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Kathy dagli occhi di bottone

Kathy è sincera, non dice bugie. Ti strizza l’occhio con l’aria complice dell’innocenza, come una
bambola di porcellana. Kathy ti racconta una storia di orsi canterini e la recita muovendo le braccia
con fare teatrale, come la ballerina di un carillon. Kathy cammina per corridoi bianchi di pareti
sterminate e scherza di prati in fiore.


...(Kathy, ma perché non parli?)...


Kathy, dolce Kathy, dimmi un po’: dove finisce il mondo, per te?
Lei ti guarda dall’alto dei suoi dieci anni e ti sussurra: «Il mondo è quello che riesci a vedere, non è
niente di più»; fissa lo sguardo vitreo di Marléne e sorride.
Marléne si aggiusta il vestitino di lino, muove uno sgraziato passo di danza e batte le manine.
Kathy la prende per mano e insieme passeggiano per corridoi vuoti inseguendo l’eco del vento
sibilante. Corrono, saltano e fanno capriole, la felicità è bambina e Kathy lo sa, stendendosi
sull’erba del giardino. Con lo sguardo all’insù, Kathy e Marléne giocano con le nuvole rosate del
crepuscolo, inseguendo i cani e gli uccelli che il maestrale porta dal mare lontano.
«Marléne, andiamo in fondo al giardino? Non ci sono mai stata. Voglio vedere cosa c’è!»
Marlénealza di scatto il mento sfuggente e si nasconde la faccina inespressiva con la manina
bianchissima e sussurra: «Non è buona idea, Kathy. Non c’è nulla di buono laggiù. Solo vecchie
ringhiere avvolte dall’edera e qualche vecchia pietra. Rimaniamo qui, si sta bene. Anzi ho un’idea
migliore: torniamo dentro e giochiamo a nascondino. Vuoi?»
Kathy fa l’aria imbronciata, getta un’ultima occhiata alle siepi in fondo al giardino e dice con aria
delusa che va bene. Butta un’ultima occhiata lasciva alle sue spalle, in direzione della voce che la
chiama da lontano, o così le è sembrato, un attimo di dubbio che si dissipa in un battere di ciglia.
Si rigira verso l’antro e insegue Marléne per i corridoi dell’edificio corroso dal tempo e le
intemperie.
Non c’è giorno senza notte, non c’è crepuscolo senza alba, non ci sono fantasmi senza ricordi.
Il sole viene coperto dall’ombra delle nuvole cariche ma stenta a tramontare, perlopiù si allontana
oltre il Giardino. Marléne accarezza dolcemente la testa di Kathy che dorme tranquilla su un
giaciglio di lenzuola logore ingiallite, gira lo sguardo verso l’eco portato dal vento tra le siepi del recinto:


...(Buonanotte Tesoro, ti voglio bene)...


Marléne rivolge la testa verso Kathy che si agita e si rigira, succhiandosi il pollice; la guarda con aria
felina e la sua boccuccia immobile si articola in un sorriso sardonico e un lampo di furbizia brilla
nei suoi occhi che non si chiudono mai.
Il sole ritorna allo zenit, è una bellissima mattina. Kathy si risveglia con un sorriso radioso, si
stropiccia gli occhi dolci da orsacchiotto e si alza scattante.
«Marléne? Marléne, Dove sei?»
«Sono qui Kathy. Guarda, ti piace il mio vestito nuovo?»
Kathy si volta di scatto verso Marléne che si mette in mostra con il suo vestitino da signorina,
aggiustandosi il cappellino di velluto.


...(Guarda Kathy, Marléne ha un vestitino nuovo! Ti piace?)...


