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IL PRESAGIO

IL PRESAGIO



28 Dicembre 1908, ore 05,21, un violento terremoto rade al suolo la città di Messina e la dirimpettaia Reggio Calabria, disastro reso ancora più grave dal pauroso maremoto che ne seguì. Una data tragica che registrò migliaia di morti, una difficile ricostruzione e la vita stravolta per i sopravvissuti. Di questo pauroso evento, non certo unico in Sicilia, mi è giunto uno strano racconto, che si era perso nel grande flusso dei ricordi. Un altro dei racconti familiari, fatti o esperienze che allora si condividevano nei momenti di riunione. Un incontro casuale sul treno avvicinò miei genitori, allora sposini, con una famiglia di messinesi, i cui nonni anziani erano miracolosamente scampati a quel disastro, grazie ad un brutto presentimento.



Si svegliò di soprassalto con un grido, il cuore gli batteva a mille e sentiva il sudore che gli imperlava la fronte. Ancora quell'incubo, un incubo angoscioso in cui lui si trovava in una strada piena di fumo, nebbia e macerie. Correva nel buio, ma non sapeva verso dove. Egli era in preda ad un istinto che lo portava a cercare una salvezza che sembrava impossibile. Da qualche giorno si ripeteva questo sogno angoscioso che sembrava spingerlo a fuggire, come se un pericolo incombente sovrastasse sopra di loro. Eppure quel giorno dopo Natale si mostrava come una normale giornata invernale e nella campagna dove lui lavorava, tutto sembrava come sempre. Tranne una grande nube che si andava estendendo sopra la città. Era una nube bassa e grigia, opprimente e buia che estendendosi finì per coprire quel piacevole sole invernale che aveva fatto capolino nelle prime ore del giorno.
Il contadino iniziò il suo lavoro di sempre, ma il suo pensiero andava a quelle brutte sensazioni che provava di notte mentre dormiva e a quella sensazione di panico e di paura che non riusciva a spiegarsi. Forse era stanco dei problemi che lo assillavano e della fatica quotidiana per non far mancare nulla alla moglie e ai suoi due figli piccoli che era lo scopo costante della sua vita.
La campagna, in cui lavorava a mezzadria, posta su un alto promontorio, era distante dalla città qualche chilometro e vi giungeva a piedi o in groppa al suo mulo Gero, docile compagno della sua fatica. Eppure da qualche giorno anche lui sembrava nervoso, scuoteva la testa con i crini che si disordinavano e agitava la coda in segno di disagio.
Nicola non riusciva a dare una spiegazione a quei fatti. Egli non aveva studiato, eppure aveva imparato a conoscere la natura , a percepire ogni suo messaggio, a decifrare il suo linguaggio. Tutto era silenzio attorno, tranne quel vento freddo che soffiava basso, trascinando con il suo triste sibilo, foglie secche, rametti e tutto ciò che incontrava sul suo cammino. Anche gli uccelli, che in quel periodo volavano in stormi, non si vedevano, forse si erano nascosti chissà dove.
Da quell'altopiano in cui si estendeva la campagna che Nicola lavorava, si poteva scorgere la città di Messina che si snodava attorno al porto, con le belle palazzine e i monumenti edificati nei secoli, con le navi in continuo transito e con la Madonnina che accoglieva il ritorno dei marinai. Al di là dello stretto che separa l’isola dal continente, ecco le coste Calabre e la città di Reggio Calabria.
Tuttavia, quel giorno, Nicola svolse il suo lavoro come sempre, si fermò per una pausa al rintocco delle campane della Cattedrale, che giungevano sino a lui, e poi continuò finché il sole non iniziò a scivolare dietro ai monti che stavano ad ovest di quel campo arato.
Quando giunse a casa, venne accolto dalla sua famiglia come sempre, tra i giochi rumorosi dei figli piccoli e dalla voce della moglie che mentre cucinava, teneva a bada i monelli.


