Inizio


Autori ed Opere


Ultime pubblicazioni

Mi sei entrato sotto...
Scriverei il mio dia...
Madre terra...
MORIRE AD AGOSTO...
Quell'arancia...
Giardini giapponesi...
MASTURBAZIONE MENTAL...
Catena senza chiave...
La festa...
AMICI VERI...
il prodigio...
TEMA: UN AMORE SUL W...
Il Poeta e la Montag...
Una carezza al cuore...
La più grande ricche...
Un amore virtuale di...
Prendimi l'anima...
ACCADE...
I Poeti non guardano...
Molte persone posseg...
I peggior cattivi so...
SEMPRE MIA...
Alba...
Canzone maldestra...
La Dea che canta...
chiedetelo a Siri...
Il Pirata...
Sommerso...
Davanti al mare......
MURO ANTICO...
Vietnam anni sessant...
Orca Assassina...
Brecciame...
Sognare o arrendersi...
Errore umano...
Se mi guardi e non p...
BOSCO...
Segni indifferenti...
QUANDO TI ABBRACCIO...
ricordare...
L'amore e l'amicizia...
Ho un sogno da realu...
l'antica porta...
L’Amore che vorrei...
Infinito...
Capitano, dove sei?....
Gioca a scacchi cont...
Luci d'Estate...
..e tirarlo a forza...
L’orticello del conv...
Cicala...
Che roba !...
Poesia è una pagina ...
Eclissi di luna...
Tempesta...
QUANDO ARRIVERÀ IL M...
Eppur m'è caro...
Riflessioni in bilic...
Lidia...
Per i bambini è faci...
La voce del vento...
Da questa battima...
Notti d'agosto...
Starseed...
Ormai come ogni nott...
La vecchierella...
Il paese fantasma...
La guerra tra animi...
Soffice balzo...
La mia vita...
Sul tetto del mondo...
La Quercia...
Ti tengo nel cuore...
Non esiste vita che ...
Donna...
L'ultimo esame...
Ti porterò con me...
Ho comprato una lett...
Lira di Dio...
La dama...
Mattino...
Visioni d'Estate 201...
I miei castelli......
mi piace stare qui...
Inadatto...
RICORDI...
Una Corsa Speciale...
Lo scorrere dell\'ac...
Dove sei?...
L'addio...
Chiudi gli occhi, fi...
Haiku Nel cielo...
Una amicizia special...
L ' ultima Thule...
Al rincasar degli sb...
Gli anni vanno via e...
POETARE...
In riva al mare...
NON FRIGNARE PIÙ...
Ho bisogno di te...

Legenda
= Poesia
= Racconto
= Aforisma
= Scrittura Creativa


Siti Amici


martiniadriano.xoom.it



Il primo amore di Francesco

Quando viene il tempo della vendemmia e mi capita di passare nei paesi che costeggiano il lago, ricchi di filari d'uva, ben tenuti e allineati come i cipressi di Bolgheri, anche se non sono alti e schietti come quelli, non posso fare a meno di pensare a Francesco, uno degli amici che ho lasciato al paesello natio quel giorno che la mia famiglia si trasferì in città.
Francesco era uno che si faceva notare; aveva l'argento vivo in corpo, era un gran lavoratore e gli piaceva organizzare le feste contadine. I suoi occhi parlavano per lui, che era di poche parole. Guardava le ragazze, i campi di granturco e i vigneti, gli animali e gli alberi allo stesso modo, con curiosità, con ardore, con quella voglia in corpo che ribolliva come i tini colmi di mosto. Insomma, le cose lui non le vedeva: le guardava con avidità, le ammirava, le viveva, pareva quasi che volesse assorbirle, impossessarsene intimamente.
Durante la vendemmia si offriva per organizzare una festa di balli e bevute, e non solo; la sua specialità era quella di trovare le belle del paese, giovani ragazze che accettassero di entrare con lui a piedi scalzi nelle grosse tinozze, colme di grappoli d'uva, per la pigiatura.
Lui entrava per primo, a torso nudo e pantaloncini corti, mentre le ragazze, che a quei tempi portavano le gonne lunghe, erano costrette ad alzarle sopra le ginocchia alla maniera delle gitane nel ballo tzigano.
I ragazzi più piccoli, come ero io, ma anche gli anziani del villaggio, battevano le mani come a scandire il movimento ritmato dei piedi e qualcuno cantava pure ritornelli del tipo: pigia pigia che la gatta è sempre bigia, schiaccia l'uva con i piedi fin che i grappoli non vedi... pigia pigia e fallo bene fin che il vino rosso viene.
Francesco in quei frangenti sembrava preso dalla tarantola, quasi che i vapori del mosto gli andassero alla testa. Gli occhi blu parevano incendiarsi di luce, e il suo sguardo andava a cadere senza ritegno sulle gonne delle pigiatrici.
« Alza quella gonna che ti sporchi...tirala su bene, non c'è nessuno che ti guarda... », diceva con gli occhi puntati su quelle bianche ginocchia e sulle cosce appena scoperte dal movimento.
L'ultima volta che lo vidi intento alla pigiatura, lui aveva venti anni ed io quasi dieci.
Poco dopo ce ne andammo, io, papà, mamma e i miei fratelli. In paese rimasero le tre zie che, da brave zitelle, ci trattavano come figli e piansero lacrime amare per la nostra partenza.
Mio fratello, sempre un po' malaticcio, veniva coccolato e viziato, io venivo inondata di baci da mattina a sera, ed avevo sempre le guance rosse, a causa della foga con la quale zia Matilde sfregava la sua pelle ruvida di contadina sulla mia, delicata, di bambina.
Giulia, la sorella più grande, veniva coperta di regali: scarpe da signorina, borsette, vestiti. Insomma, per loro eravamo “ i più belli del mondo “, frase che ripetevano ad ogni buona occasione.


