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Nel DNA della pioggia

Infondo è come essere sul selciato, con le cose che diventano nere e silenziose.
Una situazione di sollievo che allontana da me il dolore che ho provato all’impatto.
La cosa incredibile è che nel dormiveglia sdraiata vicino a me c’è Agave…
Dalla natura morta sulla parete
passai a miglior vita sull’alzata.
Allo spuntar di un mattino
di bruma una mano scavata
mi portò a una bocca inappetente.
In men che non si dica mi ritrovai
a precipitare, spaurito… smarrito.
Piombai nel pattume nauseabondo.
Torsolo senza sostanza, ombra
nella tela; nota morta su uno spartito.


Agave era una piccola bambina che ci ha lasciato una fredda notte d’inverno.
Era nata con la neve, e se ne è andata senza avere mai visto il mare.
Anche se dentro di me sapevo che era tutto inutile, è dovuto passare del tempo prima che il senno
riprendesse a funzionare. C’è voluto un po’ per capire cosa fosse accaduto: prima la sensazione,
poi il rifiuto, poi di fronte al lenzuolo bianco sul suo visino la certezza.
E’ vero, i papà hanno bisogno di costruire, di fare, non possono solo ricordare, almeno
la maggior parte. Molti altri al ricordo di una carezza non reggono al dolore, e tentano
di dimenticare. Ma poi torna tutto su, in un ributto che può uccidere.
I denti di quell’uomo quella mattina battevano disperati quanto il cuore. Ho guardato la luce
dentro ai suoi occhi, e ho sentito con lui la vita come fosse pioggia scivolare via dalla sua bambina.
E ho sentito la sua mano diventare fredda, e ho cercato di stringerla con ostinazione.
Le mamme no, almeno all’inizio, poi anche per loro il ricordo può mostrarsi addolcito.
Malgrado sia passato del tempo, mi tradisce ancora l’emozione quando parlo di lei.
La notte che è morta l’oscurità aveva la forma di quello che ti manca, ed è stata l’ultima
notte che è piovuto…
Sulla mano di quell’uomo e negli occhi, oggi di Agave rimane poco. Quanto poco è stata
con noi… il suo profumo di bimba, le poche foto in cui sorride da una RAM.
Il suo ciao ciao con la manina, forse una premonizione.
Si era addormentata sul suo braccio e non voleva svegliarla. E non si è più svegliata.
Al parco, mentre guardavano insieme le oche che si rincorrevano per tutto il laghetto.
Speravo di andare a dormire e di svegliarmi con lei ancora viva tra le sue braccia, ma la notte
era appena iniziata, ed era ancora troppo lunga.
Ha urlato solo la mia anima, e quel grido nella testa quando viene buio ancora echeggia.
Mio papà è morto quando avevo 29 anni, anzi 30. Un freddo febbraio, quando l’ombra si allunga
sulla panchina di fronte al laghetto nel parco. Non l’ho più rivisto, ma questa è un’altra storia…
E c’è differenza, quando perdi un figlio è tutto molto diverso: credi di essere Dio, un privilegiato.
Pensi di controllare la vita perché sei un papà e invece sei uno qualsiasi, e solo in quel mentre
te ne rendi conto… e perché tornare ad alzarti!? Speri che la tua vita finisca, sei stordito,
arrabbiato e ti senti in colpa. Tutto questo è normale.
Ma un giorno tornerai a sorridere, e ti sorprenderai. Capirai che puoi sopravvivere, che il dolore
riaffiora solo in certi momenti, ma ti darà tregua. Penserai che quello che è successo sia terribile,
ma averla messa al mondo e averla avuta con te anche se per poco sia stata una grandissima fortuna.
Ogni anno torna qui (fa un po’ male ma ci si abitua) quell’uomo, e reincide sulla mia corteccia
il nome della sua bambina. Lei rideva guardando i miei frutti…
Sono l’unico nespolo, da quando mio padre se n’è andato, di fronte al laghetto nel parco
che vede quelle notti in cui l’uomo si sveglia e getta versi sulla carta.
La mano è come se non gli appartenesse…
Se la notte non fosse lì per lasciarsi guardare, direi che è la sua piccola Agave che scrive.




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Racconto scritto il 15/06/2019 - 05:10
Da Mirko (MastroPoeta)
Letta n.132 volte.
Voto:
su 4 votanti


Commenti


Tristissimo vedere la miete di un figlio... Bravo tu, per come hai rubato l'attenzione e per come hai descritto il dolore.

Teresa Peluso 16/06/2019 - 03:23

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Straziante , mi è venuto il magone

Maria Isabel Mendez 15/06/2019 - 23:04

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Ops, bella
Perdona gli errori

laisa azzurra 15/06/2019 - 15:07

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Mirko
Profondamente bella nella sua "profonda" tristezza.
La morte di un figlio è un dolore che ti lacera per tutta la vita e...
L'unico motivo per sopravvivere è proprio pensare "che averla avuta, è stata una grandissima fortuna"
Il nespolo è continuità...
Ogni anno, i suoi frutti di agro e di dolce, così come quel ricordo
Di dolce
...di agro
Eccellente

laisa azzurra 15/06/2019 - 15:06

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Hai una profonda sensibilità nel cogliere certi stati d'animo, nel descrivere il dolore.
Arrivi all'anima, sei bravissimo Mirko.

Grazia Giuliani 15/06/2019 - 12:23

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Pieno di emozioni che a stento si controllano. Impeccabile il modo in cui racconti tutto questo. BRAVISSIMO!!!

Massimo Tovagli 15/06/2019 - 08:33

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