- Marta ! - la chiamò Nicola giungendo a casa.
- Che c'è Nicola, sono qui, non c'è bisogno che mi chiami così forte!-
- Devo parlarti – era ciò che diceva a sua moglie ogni volta che aveva una preoccupazione e poi, chissà come, si trovava insieme una soluzione-
- Devo preoccuparmi? Fece Marta che mostrava più dei suoi anni, i capelli raccolti sulla nuca e quei vestiti lunghi e pesanti che ingolfavano la sua figura. Eppure gli occhi erano dolci e buoni, ma in quel momento erano preoccupati e ansiosi.
Nicola le spiegò a voce bassa, come se si vergognasse : - Da qualche notte provo una angoscia che mi fa stare male. Faccio sogni orribili e sento una grande voglia di andare via. -


- Perché?- chiese Marta, guardandolo preoccupata
- Non lo so, moglie mia -ebbe quasi un singhiozzo e provava vergogna per quei sentimenti di paura
Poi continuò:
- Sento qualcosa di strano nell'aria, nel cielo che è diventato buio, nel vento che sembra lamentarsi più del solito, gli uccelli poi non volano e Gero è nervoso. Infine la notte sto male per quei sogni brutti in cui vedo tutto distrutto!-


Marta diede un sospiro, aveva immaginato chissà che cosa! Aveva quasi voglia di ridere, ma il volto angosciato del marito la colpiva. Lui di solito era tranquillo e imperturbabile, non lo aveva mai visto cosi.
- Cosa vuoi che facciamo?-
- Dobbiamo andare via, magari per qualche giorno..-
-E dove? Ci sono i bambini... -cercava di far ragionare suo marito.


- Ascolta Marta, in campagna dove lavoro, c’è una casetta disabitata. Chiedo a Don Ciccio se ci possiamo stare qualche giorno.-
- Ma sarà fredda e sporca-
- La sistemeremo alla meglio e poi dopo qualche giorno, appena sto meglio, torniamo.-


Nicola si dava la colpa e pensava si trattasse di una malattia. Quel brutto presagio era davvero strano in quei giorni di festa. Ci si preparava a festeggiare il nuovo anno e in molte case della città i preparativi tenevano in attività frenetica le famiglie.
Marta era convinta che suo marito si era intestardito in chissà quale pensiero, tuttavia decise di non contrariarlo e di seguire la sua volontà. Si sentiva spiazzata, ma iniziò a preparare le loro povere cose, così l’indomani mattina sarebbero andati insieme in campagna.

La mattina si presentò fredda e umida, Marta coprì bene i figli, eccitati dalla novità, e col marito chiusero la porta della loro casetta, incamminandosi nel silenzio della strada, per sfuggire ad una strana paura senza nome. Erano impazziti, pensava sua moglie, ma mentre camminavano vedeva il marito farsi meno agitato, come se si allontanassero da una voragine pericolosa.
Giunsero nella campagna e aprirono quella casa solitaria e semivuota. C’era però un bel camino che li avrebbe riscaldati e la cucina. Nella stanza accanto avrebbero messo dei pagliericci per dormire.


- Marta perdonami per tutto questo, ma adesso mi sento meglio. Sono sicuro che fra qualche giorno starò bene-


- Non ti preoccupare – rispose Marta – i bambini sono contenti e giocano e tu pensa a stare bene!-


Nicola osservava quel cielo sempre più buio e la sua anima sensibile percepiva qualcosa di anomalo, che il comportamento di Gero, il mulo, confermava. Si rifiutava di lavorare ed emetteva dei suoni, come se piangesse.
Attaccata alla casa, una piccola edicola con una statuetta che riproduceva la Madonnina nera di Tindari, sembrava benedire quel luogo. Marta e suo marito rivolsero una preghiera in preda ad uno smarrimento sempre più grande.
In città nel frattempo la vita si svolgeva come sempre e nulla lasciava presagire la grande catastrofe che fra qualche ora li avrebbe travolti.
Esiste anche una leggenda: La sera del 27 dicembre 1908 una donna fuori sé gridava per le strade:
- Sia male! Deve venire il terremoto che scelga le sue vittime e che ammazzi voi e tutta Messina-
Alla donna avevano arrestato il figlio e correndo per le strade maledì la città siciliana.


