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Lo specchio (2015-2018)

Guardo me stesso allo specchio. Sembro un furetto domestico alla ricerca delle mie ipocondrie. Lo specchio guarda me nel suo distacco dalla realtà. Mi regala una freddezza schifosamente gelida. Smetto di respirare con il naso, e dalla bocca escono arcobaleni mai sbocciati. Rabbia amara. Io sono rosso massacro e ascolto le sue parole:
-Dicono che sia tutta questione d’esperienza-
-Cosa intendi?- domando a quel riflesso maligno
-Qualsiasi cosa-
-E pensi sia davvero così?-
-Non ne sono più tanto convinto. Altrimenti chi ha fatto di più dovrebbe essere il più bravo.-
-In quale ambito?-
-Qualsiasi ambito. Chi ha scritto di più, chi ha suonato di più, chi ha infornato di più, chi ha battuto di più il ferro. Chi ha sparato più stronzate. Chi ha pregato di più. Chi si è ostinato a fallire di più. Eppure poi emergono come stronzi caldi dal letto del fiume sempre i più mediocri-
-Quindi?-
-Un poeta americano scriveva: ”Grida, quando bruci”-
-Allora lui aveva ragione?-
-Ci è andato vicino, ma non è bastato a fartelo capire. Sei qui, ti osservi e non trovi nessun senso-
-A cosa?-
-Alla tua esistenza. Basterebbe un’opinione, o anche una sceneggiatura semplice, da commedia-
-E invece?-
-Invece vedo solo paure. Hai sbriciolato i tuoi sogni in milioni di paure-
-Perchè ho fatto ciò, specchio?-
-Qualcuno nell’underground americano diceva “grida quando bruci”, ma tu continui ad avere la bocca chiusa-
Mi allontano dallo specchio titubante, a terra tantissime molliche di pane mai mangiate. Esco dal bagno dando un’ultima occhiata e le briciole iniziano ad unirsi. Ma io chiudo la porta a chiave.
Entro nell’ufficio di mio padre.
Mi siedo sulla sua poltrona e guardo la scrivania: carte di lavoro ovunque, il monitor del computer acceso, la ceneriera sempre devastata da centinaia di mozziconi.
Infine noto un piccolo accendino a forma d’incudine di color rame. E’ un discreto accendino da scrivania, ben fatto. Da un lato si legge: “ L’AMICIZIA E’ SACRA” . Scritto proprio così grande. Dall’altro lato la marca di un’impresa di bacinelle di Lumezzane.
-Allora andiamo? Ci aspettano gli avvocati.- disse mio padre scattante.
In macchina rapido mette il cellulare incandescente a caricare nella presa dell’accendisigari. Poi parte a tutta velocità. Lo soffro il suo modo di guidare. Mi porta alla nausea, ma forse è solo una mia suggestione.
-Pà puoi andare un po’ più piano?-
-Non c’è tempo. Non c’è tempo!-
Si esaurirono allora quattro ore in compagnia degli avvocati un po’ ascoltavo e un po’ pensavo di quali particolari dover scrivere. Ad esempio il modo di fumare dell’avvocato talmente aggressivo e verace che teneva la sigaretta stretta tra le dita non nella parte colorata di arancione ma vicino alla parte che brucia:
-Esatto. “Grida quando bruci” era Bukowski che lo scriveva. Ma dannazione manca qualcosa, te ne rendi conto che manca qualcosa in tutto questo dipinto fumuso?-
-Si.-
Mi rispondeva lo specchio di un bagno di un ristorante.
Quello che mancava, forse, era il mio riflesso nello specchio, che sbiadiva sempre più.
E allora mi domandavo: a quale porto sto donando la mia essenza?


Morirono parecchie sigarette quel pomeriggio che poi divenne sera.
Mio padre andò – un attimo al bagno, aspettatemi qui- e rimasi in compagnia dell’ultimo avvocato rimasto.
-E tu? Gridi quando bruci?- mi disse
-Cosa?-
-No dico, ti va di accompagnarmi a comprare le sigarette?-
-Va bene.-
Erano pochi passi
-Tuo padre lo fa per voi, tutto questo. Perché oggi è così ma poi si litiga tra fratelli e familiari. Perché oggi è così ma poi diventa un casino, per non parlare di quando entrano in gioco altre persone. Le mogli e le amanti, è tutto un gran casino. La legge è una mite mietitrice. Ti fa morire lentamente, sotto le sue parole siamo piccoli cereali che aspettano la macina-
Annuivo.
-Un pacchetto di Diana rosse grazie. Tuo padre sta sempre al cellulare-
-Si.-
-Perché non hai figli?- chiesi.
-Le mogli, i divorzi, sono cose complicate, è tutto un gran casino-
-Immagino.-
Raggiungemmo mio padre.
I due presero un caffè. Il terzo della giornata. Almeno dal pomeriggio, prima non so.
-No grazie io non bevo caffè- dissi
Mi fa sempre strano dire che non bevo caffè. Qui a Napoli è quasi una bestemmia, spesso la gente mi guarda male oppure non sa che dire.
Per un periodo allora ho bevuto caffè per accontentare gli altri. Stavo sempre nervoso, ad accontentare gli altri.
Quindi ho smesso e va bene così. Fanculo.
-allora che prendi?-
-Una bottiglina d’acqua naturale.-
-Neanche gasata?-
-No.-
Accompagnammo l’avvocato alla sua macchina. Una Jaguar grigio metallizzato lucente. Bellissima. Tutto tornava, l’avvocato è un uomo sveglio, guarda che macchina. Dannato volpone, ti stimo e t’invidio. Poi però va oltre e si siede in un Fiat punto vecchia ed ammaccata. Anche l’avvocato doveva avere i suoi scheletri nell'armadio.


Durante il viaggio di ritorno mio padre guidava con più moderazione e ciò permise ai miei nervi di rilassarsi un po’. Mi sentivo stanco. Il traffico volle che la nostra macchina si doveva fermare per qualche istante davanti ad una finestra con le inferriate arrugginite al cui interno dei bambini ballavano, ridevano e si divertivano.
A quel punto scattò qualcosa nel mio cuore, riuscivo a immaginare la voce di quei bambini, i loro pensieri stupidi e creativi e tutti i mostri di carta con cui giocavano. I bambini bruciano continuamente le loro emozioni e se ne fottono del mondo.
La maestra appoggiata alla lavagna baciava un collega e tutti creavano un piccolo girotondo di felicità.
Poi il semaforo tornò verde e il clacson delle macchine interruppe bruscamente il mio immaginario.


Eccomi allora, tre anni dopo, appena tornato a casa con la voglia irrefrenabile di andare in bagno a parlare con lo specchio:
-Ci sei?-
Ma lo specchio non risponde, ma io continuo a parlargli:
-Non è l’amore né quantomeno l’esperienza. E’ l’identità. Avere identità. Sta tutto lì. Non essere una copia di chi non siamo. Non vivere la vita nel falso riflesso di qualcun altro. Lo vedi specchio? Sono io.-
Ma lo specchio non rispose nè rifletteva la mia immagine, invece tutte le molliche di pane si erano congiunte a formare una copia esatta di me che prende un fiammifero e prova a darmi fuoco dicendo:
-Grida, quando bruci-.




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Racconto scritto il 24/05/2018 - 13:02
Da Bruno Gais
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