Kathy sfoggia un sorriso luminoso, come il sole che non si offusca mai sul paesaggio immutabile.
«Sei bellissima, Marléne. Una vera signorina!» Marléne rotea su stessa come la ballerina di un
carillon e si passa due ditini tra i capelli di crine. E Kathy sorride ancora.
Il sole è già alto nel cielo, ma la luce filtra straniante tra le ringhiere delle finestre del refettorio
deserto. La polvere è una componente di rifrazione spettrale e la luce tinge di rosa e arancio le sedie
con le gambe piegate e corrose da secoli di ruggine; un tramonto perpetuo nel centro dell’ospedale
abbandonato.
Da quanto tempo si trovano in questo posto? Mesi? Anni?
Kathy ci pensa distrattamente; si sposta una ciocca di capelli dal viso e manda giù l’ultimo sorso di
latte dalla scodella incrostata e con aria soddisfatta si asciuga la bocca con la manica della
camicetta.
I cardini delle porte del refettorio emettono un cigolio infernale quando Kathy le apre, sembra l’urlo
di un fantasma. Lei rabbrividisce a quello stridio, scuote la testa e fa un sospiro per scacciarsi i
brividi di dosso e cammina per il corridoio centrale ed entra spedita nel bagno delle donne.
I lavandini sono arrugginiti e oleosi al tocco e l’acqua viene fuori a singhiozzi. Kathy affonda le
mani nell’acqua gelida e si lava il viso e sussulta per il gelo sulla pelle del viso. Si volta con aria
assorta verso i water anneriti da anni di fuliggine e l’acqua stagnante emana miasmi di putrefazione,
dall’ultimo sulla sinistra, l’unico con la porta chiusa, giunge anche un pianto sommesso e dal tono
sottile; il pianto di una bimba. Kathy abbassa di scatto il mento, strizza gli occhi trattenendo il fiato
e si preme le mani sulle orecchie per non sentire. O per non ricordare. La porta di ingresso del
bagno si apre e la piccola figura di Marléne si sporge nella penombra di quello squallore.
Kathy si gira verso di lei con gli occhi imploranti e Marléne la raggiunge subito e la stringe in
abbraccio forte e le sussurra dolcemente: «Non è niente Tesoro, è tutto passato; tranquilla. Dammi
la mano, andiamo a giocare».
Kathy, ancora un po’ tremante, la prende per mano e corrono saltellando tra i corridoi scrostati e
gli antri in rovina.
Giocano tra le lettighe arrugginite con le gambe piegate e le rotelle cigolanti, si nascondono dietro
vecchie casse si flebo dalle etichette impronunciabili (non si potevano chiamare semplicemente
“quelle cose rosa?” o quelle schifezze amare?”) e vecchi aghi che non fanno più paura ormai.
«Tana! Ora tocca a te cercarmi, Marléne!»
Marléne, accanto a una sedia a rotelle, si copre gli occhi inespressivi con le manine bianchissime e
inizia a contare.
Kathy corre a perdifiato, attenta a non inciampare tra le mattonelle spezzate dai bordi taglienti, entra
in una porta con una targa sbiadita:


D I R E Z I O N E


scansa la vecchia scrivania piena di carte ingiallite e cartelle sparse, si arrampica sui cassetti semi
aperti di un archivio e camminando sul muro si accuccia nell’angolo sul soffitto. Kathy è in attesa,
si copre la bocca con una mano per soffocare un risolino.
Marléne entra spedita e si guarda intorno, con aria furtiva, si guarda intorno e non si accorge di
Kathy che gattona verso la porta, a testa in giù sul soffitto.
Marléne sa fingere, e ignora Kathy alle sue spalle che soffoca un risolino; di scatto corre verso la
sedia a rotelle e toccando il muro grida: «Salva!».


...(Kathy!? Hai detto qualcosa? Tesoro… Ripetilo…)...