Che Francesco si fosse innamorato di me non lo sapevo, e mai l'avrei pensato, vista anche la differenza d'età.
Tornavo regolarmente al paese ogni anno, durante la ricorrenza autunnale della prima Domenica di ottobre, una festa contadina che si potrebbe definire del “ringraziamento”, ed ogni volta le nostre famiglie si ritrovavano, o dopo il pranzo per gli scambi di auguri, essendo le nostre cascine attigue, oppure all'oratorio, per la pesca di Beneficenza. Ma confesso che fin che ebbi diciassette anni non mi accorsi mai di niente. Certo, lui era un uomo fatto e mi dava una certa soggezione, e mi guardava con i soliti occhi, ma quello era il suo modo di guardare tutte le ragazze, o anche le giovani spose, o le fidanzate. Non era una novità.


Poco prima del mio diciottesimo compleanno conobbi un ragazzo di città che aveva quattro anni più di me, e mi chiese di uscire proprio quella domenica riservata alla festa del paese. Ci eravamo baciati una sola volta, durante una gita sciistica, ma io mi sentivo attratta dalla sua personalità istrionica, multiforme. Gli dissi della festa, dispiaciuta di non poter accettare il suo invito, ma lui non si dava mai per vinto. In niente.
« Nessun problema per la festa», disse, « ti accompagno io »
« Sì, mi piacerebbe, ma viene tutta la famiglia » obiettai.
Poi gli spiegai che mio padre era all'antica, che le zie erano gelose di me e che forse non era il caso.
Lui veniva da una famiglia ricca, ed io mi vergognavo un po' della nostra cascina malridotta, della cucina alla buona, insomma del paese e dell'ambiente semplice e popolare che si creava in quel frangente. C'era chi alzava la voce, chi si ubriacava, chi intonava canzoni allusive...che dire, ero in imbarazzo per la proposta di Enrico, il mio corteggiatore.
Ma lui era un pazzo unico, non c'era niente che potesse fermarlo, e le mie obiezioni non erano che un piccolo gradino da saltare, cosa che fece a piedi pari.
« Vengo a casa tua, preparati, e mi presento alla famiglia » disse.
« Ma... mio padre non so come la prenderà », dissi, cercando di dissuaderlo.
Non ci fu niente da fare. La sera dopo, era di sabato e precedeva la giornata della festa, sentii suonare al campanello. Il cuore mi si fermò, per un attimo. Mio padre mi guardò, dal momento che ero arrossita, e mi chiese:
« Chi è, qualcuno che viene per te? »
Non seppi dire niente, ed allora mio padre andò al citofono.
« Chi è? »
Quando sentii la risposta, anziché arrossire sbiancai. Mio madre mi guardava implorante. Aveva capito, e i miei fratelli si incuriosirono. Beniamino, il più piccolo, rideva.
« Sono Enrico, il fidanzato di Franca. Devo parlare con suo padre »
La cosa andò per le lunghe, ma quel che interessa sapere è che il giorno dopo Enrico venne con un'automobile sportiva, vestito di tutto punto. Non sapeva che avremmo pranzato nell'aia fra anatre e galline coi pulcini, intente come brave maestrine ad insegnar loro a ruspare nella buca del letame in fondo al portico, senza contare le mosche che svolazzano dappertutto, fastidiose.
Le zie, appena arrivati, lo “smirarono” per bene, come usavan dire loro, per indagare sul soggetto, e dovettero passare alcuni anni prima che lo promuovessero appieno.
Comunque sia, da quella prima volta non ci perdemmo una sola volta la prima domenica di ottobre, sicché Enrico e Francesco si ritrovarono a frequentarsi e diventare amici.
