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La lettera

Quando l’atmosfera della casa si colorava di scuro e montagne d’ombra si appropriavano delle pareti, già di per se dai toni qualunque, ad ammazzare ogni istanza di luce, lei stava. Stava, come un vaso immobile ed inutile. Circondata dalla sua stessa mancanza di consapevolezza. Stava, come sta qualcuno che non ha niente, che possiede solo il vuoto. E lei aveva cercato di riempirlo questo vuoto, con ogni immaginabile “accessorio”. Lei stessa definiva il contenuto del suo animo cosi, quasi non le importasse neppure distinguerlo: se era qualcosa che l’avrebbe fatta stare meglio, anche soltanto per poco, magari un giorno, al diavolo tutto! avrebbe pensato, prima di impossessarsene. Casa sua era ormai l’inutile che prendeva forma. In cuor suo sapeva che non avrebbe mai smesso di vivere priva di ogni coordinata, ma forse, nei più reconditi meandri della sua mente, da tempo in balia di un’anarchia impossibile da spodestare, v’era uno spiraglio di lucidità baluginante che le dava forza, facendole credere che No! Non è la fine del mondo, tu esisti ancora!. Eccome se c’era. A volte, alla mattina, lo percepiva benissimo fare luce tra la nebbia. Poco dopo però, ecco che si affievoliva, e dava spazio alla confusione cieca.


Da quando era morta Betty, andava avanti così. Era inscindibile la maschera con la quale sperava di potersi coprire gli occhi e la mente per sempre. Non sperava neppure di vivere, a chi sarebbe importato se fosse morta, dopotutto? A sua madre? A quella donna che non aveva saputo crescerla, che l’aveva abbandonato a se stessa all’eta di 12 anni, a badare al fratellino, perché doveva tuffarsi in fiumi di alcool? A lei non sarebbe importato niente di sicuro; probabilmente non avrebbe mai saputo della morte di sua figlia, tanta era la distanza fisica, e affettiva, che le separava. Al fratello invece sarebbe importato qualcosa? Era un medico affermato, di quelli che guarda le persone dall’alto in basso, che vive in costante tensione emotiva, mica per il suo lavoro, nemmeno gli importava veramente della salute dei suoi pazienti, ma per la brama di successo che era sicuro il futuro gli avrebbe riservato. Doveva essere il miglior dottore sulla piazza, l’unico da cui la gente sarebbe andata per farsi curare, il primo a cui avrebbero pensato. Lei, che si era dovuta improvvisare mamma cosi giovane, l’aveva tirato su al meglio delle sue forze, ma adesso non riusciva più a capire cosa fosse successo: il mondo le si era ribaltato addosso, e lui, suo fratello, l’unico che avrebbe dovuto mostrarle riconoscenza veramente, aveva fatto di tutto perché ciò accadesse.
Non si vedevano da mesi, forse era passato un anno intero; mai una lettera, mai una visita. Neppure lei si era fatta sentire, anzi proprio lei aveva cercato di tranciare i rapporti con lui, dopo che aveva visto in cosa si era trasformato, al suo matrimonio: si esprimeva con quel linguaggio che puzzava di ipocrita arrampicatore sociale, e cercava di ostentare lo stupore del dolore altrui, da cui si percepiva un perbenismo immondo. Peccato per la moglie, donna ingenua. Chissà che fine farà. Diventerà la casalinga a cui nulla è concesso, costretta, entro il camino familiare, a badare ai bambini, -perchè si sa che sarebbe servita a quello, a fare figli- ad educarli secondo schemi d’altri tempi. Poveri bimbi, neanche loro conosceranno mai la vita vera, il profumo lieve e pregnante del libero arbitrio. Non lo sapranno mai. Anche i mostri hanno bisogno di figli, dopotutto.
Forse è giusto così, pensava. Forse non c’è un vero e proprio ordine delle cose: che tutto accada come deve accadere. Al diavolo la religione e la morale! Al diavolo tutto!
Era stanca, non ce la faceva più.
La finestra era aperta, lei a passo lieve vi si avvicinava, rimanendo sempre immobile.
Una piccola lettera sgualcita era aperta sul tavolo, e leggeva “Mamma, ti amo, e sappi che non è colpa tua. Sono io il problema, sono io che mi sento diversa ed inadatta qui…”. Gliela aveva fatta trovare Betty in cucina poco prima di togliersi la vita e spezzare quell’ultimo sottilissimo filo che la legava alla madre. Che voleva dire quando aveva scritto “qui”? Qui dove? A casa? In Inghilterra? C’era un altrove lontano in cui la figlia aveva covato sentimenti che al mondo intero non era stato concesso di conoscere, nemmeno alla madre.
Non se ne capacitava ancora. Non si dava pace, quel “qui” era un boccone che non era riuscita a digerire.
Cosa avrebbe fatto adesso? Si sarebbe lasciata naufragare nel vortice di ricordi o avrebbe cercato di reagire, per ricostruire quello che da tempo era a pezzi? Avrebbe continuato a pensarci finche la morte non l’avrebbe prima o poi ricondotta nelle braccia della figlia, o avrebbe cercato di ricomporli quei pezzi, attraverso quel bagliore vitale che ancora per poco possedeva? E di Betty, che ne sarebbe stato di Betty?
Sorrise.
La luce lunare l’accarezzò, e a lei sembrò tutto così chiaro.




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Racconto scritto il 19/06/2018 - 19:21
Da Alessandro Pellei
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