Kathy si gira di scatto verso la voce lontana, un flebile sussurro da un punto imprecisato oltre il
Giardino. La sua espressione si storce in un’aria pensierosa e il suo sguardo si perde in direzione
dell’antro affacciato sul giardino. Poi il suo viso si contorce leggermente, come se trattenesse un
pianto irrefrenabile; si copre le orecchie con le mani e a stento trattiene un gemito che le sale dal
profondo e il suo corpo comincia a tremare.
“Da quanto tempo siamo qui?...”
«Kathy! Che succede, non ti senti bene?»
Marléne è alle sue spalle e la guarda con i suoi occhi che non si chiudono mai.
«Marléne… dov’è la mia mamma!?»
Per un momento Marléne si fa pensierosa, e il suo visino inespressivo accenna un’esitazione.
«Kathy, ma cosa dici… Kathy… Tesoro…»
«NON CHIAMARMI COSI’ Marléne! DOV’E’ LA MIA MAMMA?»
Il suo viso è ormai una maschera di lacrime, gli occhi imploranti fissano quelli della sua compagna.
Marléne abbassa lo sguardo, quegli occhi sono troppo lancinanti. Fa per voltarsi ma Kathy l’afferra
per la manica del vestito e la trattiene con forza. Marléne sussulta per quel gesto di mite violenza, di
certo è sorpresa.
«Kathy… io…»
Kathy la guarda con disprezzo, uno sguardo che Marléne non le aveva mai visto fare, quasi si sente
mancare.
Kathy non le lascia il tempo di lasciarsi andare a considerazioni e frasi riparatorie che si volta e
corre via verso il Giardino.
«Kathy… Kathy, aspetta! Non Andare!» le grida Marléne.
Ma Kathy corre e fugge, salta e scatta senza voltarsi, un temibile presentimento dentro di sé e
Marléne alle sue spalle.
«Kathy! Kathy ti prego, aspetta!»
Il cancello è proprio qui davanti; ha un’aria spettrale: la ruggine rappresa sui cingoli e le inferiate,
sembra sangue secco. Anche l’aria è pesante, sembra di soffocare, ma la voce continua a chiamare
insistentemente: è una voce dolce, ha qualcosa di terribilmente familiare.
Le sue mani sfiorano le sbarre arrugginite del cancello, cruente come denti digrignati; lei al di qua,
il resto del mondo al di là delle inferiate al confine del Giardino.
L’edificio dietro di lei si fa di colpo tetro nell’improvvisamente gelido tramonto sul mondo illusorio
di autismo e paure respinte là fuori.
In un attimo, Kathy si rende conto di quanto sia sola, di quanto sia stata davvero sola in quella parte
di universo cerebrale, in quella bolla illusoria, grottesca ma comunque confortante; l’unica realtà
che abbia mai conosciuto.
Eppure qualcosa dentro di lei le dice che non è sempre stato così.
Quella voce; non riesce a capire quello che dice, ma sa che non ha nulla da temere, le sue labbra si
serrano e i denti affondano nel labbro inferiore e gli si schiude nelle corde vocali il suono:
«…Mamma… Mammina, dove sei?..»
Le ginocchia le si piegano e Kathy si accascia in avanti con le braccia protese attraverso le sbarre
del cancello, alla fine del Giardino. E piange singhiozzando, senza speranza nel cuore.
Marléne le arriva lentamente alle spalle, con l’aria colpevole della menzogna, le poggia una manina
bianchissima sulla testa e le accarezza dolcemente i capelli, ma Kathy, con la voce rotta le dice:
«Marléne, voglio andare a casa… Voglio tornare a casa mia, dalla mia mamma. Ti prego, sei mia
amica, apri il cancello; lasciami andare, ti prego…»
Marléne sospira e abbraccia Kathy cullandola dolcemente nel suo abbraccio di velluto.
«Kathy… Calmati ora, non fare così. Perché vuoi andare via? Non c’è niente di buono là fuori, solo
tanto dolore, dolore e paura, non ricordi? Il mondo di là è un posto orrendo, tutte quelle persone che
non facevano che farti del male, ti trattavano come una cosa senza vita, non facevano che
rinfacciarti la loro ipocrita pietà mentre a te, povera piccola, bastava solo un po’ d’amore,
un’amicizia senza limiti. Invece di riempirti di medicine e di aghi avrebbero solo dovuto sorriderti
una volta di più. Hai sempre avuto una immensa fantasia, avevi solo bisogno di qualcuno con cui
condividerla. Io sono qui per te Kathy, solo io e te, Tesoro; e tutto questo piccolo mondo è qui solo
per noi. Lo faremo crescere, diventerà grande, come lo vorremo noi e saremo sempre qui dove
nessuno ci potrà far del male. Rimani con me Kathy, non lasciarmi qui sola».
Kathy solleva la testa e fissa per un attimo Marléne, poi si guarda ancora una volta alle spalle a
scrutare il mondo oltre il cancello e sussurra:
«Marléne… ma lì c’è anche la mia mamma… Voglio andare da lei, mi sta aspettando, lo so. Voglio
vederla di nuovo; fammi andare da lei. Tu puoi venire con me. Torniamo insieme, andiamo a casa.»
«Kathy, non c’è posto per me lì, non ho una casa dove andare; ho solamente te. Non posso
venire…» Le risponde Marléne e un ombra le cala sugli occhi che non si chiudono mai.
Kathy si asciuga ancora le lacrime, si rialza a fatica in piedi e si avvicina di nuovo al cancello,
fissando l’orizzonte gelido del mondo lì fuori:
«Mi ricordo Marléne; lì è un brutto posto… Non vado via senza di te, Marléne. Tu sei la mia unica
amica.» Poi si volta lentamente a guardarla negli occhi e con un mezzo fiato le sussurra:
«Ma io voglio vederla di nuovo solo un’altra volta, Marléne. Solo una volta ancora…»
Marléne, con l’aria dubbiosa o rassegnata, le indica il cancello aperto con la sua mano bianchissima.
Kathy, con timore si inoltra per il sentiero invaso dai rovi, il mondo davanti a lei, la notte sopra, lo
sguardo di Marléne dietro di lei.


