» Suggerì, lui con dolcezza.
«E lei come lo sa?» Abbozzò un sorriso amaro. Già, cosa ne sapeva? Erano tre anni, che pativa le pene dell'inferno, per lei.
«Tutti, soffriamo per amore, prima o poi.»
«Non lei! È un uomo, e poi è così...»Arrossì
«Vecchio?» Suggerì di nuovo.
«Veramente, non era quello che volevo dire...ma non so...lei ha un'aria così sicura, così forte.»
«L'amore, Giada, non ha niente a che fare con tutto questo, sai?»
«Io penso, che sia una gran fregatura. Che non esista. Sono stata tre anni con lui...e mi ha lasciata, così da un giorno all'altro per un'altra.» Cretino e bastardo, pensò.
«Sai, Giada, forse non era amore, da parte sua, intendo.»
«Già...forse...ma...»
«Fa male, lo so, ma almeno, te lo sei tolto dai piedi, e scusami la franchezza, ma eri sprecata con uno come quello.»
«Lo pensa davvero?» Sembrava così confusa che gli si strinse il cuore.
«Ne sono convinto.» Giada, lo guardò con occhi nuovi, come se lo vedesse per la prima volta. Sembrava così sincero, e lei non lo aveva mai guardato sul serio prima di allora. Si sorprese a notare, come fossero grandi, i suoi occhi azzurri, dietro gli occhiali sottili, mentre i capelli neri, erano arruffati, come se ci avesse passato le dita...che avesse avuto una giornataccia? Si sorprese a chiedersi. Il volto, poi, era decisamente, attraente... ed era alto, molto alto...ma da dove saltavano fuori quei pensieri? Abbassò gli occhi, e lo sguardo le cadde sulla camicia di lui, l'aveva bagnata e spiegazzata. Arrossì.
«Le chiedo, scusa. Le ho rovinato la camicia...» Lui le si avvicinò, prendendole, il mento con un mano, per farle alzare il viso.
«Di camice, ne ho tante, Giada, cosa vuoi che m'importi? L'importante, è che tu ti senta meglio, è così?» La guardò con fare indagatore. Stava meglio o no?
«Mi sono calmata, un poco. Ora le vado a cercare il caffè almeno, non avrà sprecato tempo inutile.» Gli sorrise. E lui, la guardò sparire in quella che doveva essere la cucina. No, non aveva sprecato tempo, non era mai tempo sprecato con lei, e se quell'impiastro dell'ex non l'aveva capito, allora era davvero uno stupido. Ma non poteva dirglielo.
«Ecco il caffè»
«Ti ringrazio. E ricordati, se hai bisogno, conta su di me.»
«La ringrazio, ma se lo ripete ancora, la prenderò sul serio.» Cercò di scherzarci su, ma di colpo, si ritrovò a pensare che le sarebbe piaciuto, se lui fosse stato serio...ma non sapeva spiegarsene il perché.
«Allora, non mi resta che ripeterlo. Lo dico davvero, Giada a me non costa nulla, se hai bisogno, bussa pure, non ti preoccupare.» Sembrava sincero. E lei gli sorrise.
Si salutarono e lui, la lasciò per tornare nel suo appartamento, dandosi dell'imbecille. “bussa pure, non ti preoccupare, a me non costa nulla” certo, come no, a parte, finire in analisi...già, ma in fondo cosa gli importava? Ormai al suo equilibrio aveva rinunciato già da un pezzo, e se davvero avrebbe potuto esserle d'aiuto ne sarebbe stato ben felice, ma sapeva che lei non sarebbe mai andata da lui. Entrò nel suo appartamento e si appoggiò alla porta. Cosa ne avrebbe fatto ora del caffè? Ma quello era decisamente l'ultimo dei suoi pensieri.


FINE PRIMA PARTE.




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Racconto scritto il 15/01/2018 - 10:24
Da Marirosa Tomaselli
Letta n.225 volte.
Voto:
su 1 votanti


Commenti


bel racconto scorrevole lettura

GIANCARLO POETA DELL'AMORE 15/01/2018 - 16:02

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