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Elegia dell'ultimo abisso

Non chiedo più il tuo ritorno.
Ho smesso di implorare il destino,
perché anche il destino ha voltato lo sguardo
quando ti ha strappata via da me.


Cammino tra le rovine
di ciò che chiamavo vita,
e ogni passo è un gemito
che nessuno ascolta.
Le mie mani tremano nel vuoto
cercando una forma che non c’è,
una presenza che il tempo
ha divorato senza pietà.


Non ho più lacrime.
Le ho donate tutte alla notte
fino a diventare pietra —
pietra che ricorda,
pietra che non dimentica
anche quando vorrebbe spegnersi.


L’universo continua
con indifferenza feroce,
e io resto qui,
condannato a sopravvivere
al miracolo di averti amata.
Una condanna lenta,
esatta, inesorabile,
che lascia respirare
solo per far sentire
quanto manca l’aria.


Non cerco salvezza.
La salvezza muore nel momento
in cui si ama ciò che non si può trattenere.
Io non ti raggiungerò
né tu tornerai da me.
Questo è l’unico giuramento
che il tempo manterrà.


E nelle notti senza luna,
quando il mondo tace
e anche Dio sembra dormire,
mi sdraio accanto al buio
come fosse l’unica amante rimasta —
e gli sussurro il tuo nome,
perché almeno lui sappia
che da qualche parte,
un uomo senza destino
ha amato più della sua vita
e per questo è stato punito




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Opera scritta il 05/12/2025 - 04:26
Da mauro altieri
Letta n.521 volte.
Voto:
su 1 votanti


Commenti


Bella e carica di forte disperazione in un tempo che non potrà assecondare le perdute nostalgie.
Complimenti.

Maria Luisa Bandiera 05/12/2025 - 15:27

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