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A dorso d'un secolo senza soma

Secolo che va,
corri
a scordar l'amore tra le braccia d'altre donne innamorate dei propri stupratori,
là,
dove la peristalsi dell'aria paludosa dei ricordi porta l'odore della decadenza
e,
negli afrori della percezione oclocrastisca, si perde il suono di violini zingari tra il blues e la statale.


Stagioni intere sulle massicciate e i cadaveri degli accapo che sbuffando si confondono nel vapore di una locomotiva al chiaro di una luna sempre troppo lontana e così...
Grande.
Quel giovane,
smargiasso eppure magro,
come quella luna, indifferente e freddo,
non si fa raggiungere mai, sempre in corsa dietro a quel sorriso morto dentro come luce fioca nata millenni orsono:
catastrofico e bellissimo d'una bellezza empia - benché pura - nel silenzio della notte.


Nella semplicità di un sudario, come mosche sul cibo marcio, si accumulano i giorni di gioventù orinati fuori dal fiume del tempo e, spersi,
come gocce di nebbia restano sospesi velando quei tempi antichi di capriole e valzer con la coltre dei cocci del passato,
per sempre sepolti nei giardini squillanti delle risate fanciullesche.


Sullo sfondo
la sporca vita di città
sovrapposta a quel che era un resto di campagna,
l'imago mortis d'un verso che
vai gridando perché ti và,
folle in auto
e pazzi dal barbiere;
non ci sono pezzi di ricambio per la vita,
nessuna meccanica
se non quella celeste
e anime in fiamme che van di fretta verso il nulla
attraversando il deserto delle idee.


Perché brillare?
A che scopo inondare di luce sonante,
bruciando,
il seno avvizzito di un pianeta colmo di lampioni?
Perché,
poi,
spargere l'allegria?
La risata è il fuoco d'una cometa che rapido si spegne nel sorriso leggero d'una beffa,
avidi imbroglioni tutti noi a cui non resta che qualche istante come granelli di sabbia sciolti dal vento.


Sono un essere piccolo,
io,
così minuto da sdraiarmi all'ombra del bonsai e da annegare nel succo di una sola oliva,
buono e mansueto,
così lontano da quel giovane, come la luna dista da esso,
lontano
dalla mano che armò i fascisti
e la violenza della ripercussione di chi salutava il giorno nuovo - diceva:
La terra a chi la lavora! - che pure bagnò di odio chi l'aveva coperta di sangue,
eoni di ingiustizia,
fratelli di lacrime amare a cui non fu concesso cambiare niente:
solo disgregazione e false identità,
danze sulle stragi,
imposizione del consumo nel nome del Padrone.
Sono così lontano da quel giovane,
come il calore dista dalle vene d'un morto,
sono tenero, io,
amante e fiero d'un amore genuino,
feroce,
sotto le unghie porto vecchie foto
tra lo sporco e le zanzare,
di qualcun'altro che andava scordar l'amore tra le braccia d'altre donne innamorate dei propri stupratori,
là,
dove la peristalsi dell'aria paludosa dei ricordi porta l'odore della decadenza
e
le idi di marzo si tramutano in poveri sciocchi intristiti da schermi vuoti sulle pagine dei quotidiani.


Violentaci,
dunque,
storia futura!
Che il cadavere dei nostri cuori accolga,
a braccia aperte sui binari,
il treno che lo strazierà!


Approfondire non giova più,
bisogna rifiutare quel troppo che non basta mai
e nel rifiuto,
riconoscersi figli e padri
della malinconica nostalgia
dei carcerieri della nostra dignità,
perdendosi nell'eco
dell'arcobaleno di sangue e budella,
sull'odore di una zagara fiorita.




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Racconto scritto il 08/07/2020 - 18:55
Da Filippo Di Lella
Letta n.85 volte.
Voto:
su 0 votanti


Commenti


Bello e particolare questo racconto.

Antonio Girardi 10/07/2020 - 11:24

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