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Predatori di anime

Predatori di anime


«Lasciaci soli», ordinò con voce stanca all’infermiera l’uomo dal volto emaciato disteso nel letto.
La donna, aguzzando la vista nella penombra della camera, termino di sistemare l’ago della flebo; poi salutò il signor Aurelio Rapini e i due vecchi amici appena giunti al suo capezzale e se ne andò.
«Ciao, Angelo, stai da Dio con l’abito talare… il fisico pingue a volte può essere utile», esordì ironicamente. E salutando l’altro amico proseguì con lo stesso tono: «Ciao, Francesco, tu invece, essendo smilzo, non saresti stato un buon cardinalone… hai fatto bene a scegliere la facoltà di medicina e chirurgia».
«Tu invece, con il cervello che ti ritrovi, non avresti potuto fare null’altro che un sacco di soldi», replicò, sorridendo, Francesco.
«Aurelio avrebbe potuto usare il suo cervello e i suoi denari per aiutare il prossimo, invece che sperperarli, insieme al suo tempo, per rincorrere esoteriche fascinazioni che non portano da nessuna parte», ribatté Angelo redarguendo entrambi, usando il tono grave che abito e coscienza gl’imponevano.
«Fascinazioni, le chiami», disse in un sospiro, volgendo lo sguardo in direzione della lama di luce che penetrava dagli scuri accostati. Poi chiese a entrambi: «Non vi siete chiesti perché, dopo quarant’anni, ho voluto incontrarvi, prima di andarmene a guardare cosa c’è oltre la vita?»
«Presumo per la nostra antica amicizia», rispose deciso Francesco.
«Bella risposta, Francesco… Conta anche quella, ma non solo… altrimenti avrei chiamato pure Antonio, Roberto e Mario», replicò forzando la voce. Poi guardò Angelo: «Neanche tu, che sei culo e camicia col Creatore, hai avuto qualche soffiata?» gli chiese tossendo.
«La tua ironia fuori luogo non mi diverte!» sbottò l’alto prelato. «Almeno di fronte alla morte, prova a fare la persona seria!»
Aurelio non mutò l’atteggiamento ironico e, ridendo e tossendo, gli chiese: «Cosa ci guadagnerei, la serietà allunga la vita?»
«Sicuramente allungherebbe la mia presenza al tuo capezzale!» tagliò corto indurendo il tono Angelo: e tanto bastò.
«Scusa», sussurrò Aurelio prima di chiudersi in una breve riflessione. Dalla quale se ne uscì dicendo: «Ho voluto vedervi, per capire a chi lasciare la cosa più preziosa che possiedo».
«L’anima!» esclamò istintivamente Angelo.
«Perspicace… e non poteva essere altrimenti, vista la professione», replicò Aurelio, non riuscendo a trattenere l’innata ironia.
«Ok… Ed io, che ci dovrei fare con la tua anima? Trapiantarla a qualcuno che l’ha venduta?» chiese a tono Francesco. Poi, osservando lo sguardo torvo del cardinale, sbottò: «E levati per un attimo la tonaca, no? Era solo una battuta!»
«Quella che tu chiami tonaca, non la posso levare: è parte del mio essere servo di Nostro Signore», ribatté l’alto prelato baciando il crocefisso d’oro che pendeva sull’abito talare.
«Se non vi spiace, vorrei tornare al tema di questo nostro incontro», s’intromise Aurelio richiamandoli all’ordine. «Prendete le sedie, è una roba abbastanza lunga da spiegare», concluse indicandole.
Angelo e Francesco presero le sedie, si accomodarono ai lati del letto e si misero all’ascolto; non immaginando minimamente lo strabiliante segreto che Aurelio avrebbe svelato loro da lì a poco.

«Ti sbagli, Francesco, non è grazie al mio cervello… o almeno, non solo a quello, che mi sono arricchito», esordì. Poi, indicando un ritratto sul comodino, proseguì: «Era lui il vero genio della lampada».
