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Appiglio

Forse doveste imparare ad amare la vostra solitudine,
Forse io,
Dovetti restare a pezzi come un puzzle,
Poiché,
Mi fui abituata,
A non cercare più delle risposte alle domande.
Ebbi dimenticato la speranza,
E non completai il quadro coi pezzi mancanti.
Forse tutti dovemmo ammettere di esseri incompleti e soli.
Non sono la vittima,
Né carnefice,
Sono un onda dell'oceano che travolge ed a volte,
Viene travolta.
Il mio conflitto è definibile eterno.
Eterno,
Come la vita,
Come la morte,
Senza il perché,
Senza un come.
Questo mio corpo maledetto,
Segnato nel profondo e preso per dare,
Risultante in una condizione traballante,
Di un solo affitto del sole.
Sono nata da sola,
E morirò da sola.
Nel mezzo di questi due poli opposti e distanti,
Che cosa voglio conquistare?
Ovvero,
Come posso conquistare il mondo,
Quando non so,
Come conquistare,
Me stessa?
Quante volte ho letto i miei pensieri lacerati nell’anima da un tarlo,
Che rode incessantemente.
Quante volte ho rivisto stralci della mia vita tradita,
Con cui ho voluto aprire il varco profondo della storia.
Quella storia,
Magari,
Forse,
Dove gli altri,
Non vogliono guardare,
Magari,
Forse,
Perché loro,
Vogliono costruire una vita decente con le scelte ponderate.
Con le loro certezze avanzano decisi in una realtà preconfezionata.
È ovvio che,
Non li può toccare una storia,
Di chi si accascia dentro sé stesso, 
Rimanendo sospeso in una dimensione ambivalente.
Anch'io costruirò il mio regno,
Sarà pieno di colori,
Come un grande arcobaleno.
Anch'io,
Avanzerò decisa in una realtà,
Ma,
Non nella vostra.
Due realtà,
Due linee parallele sullo stesso piano,
Ma che,
Non si incontreranno mai.
La mia dimensione non è omologa,
Non può esserla,
Poiché alla base della mia profondità,
C'è il dilemma,
Che pochi si pongono.
Essere sé stessi o non esserlo.
Io,
Dotata di un’acutezza olfattiva per le delusioni in agguato,
Di un udito affinato da anni di rumori molesti,
Che pungono addosso come ingiuste percosse.
In questo mondo inadeguato alle mie aspettative,
Dove nessuno osa più fidarsi,
Nel momento in cui si avanza nel fango,
E gli altri vedono una semplice foschia. 
Per questo,
A volte,
Possiamo sospendere ogni nostro intento,
E la vita stessa,
Ci porgerà una mano,
Quella mano,
Quell’appiglio,
Chiamato "La scrittura"


M. P.




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Racconto scritto il 16/04/2018 - 15:42
Da Michaela Patricie Zaludova
Letta n.127 volte.
Voto:
su 1 votanti


Commenti


Grazie

Michaela Patricie Zaludova 19/04/2018 - 07:29

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Struggente e profonda. Piaciuta, tanto.

Atrebor Atrebor 17/04/2018 - 18:10

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Molto sentita nel suo acuto seguitar...
*****

Rocco Michele LETTINI 17/04/2018 - 09:55

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