...


In questa stanza non c’è luce, solo una finestra lontana, in alto; non si riesce a veder fuori ma si
sente il rumore della pioggia.
Kathy è seduta sul letto, dove è sempre stata, abbracciata a Marléne; sua madre le stringe
dolcemente le spalle ma non sta guardando lei, fissa il muro imbottito davanti, con aria persa e
sconsolata.
Kathy, dopo tre anni di mutismo, si scuote dal suo autismo profondo, abbandona per un attimo
Marléne dal suo abbraccio e stringe la mano di sua madre.
Lei quasi sobbalza per quel gesto spontaneo, non ha il tempo di dir nulla, perdendosi nel sorriso di
Kathy che le dice in un flebile sussurro:
«Mamma… Ti voglio bene, non piangere più…»
«Tesoro, piccola mia, hai parlato, mi hai parlato di nuovo… quanto tempo…»
Kathy le sorride di nuovo allunga una mano ad asciugare le lacrime della sua mamma e a baciarle la
guancia e poi, così come era tornata, va di nuovo via. Torna di colpo a fissare di nuovo il vuoto,
ignorando per sempre il mondo di fuori.
Sua madre quasi non crede, tante emozioni contrastanti in un attimo solo. Un unico gesto d’amore
da parte di sua figlia, dopo tre anni, un bellissimo e semplice gesto d’amore di Kathy.
Scoppia in un pianto, stringe sua figlia in un forte abbraccio e continua a gridare il suo nome, ma
Kathy è tornata nel Giardino.
Sua madre continua a stringere Kathy, la bacia, la chiama, la accarezza e la culla tra le braccia e non
si accorge di Marléne nell'angolo, che le fissa entrambe con i suoi occhi che non si chiudono mai e
la bocca atteggiata in un sorriso malizioso e ambiguo di soddisfazione e vittoria.
Uno di quei sorrisi che una bambola di porcellana non dovrebbe mai avere.




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Racconto scritto il 06/08/2018 - 20:35
Da Black Wolf
Letta n.107 volte.
Voto:
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Commenti


Grazie Laisa, ne pubblicherò un altro, stavolta ambientato in Antartide. Sono tutti a tema comune: la sparizione, ogni personaggio è disperso ciascuno a modo suo. Per Kathy è stata la follia. E qualcosa di più da chi non ti aspetteresti.

Black Wolf 08/08/2018 - 12:36

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Non ho parole
Davvero
Nn aggiugero' altro a: emozionante

laisa azzurra 08/08/2018 - 12:02

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