E fu proprio in occasione di una delle solite bevute in solitario che i due si facevano, che venne a galla la storia del primo amore di Francesco.
Si erano appartati nella sua cantina per la degustazione di un vino novello che veniva dall'Oltrepò Pavese, e li trovai alticci che ridevano e scherzavano, e forse parlavano di donne, come sono soliti fare i maschi quando sono su di giri.
« Eccola » disse Francesco nel vedermi, « è venuta a prenderti »
Io avevo una venticinquina d'anni e ormai vivevo con Enrico da alcuni mesi.
Quando lo esortai a tornare nella nostra cascina, visto che tutti si chiedevano dove fosse finito, lui se ne uscì con una frase delle sue, scherzose, confidenziali, che per me erano un complimento, anche se espresso in modo originale:
« La vedi...mi comanda già. Ora sono suo schiavo. Se qualcuno in paese l'avesse presa in moglie, ora sarei un uomo libero » , disse rivolgendosi a Francesco, e giù una bella risata.
Non contento aggiunse:
« Chissà come avete fatto a farvi scappare uno splendore di donna così, voi del paese... » , continuò, e mi baciò.
Francesco mi guardava nel solito modo, che ormai conoscevo, ma questa volta trovò il coraggio anche di parlare:
« Ringrazia Dio che ero troppo vecchio per lei quando mi innamorai, altrimenti tu qui non ci saresti mai venuto. Lei è stata il mio primo amore »
Enrico gli diede una gran pacca sulle spalle, buttarono giù un altro bicchiere di vino, si abbracciarono, ed Enrico, da par suo, volle avere l'ultima parola:
« Meno male che eri troppo vecchio...mi è andata bene »
Ancor oggi, a distanza di anni, quando si incontrano per una ricorrenza, l'ultima volta è stato il funerale di Maria, una zia di Francesco, si rintanano in cantina da buoni amici, bevono, ridono, parlano di chissà cosa e si tirano frecciate.
E alla fine della giornata Francesco, all'insaputa di sua moglie, ci riempie la macchina dei suoi prodotti dell'orto, dei salami migliori e più stagionati e di bottiglie di vino.
Al che Enrico mi guarda, e dice:
« Dagli almeno un bacio... »
Ed ogni volta Francesco risponde:
« Cancher... », che in lingua italiana non è traducibile con una sola parola. O forse sì, canchero,
E per curiosità sono andata a vedere cosa dice il Dizionario Enciclopedico Treccani a proposito dei suoi sinonimi. Ecco quel che ho trovato: impiastro, rompiscatole, scocciatore, fastidioso, importuno, insomma faccia da schiaffi.




Share |


Racconto scritto il 16/07/2018 - 09:53
Da Franca M.
Letta n.96 volte.
Voto:
su 4 votanti


Commenti


Sei davvero brava a raccontare...si legge che è un incanto, per la magia dell'ironia, saputa dosare con sapienza...crea uno scenario bellissimo, tra i sapori del passato e le emozioni sempre nuove. Complimenti Franca

Margherita Pisano 17/07/2018 - 16:11

--------------------------------------

La storia è genuina,con un sapore di altri tempi, raccontata con ironia e simpatia...
Brava

Grazia Giuliani 16/07/2018 - 19:47

--------------------------------------

Una bella atmosfera di altri tempi, sapientemente descritta.

Mimmi Due 16/07/2018 - 15:42

--------------------------------------

un rivivere i vecchi tempi con la consapevolezza e l'ironia di oggi
davvero ben scritto
complimenti

laisa azzurra 16/07/2018 - 14:07

--------------------------------------


Inserisci il tuo commento

Per inserire un commento e per VOTARE devi collegarti alla tua area privata.



Area Privata
Nome :

Password :


Hai perso la password?