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Sono una donna libera

Cerco disperatamente di non ascoltare i commenti delle gente che mi gironzola intorno. Vorrei quasi tapparmi le orecchie ma desisto perchè farlo significherebbe dimostrare loro che mi importa. Invece compro quello che serve per l'osteria e senza darlo a vedere scappo via. Alcune donne ridono. Sono schiave e ridono...ridono di me perchè io sono una liberta e quindi non sono nè carne nè pesce. Nè cielo nè terra. La mia padrona,la nobildonna Lucia Gavilla, non c'è più. Era una donna anziana che mi aveva preso nella sua casa dopo che fui trascinata qui, nella Grande Urbs, insieme ad altri novecentonovantanove ostaggi dopo la battaglia di Pidna. Lei mi prese con sè come schiava per poi donarmi la libertà poco prima della morte. Ma per i liberti la libertà è sono un'utopia. Quella che ci viene donata è una sua lurida copia, uno storpio che in pubblico cammina coperto da un ampio mantello per non dare a vedere quanto sia orribile. Quella che abbiamo noi non è libertà: siamo marchiati dal doloroso segno della schiavitù e non saremo mai considerati uomini liberi sebbene vogliano abbindolarci con la loro sporca politica. Cancello le lacrime di rabbia che mi infuocano le guance ed entro nell'osteria in cui lavoro da quasi un anno. Ma presto me ne andrò e sarò finalmente libera. So leggere, so scrivere e non desidero altro se non riuscirmi a liberare della puzza della schiavitù. Forse in un'altra città riuscirò a levarmela di dosso,ma a Roma hanno un olfatto da segugi. Ti puntano con il dito e ti trattano come se fossi un animale nonostante la legge ti consideri libera. Entro nell'osteria e devo subirmi le urla della proprietaria. Sono stanca di essere comandata. Non sono un cane, non sono uno schiavo: sono una donna libera! Quando parlo così quella grassona mi ride in faccia e mi obbliga a lavorare il doppio. Dice che non sono libera, non appartengono agli ingenui. È così che chiamano i nati liberi. Invece io sono nata schiava e non serviranno anni di onori e buone azioni per riuscire a cambiare tutto questo. A Roma sei quello che dicono i potenti. Ma questa volta non abbasserò la testa agli insulti e agli ordini. Decido che non vale più la pena aspettare, che ciò che si desidera non si può aspettare per sempre. Bisogna lottare per quello in cui si crede e io lo farò adesso! Sbatto la cesta sul legno di un tavolo, corro nella mia lurida stanza e prima che quella pazza mi abbia raggiunto, chiudo la porta in modo che non possa aprirla. Prendo i soldi che ho racimolato in questi anni morendo di fame e consegnandomi a uomini che mi trattavano sempre come se fossi una loro proprietà. Non sarò più trattata così. Prendo le mie cose mentre sento quella maledetta dirmene di santa ragione. È troppo stupida per capire che fuggirò dalla finestra. Sorrido per la mia furbizia e il desiderio di cambiare vita quasi mi eccita. Mi lancio giù dalla finestra non troppo lontana dal suolo e come la più furtiva delle ladre scappo via. Ma non sono una ladra, non sono una schiava...supero i confini della città più potente del mondo. Davanti a me si staglia una pianura grande quanto il mio desiderio di cambiare tutto quanto. Mi guardo indietro senza rimpianti.
"Addio mia cara Roma. Da oggi sono davvero una donna libera."



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Racconto scritto il 20/11/2014 - 20:53
Da Anna Di Maio
Letta n.440 volte.
Voto:
su 3 votanti


Commenti


Che bel racconto, avvincente, emozionante, Siamo tutti dalla parte della liberta, che non vuole accettare una condizione di umiliazione, ma desidera con tutte le proprie forze tendere verso un orizzonte luminoso. Bravissima!
Ignazio

I. Aedo 21/11/2014 - 17:37

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mi ha colpito molto il tuo racconto,purtroppo molto realistico... e soprattutto ti lascia delle emozioni da lasciare l'amaro in bocca!Molto bello,ANNA!CIAO!

Anna Rossi 21/11/2014 - 04:27

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