«Gesualdo Cuperi, il tuo…» commentò istintivamente il cardinale, tacendosi prima di concludere la frase.
«Forse volevi dire: Il mio socio», completò ironicamente la frase Aurelio. Poi facendosi serio si corresse: «No, sicuramente dall’espressione colpevolizzante, intendevi: amante. Oppure: compagno… Sbaglio?»
Il cardinale abbassò gli occhi e non replicò, Aurelio sorrise e chiosò: «Non mi sbaglio!»
«Perché inferisci su Angelo!» sbottò Francesco. «I tuoi gusti sessuali sono universalmente noti, come nota è la posizione della chiesa sulle adozioni… Non te la devi prendere con un suo rappresentante se la legge laica, genuflessa davanti a quella religiosa, non ti permise di adottare quel figlio tanto agognato da te e dal tuo compagno di vita.»
«Una legge non al passo coi tempi. E’ mai possibile che ancor oggi, come al tempo della nostra richiesta di adozione, e sto parlando del duemila e quaranta, quasi cinquant’anni fa, la chiesa possa mettere ancora becco nelle faccende dello stato?» replicò Aurelio, esprimendo tutta l’amarezza per l’irrealizzato desiderio di paternità.
«Lo so, sono regole dure da seguire… Ma senza le regole della fede… sarebbe il caos, l’anarchia, la fine di questa società materialista attaccata con lo sputo. Abbiamo combattuto duramente, noi servi di Dio, contro la secolarizzazione e il caos imperante; e questo comportò il ritorno a regole cancellate da un progresso basato solo sul consumo di tutto, persino della coscienza umana», provò a spiegare il cardinale, cercando di giustificare la posizione della chiesa che, bene o male, era riuscita a riportare un po’ d’ordine in una società allo sfascio.
«Beh, ora ne ho abbastanza! Non son venuto fin qui per assistere al vostro duello personale… Fatela finita o me ne vado!» sbottò Francesco, alzandosi dalla sedia.
«Hai ragione, tanto punzecchiandoci non caveremo un ragno dal buco, lui resterà comunque sulla sua granitica posizione», disse in tono sconfortato Aurelio. Prontamente rimbeccato da Angelo: «E tu sulla tua!»
«Già!» esclamò Aurelio, mentre con la mano faceva cenno a Francesco di sedere. «Gesualdo, oltre al resto, era un genio dell’archeologia», proseguì sospirando, tornando a guardare il ritratto. «Fu grazie alle sue intuizioni, alle sue invenzioni che scoprimmo la Pompei sudamericana. E quello fu l’inizio della nostra fortuna. Gesualdo, da personaggio schivo e timido qual era, lasciò a me l’onere e l’onore di presentare al mondo la relazione, scritta di suo pugno, sulla strabiliante scoperta archeologica… Poi, visto l’enorme interesse, scrivemmo a quattro mani il racconto dettagliato dell’avventura che cambiò per sempre le nostre vite. Non fu tanto la scoperta in sé a farci ricchi e famosi, ma l’enorme successo del libro e del film che venne ricavato dalla trama… Aggiungo che: considerato il fatto che avevamo tenuto nascosto il segreto che avrebbe potuto sconvolgere o confermare il mistero della creazione, non ci saremmo mai aspettati un simile successo.»
«Di quale sconvolgente segreto stai parlando?» chiese mostrandosi molto interessato all’argomento il cardinale.
«Un segreto che ero indeciso se rivelare, o portare nella tomba!» rispose prontamente Aurelio.
«E che oggi hai deciso di rivelare a noi» chiosò Francesco. Prima di chiedergli: «Perché?»
«Per scegliere se lasciare l’anima… all’uomo di fede…» rispose guardando il cardinale. Poi, dopo una breve pausa, volgendo lo sguardo sul chirurgo concluse: «O all’uomo di scienza».