Quella notte all'Osservatorio Ximaniano di Firenze, sembrava una notte come le altre. Fu alle 5.21 che gli strumenti iniziarono una impressionante, straordinaria registrazione. Da qualche parte stava succedendo qualcosa di molto grave. Registravano un terremoto di magnitudo 7.1 della scala Richter. ma nessun altro dato era disponibile, se non tracce marcate dai pennini sui tabulati. I telegrafi ticchettavano e tutti stavano in attesa di notizie. Infine venne localizzato l’epicentro e si iniziarono ad inviare i primi soccorsi, offerti da navi russe e inglesi in transito nelle vicinanze della città devastata con migliaia di morti e così Reggio Calabria e altri centri vicini. Un grande boato aveva scosso il sonno dei cittadini, mentre un vento sibilante e compresso aveva accompagnato la tragica danza della terra. A quella grave scossa che rase al suolo le abitazioni e uccise migliaia di persone seguì un violento maremoto, con onde alte da sei a tredici metri. Trentasette secondi in cui la potenza degli elementi aveva cancellato vite umane e animali, secoli di civiltà ed grandi monumenti.
I soccorsi una volta sul posto, non poterono che constatare che si trattava di una tragedia immane, al di là di ogni immaginazione. Tuttavia dopo tempo e tante lacrime si ricominciò la faticosa ricostruzione.


Dall'alto di quella campagna Nicola e Marta guardavano impietriti la tragedia della loro città rasa al suolo, compresa la loro piccola casa. Piangevano in silenzio, ringraziando la Madonnina di essere vivi. Ma erano salvi anche grazie ad un istinto che avevano deciso di assecondare, ad un sogno angoscioso, ad un oscuro presagio senza nome e senza volto.
Il racconto di mia madre di quell'incontro casuale sul treno con quella famiglia, di cui ignoro anche i nomi, mi è tornato in mente all'improvviso, guardando su internet una foto di quell'avvenimento tragico. A volte una parola, una musica, un profumo, un cibo, una immagine bastano a rievocare un fatto, una storia, una persona , occultati negli angoli nascosti della mente, altrimenti rimasti nell'ombra, se non ci fosse qualcuno a raccontarli.




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Opera scritta il 16/01/2019 - 16:51
Da Patrizia Lo Bue
Letta n.638 volte.
Voto:
su 3 votanti


Commenti


Grazie Lidia troppo buona!

Patrizia Lo Bue 17/01/2019 - 15:28

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Un bellissimo racconto, con descrizioni precise dei luoghi, dei protagonisti e dei loro stati d'animo, scritto talmente bene da far si che il lettore si senta egli stesso nella vicenda. Le percezioni degli animi particolarmente sensibili talvolta si rivelano poi esatte nella realtà. Complimenti!

lidia filippi 17/01/2019 - 13:53

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Grazie a Francesco Cau e Giacomo C. Collins per le belle parole!

Patrizia Lo Bue 17/01/2019 - 09:02

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Contenuto e forma eccellenti, ho avuto già modo di leggere altri tuoi racconti e ti rinnovo il mio apprezzamento. Complimenti. ciaociao.

Giacomo C. Collins 17/01/2019 - 08:45

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Scusami Patrizia...letto con interesse.

Millina Spina 16/01/2019 - 20:45

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Bellissimo racconto 5 più

Francesco Cau 16/01/2019 - 20:30

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Grazie Millina !

Patrizia Lo Bue 16/01/2019 - 18:23

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Molto bello il tuo racconto documento, ancora vivo grazie al passaparola con cui i nostri nonni e genitori sono riusciti a portarli fino a noi.
È bello, e forse anche doveroso, scrivere di queste testimonianze, spesso intrise di mistero e di magia che ci riportano indietro a rivivere eventi gioiosi o nefasti come quello che hai descritto.
Bel racconto, scorrevole e lento con vero interesse.
Ciao!

Millina Spina 16/01/2019 - 18:18

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