«Non è a te che spetta decidere la sorte di un bene che non ti appartiene. L’anima ti è stata offerta in comodato d’uso gratuito da Dio per permetterti di vivere e discernere il bene dal male, e quando il contratto giungerà alla sua naturale scadenza, lui si riprenderà ciò che gli appartiene!» lo informò Angelo, mostrandosi certo di ciò che andava affermando.
Aurelio non si scompose. «Della mia anima, Dio farà ciò che riterrà opportuno fare… Non è lei, l’oggetto del contendere.»
«Se ti diverte così tanto giocare a nascondino…» sbottò il fumantino Francesco. «Beh, allora lo farai senza di me… Io me ne vado! Addio, Aurelio!»
«Non gioco a nascondino! Ho veramente un’anima da liberare, e non è la mia!» s’infervorò ansimando, prima di essere colto da una crisi respiratoria.
«Calmati, respira a fondo… il battito è regolare… ecco sta passando», diceva Francesco, in piedi accanto al letto auscultandogli il polso; mentre Angelo, dall’altro lato, osservava stringendo nella mano destra il crocefisso.
Passata la crisi, Aurelio attese che i suoi due amici tornassero a sedersi. «Fu durante gli scavi nel sito archeologico per portare alla luce le rovine Ambara…» iniziò a raccontare. Poi, indicando una fotografia aerea delle rovine appesa alla parete di fronte, proseguì: «Pompei al suo confronto, è poco più di un villaggio. Scavammo per tre anni, togliendo strati su strati di terra e sassi, prima di raggiungere il letto di cenere e pomici eruttato dal vulcano. Poi, scavando per arrivare a quello che fu il piano di calpestio di una casa, trovammo il primo scheletro dentro la cavità creata dalle parti molli del corpo decomposte. Allora Gesualdo, rammentando Pompei, decise di riprodurre i calchi di uomini e animali rimasti sepolti sotto lo strato di cenere e pomici. Usando un’eco-radar scoprì una ventina di cavità. Il primo calco in gesso fu quello di un uomo con la bocca spalancata alla disperata ricerca di aria; il secondo una donna con le mani sulla bocca per proteggersi dall’aria rovente… Poi, durante la perforazione per colare il gesso nella terza cavità, accade qualcosa d’incredibile…» si tacque un attimo. «In che forma si dovrebbe presentare l’anima, se la potessimo guardare… solida? Liquida? Gassosa?» chiese al cardinale.
«L’anima è puro spirito, è materia del pensiero, e, come tale, non si può né vedere né toccare», rispose l’alto prelato.
«Eppure io e Gesualdo l’abbiamo vista», ribatté Aurelio, chiudendo gli occhi per rivivere la scena.
«L’avrai sognata», buttò lì Francesco.
Aurelio scosse il capo. «No, l’abbiamo proprio vista… Quel mattino sotto la tettoia di lamiera ondulata per proteggerci dalla pioggia battente eravamo solo noi due; fu quando Gesualdo estrasse la punta del trapano dalla cavità che accadde l’incredibile… dal foro uscì un intenso aroma di lavanda, poi un filo di fumo sottile e azzurrognolo che, accompagnato da un suono come fosse un soffio di vento nell’aria immota e umida, salendo lento attraversò il tetto in lamiera senza bucarlo… Corremmo all’esterno e seguimmo il percorso del filo di fumo lungo poco più di un metro, finché non lo vedemmo svanire tra le nubi.»
«Ma quale anima, era solamente gas accumulatosi nella cavità durante la decomposizione del corpo, quello uscito dal foro che avete praticato», provò a spiegare Francesco, mentre Angelo confermava l’ipotesi annuendo.
«Gas che odora di lavanda e passa attraverso la lamiera senza bucarla?» chiese ironicamente Aurelio.
«Il gas essendo più leggero dell’aria va verso l’alto, quando ha incontrato l’ostacolo è scivolato contro la lamiera ed è uscito di lato… Il resto, è frutto della suggestione provocata dall’entusiasmo del momento», provò a spiegare Francesco.
«Ti sbagli, esistono fenomeni inspiegabili a cui la scienza non sa rispondere… E questo è uno di quelli», replicò Aurelio. Poi volse lo sguardo sul cardinale. «Tu che ne pensi?»
«Penso che dovresti continuare, trovo molto interessante il tuo argomentare», rispose infastidito dalle continue interruzioni.
«Gesualdo, scioccato, decise di fermare le perforazioni delle cavità fino a quando non fosse riuscito a capirci qualcosa. Dopo aver consultato siti e libri che narravano delle leggende del luogo, giunse a una conclusione sconvolgente. “Quella che abbiamo visto uscire è l’anima dell’uomo che ha lasciato la sua impronta nella cavità!” mi disse sconvolgendomi. E quando gli chiese perché perforando le prime due cavità non fosse accaduto nulla, mi spiegò che: “L’anima dai primi due calchi deve essersene andata prima che cenere e pomici coprissero i corpi; questo perché morirono prima di essere sepolti. L’ultimo deve essere riuscito a sopravvivere abbastanza a lungo per essere coperto da uno strato impenetrabile di cenere, che legandosi con i pomici e altro materiale piroclastico ha prodotto una specie di corazza impermeabile e impenetrabile, non solo agli agenti naturali, ma anche soprannaturali”. Ma questo fu nulla al confronto di quello che pensava di fare. “Sai, penso di aver trovato il modo d’imprigionare un’anima prima che voli in cielo!” così mi disse, come se fosse la cosa più semplice di questo mondo… e pure dell’altro.»
«E tu, come l’hai presa la bella notizia?» gli chiese con una punta d’ironia Francesco.
Aurelio sorrise. «Direi bene. Gli chiesi solo di spiegarmi come intendesse procedere», rispose, tacendosi subito dopo.
«E come intendeva procedere?» chiese allora il cardinale, stringendo nervosamente il crocefisso.
«Lavorò tre giorni per costruire la trappola per l’anima. Poi, entusiasta, mi mostrò il frutto del suo ingegno. “Ho usato cenere e pomice raschiata dalla cavità che conteneva l’anima, se riuscissimo a farne entrare una e poi chiudere l’apertura non ne uscirebbe più”, mi spiegò mostrandomi un cubo da venti centimetri di lato, realizzato con il cemento ricavato mischiando il materiale precedentemente raschiato con dell’acqua; mentre nell’altra mano reggeva il tappo dello stesso materiale con il quale intendeva chiudere definitivamente il foro, dal diametro di cinque centimetri, praticato su una faccia del manufatto. Il suo piano era così semplice che al momento lo reputai infantile, ma per non scontrarmi, e anche perché un po’ ci credevo, lo assecondai. Le prime tre perforazioni andarono a vuoto: nessuna anima albergava le cavità. Ma quando ormai non ci credevo più... ricordo come fosse ora; mentre Gesualdo estraeva la punta io tenevo il cubo posizionato in linea con il pertugio, a un metro un metro e mezzo d’altezza, e quando il profumo di lavanda m’invase le narici, lo abbassai fino a trenta quaranta centimetri dal foro; mentre Gesualdo con il tappo in una mano e del cemento fresco nell’altra, sdraiato a terra guardava attraverso lo spazio tra il cubo e il foro. “Ecco, sta entrando”, sussurrò appena, emozionatissimo, vedendo il fumo azzurrognolo entrare nella trappola. “Ora!” esclamò posizionando il tappo. E subito dopo lo cementò definitivamente. Esausti guardavamo, increduli, il cubo dove eravamo riusciti ad imprigionare l’invisibile, l’impalpabile… Un’emozione così intensa non l’avevo mai provata, e mai più la provai», concluse commosso.
«Mio Dio!» esclamò sconvolto il cardinale. «Ora capisco, quella povera anima è ancora imprigionata dentro il cubo, e tu te ne vuoi disfare prima di morire.»
«No, non direi disfare, ma donare… Donarla a chi ne saprà fare buon uso», precisò Aurelio.
«Beh, allora dalla pure a lui e facciamola finita! Io mi curo dei corpi, magari se fosse stato un organo vitale… no, non saprei proprio che farmene di un’anima», tagliò corto Francesco guardando l’orologio.
«Non aver fretta di andartene, te ne potresti pentire», replicò Aurelio. Aggiungendo: «Ho seguito i tuoi tentativi, miseramente falliti, di riportare in vita corpi crioconservati».
«Un inutile spreco di denaro ed energie: non ci si può sostituire a Dio», sentenziò il cardinale.
«Possedendo un’anima, da usare alla bisogna, ci si potrebbe provare», buttò lì Aurelio.
Francesco, il chirurgo, lo guardò basito; Angelo, il cardinale, si fece il segno del cristiano e baciò il crocefisso.
Aurelio li guardò entrambi, sorrise e proseguì: «Finora, dopo averli scongelati, sei riuscito a far battere il loro cuore per pochi secondi… Quello che hai fatto, è stato come accendere un motore senza riempire il serbatoio. Ora io ti posso offrire il carburante per far sì che la macchina possa non solo essere accesa per qualche secondo, ma anche camminare».
«Non è farina del tuo sacco questa», saltò su il cardinale.
«No, hai ragione, Angelo… pure questa è un intuizione di Gesualdo; quando comprese che nessun luminare fosse in grado di guarirlo, dopo aver cercato di curarsi da solo pensò al modo di sfruttare l’immenso potere racchiuso dentro il cubo. “Mi dovrai fare ibernare, sono sicuro che prima o poi qualcuno proverà a sconfiggere la morte… ma fallirà sicuramente perché la vita non è solo cuore e polmoni che funzionano, ma è anche e soprattutto spirito che tutto muove e comanda”, mi disse, spiegandomi quando e come usare l’anima imprigionata nel cubo. Purtroppo, Gesualdo non morì nel suo letto, ma in un incidente aereo, ed io non potei rispettare la promessa di farlo ibernare», concluse commosso, accarezzando il ritratto.
«La devi liberare, l’anima non è una merce che si può scambiare… Dami retta, Aurelio, devi farlo subito!» disse il cardinale, usando un tono insolitamente duro.
«Questo, da uomo di fede sarebbe il tuo consiglio; ma prima di decidere vorrei sentire il parere anche dell’uomo di scienza… Tu che ne dici, Francesco?»
Francesco rifletté a lungo, mentre Angelo e Aurelio attendevano che si esprimesse. «Dopo aver tentato per anni di sconfiggere la morte, ora mi si offre l’opportunità di trapiantare, non un cuore, un polmone, un fegato o un rene… ma addirittura l’anima…»
«L’anima non la puoi trapiantare, non è compito tuo occuparti dello spirito!» sbottò il cardinale interrompendolo.
«Lascia che sia lui a decidere quali siano i suoi compiti», provò a zittirlo Aurelio.
«I suoi compiti sono quelli di curare il corpo. Farebbe meglio a lasciar perdere il sogno di far rinascere i morti e concentrare i suoi sforzi per curare i vivi!» insistette infervorandosi il cardinale.
«Ora basta!» esclamò Francesco, attirando su di sé l’attenzione dei due, che si ammutolirono all’istante. Poi, appoggiando i polpastrelli alle tempie, proseguì moderando il tono: «Che razza di ibrido uscirebbe dall’unione di un corpo con un’anima che non gli appartiene? E poi, in caso di rigetto, cosa farei? Non ci sono farmaci in grado di trattenere un’anima che se ne vuole andare… Ha ragione Angelo, libera quella povera anima e lasciala volare in cielo, è quello il suo posto».
Il cardinale annuì sodisfatto. «Grazie Francesco, sapevo di poter contare su di te», disse. Poi si rivolse ad Aurelio: «Ora che hai ascoltato il parere del religioso e dello scienziato, qual è la tua decisione?»
Aurelio indicò un mobiletto accanto alla porta. «E’ la dentro, prendila!» ordinò al cardinale.
Con passo lento e compunto il cardinale si avvicinò al mobiletto, ruotò la chiave, aprì lo sportello e, alla vista del cubo, s’inginocchiò e recitò una preghiera di ringraziamento. Poi prese la scatola e si avvicinò al letto. «Il tappo è sigillato, come devo fare?» chiese ad Aurelio.
«Una scatoletta di cemento, basta a contenere il più grande dei misteri?» si chiese incredulo Francesco, sgranando gli occhi.
«Il più grande dei misteri, è in tutto quello che ci circonda», sentenziò il cardinale.
«Amen!» esclamò ironicamente Aurelio. Prima di chiedere: «Ora che la messa è finita, prima che ve ne andiate sarebbe opportuno liberarla».
«Sì, ma come?» domandò il cardinale, rigirando la scatola fra le mani.
«Dentro il comodino trovi martello e scalpello», rispose Aurelio indicando il cassetto.
«Avevi pensato a tutto, eh?» osservò Francesco prendendoli. Poi, porgendoli al cardinale, aggiunse: «Toh! Le anime son affar tuo».
«L’anima sì, ma non il suo contenitore», replicò il cardinale.
«Che succede, l’anima vi spaventa? Guardate che non morde mica, eh?» ribatté in tono ironico Aurelio.
I due continuarono a rimpallarsi il compito di colpire il tappo. Allora Aurelio escogitò una soluzione condivisa. «Che ognuno si assuma la sua parte di responsabilità. Facciamo così: io reggerò la scatola; tu, uomo di chiesa poco avvezzo ai lavori manuali, reggerai lo scalpello appoggiandolo nel centro del tappo; e tu, che hai mani da chirurgo, assesterai un colpetto di martello secco e preciso.»


Raggiunto l’accordo, il cardinale porse la scatola ad Aurelio, che la strinse tra le mani; poi prese lo scalpello dalle mani di Francesco e lo puntò nel centro del tappo.
«Siete pronti?» domandò Francesco alzando il martello. E quando i due annuirono assetò il colpo che sfondò il tappo.
Con gli occhi sgranati sul pertugio e il cuore in tumulto attesero che l’anima lasciasse la sua prigione.
«Non esce?» chiese con un filo di voce Francesco.
Aurelio guardò nel pertugio. «Mah! E’ vuota!» esclamò sorridendo.
«Ti sei preso gioco di noi… non c’è mai stata nessuna anima lì dentro», disse il cardinale scuotendo il capo.
«Che scherzo del cavolo!» sbottò Francesco, posando il martello sul comodino.
«Non prendetevela, non è uno scherzo… dovevo capire…»
«Capire cosa?! Se eravamo abbastanza stupidi e creduloni da cascarci?”, lo interruppe in tono aspro Francesco.
«No Francesco… Mi resta poco da vivere, non ho eredi… dovendo decidere se lasciare la mia fortuna alla chiesa o alla scienza… ho messo in piedi questo gioco per capire quale fosse la scelta migliore.»
«E alla fine, a quale conclusione sei giunto?» chiese il cardinale.
«Tu, spendendoti per la libertà dell’anima, mi hai dimostrato che non sono solo parole vacue quelle che gli uomini di fede van professando», rispose Aurelio. Poi si rivolse a Francesco: «E tu, rifiutando di usarla per pratiche stregonesche… mi hai dimostrato che anche l’uomo di scienza possiede un’anima. Detto questo, ho deciso di dividere in parti uguali la mia fortuna, in modo che possa servire a ristorare corpo e anima», concluse lasciandoli senza parole.


FINE




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Racconto scritto il 17/09/2018 - 18:51
Da vecchio scarpone
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