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La taverna dei letterati

È appena entrato ed è già tutto un programma.
Si guarda attorno, intanto si sbottona il cappotto; si sfila un guanto. È una botte piena di superbia. Lo sguardo altero, il viso magro. La lisciata al baffo.
– … come se ci fosse una regola per tutti! – mi fa intanto il vecchio con la sua voce aspra. – Ma dico, io, che ognuno vada per il sentiero che vuole. Alla fine, conta la sostanza. Se arte è, lo sarà per tutti. Sennò è spazzatura. Che ne pensa lei, giovanotto?
– Che ne penso…
Prendo tempo. Ho perso il ragionamento che mi stava facendo il vecchio.
Riccardo sta già avanzando verso di noi. Si piazza al tavolo quasi stretto al nostro. Fa finta di cercare l’oste con gli occhi, agita un dito in aria, ma di fatto mira su di noi. Lo so. Vuole capire di cosa stiamo parlando, per poi piombare nel discorso a modo suo. Come un falco sulla preda. Come fa sempre.
– Penso che l’arte sia sempre stata vittima delle mode del momento – sparo a casaccio. – Anche se lontanamente, un’opera d’arte non dovrebbe somigliare mai a un’altra.
– Ma che c’entrano le mode, ora! – mi ribatte il vecchio. – Io parlavo di tecnica, l’architettura con cui costruire l’opera d’arte. Se usi la pialla o la pala, poco conta. Il risultato finale dipende da come li usi gli utensili, non quali usi.
Non posso mollarlo un attimo che il vecchio morde. Ce l’ha con me per l’altra volta. Vuole la rivincita. Sento il suo fiato sul collo.
– Be’, dalla scelta degli utensili derivano le mode del momento, no?
– Ho capito, dannazione! Dimenticavo che lei è quello del punto esclamativo. Duro come il mallo è il sapere, ma lei lo prende sempre di spigolo. Ed è giusto che io glielo dica una volta per tutte, mio giovane intellettuale.
Ora Riccardo ha gli occhi disgustati, li tiene fermi sul bastardino ai miei piedi.
L’oste spunta dalla nebbia: con due mosse gli sventola il tovagliolo sotto il naso, si piega sul pancione e dà una passata larga sul tavolo. È una furia, un condensato di carne ballerina, un toro sudaticcio, odorante di baccalà fritto. Poi se ne va; poi ritorna; poi gli versa da bere. Ma Riccardo non muove un pelo. Ha le antenne sintonizzate su di noi, me lo dice il suo naso che sembra finto per quanto luccica.
– Smusso i ragionamenti io, non il sapere – dico al vecchio. – Del resto, se lei mi usa la pala per arrivare all’arte, con molta probabilità avrà ammucchiato collinette di materiale brado in cui al massimo ci metterà sopra una bella casa campagnola con le pecore davanti a pascolare.
– Quisquilie! È nel maneggio dell’utensile che si annida l’arte. Una pala saprà diventare pennello, all’occorrenza.
– Una pala è una pala, un pennello, un pennello – ribatto. – Una pala diventa pennello solo nella mente dell’ottimista più ostinato. Prima di iniziare la costruzione si debbono fare delle scelte. Da queste dipenderà una buona percentuale della qualità dell’arte, se è destino che arte debba diventare.
– Cioè, per lei è necessario saper scegliere gli utensili adatti, giusto?
– Be’, se mi accingo a scrivere una qualunque storia o a dipingere un quadro, perlomeno devo conoscere il narrante o il pennello che devo usare, sapere che tipo di scrittura o di pittura deve scaturire da me. Se voglio costruire un edificio rustico uso la pala, se voglio costruire uno chalet uso la pialla, sia ben chiaro. Ma le uso a modo mio, non m’interessa come le usano gli altri. Sennò rischio di costruire case campagnole tutte uguali e chalet copiosi all’infinito. È ripetizione. Magari ripetizione dell’arte: ma di ripetizione comunque trattasi.
– Il soggetto! – Eccolo che tuona. Con la sua voce tombale. Riccardo chiede spazio. – Dico, il soggetto. Dipende da come sono viste quelle pecore davanti alla casa. Dipende cosa fanno, dove vanno, che hanno in testa.
– E io a questo volevo arrivare – dico. – Ma il soggetto dell’arte è oggetto per chi valuta… – Cerco con lo sguardo il vecchio. Lo colgo seduto scomposto al suo solito modo: le braccia sono piegate e con i gomiti di traverso al petto, le mani l’una sull’altra: quella di sotto poggia sull’impugnatura del bastone, la cui estremità piantata sul pavimento, con quella di sopra vi poggia il mento. La sua testa ondeggia seguendo l’oscillare del bastone. Lo vedo ora sempre più scuro, più velenoso che mai. – E siamo comunque alle solite – continuo, – chi può dire ciò che è arte e ciò che non lo è?
– La qualità stessa dell’arte – fa il vecchio.
– E chi la determina questa qualità?
– Gli studiosi, le persone di cultura, chi di arte se ne intende – dice Riccardo con voce che arriva da lontano. Il bastardino ai miei piedi guaiola basso.
– Giusto – dico. – Ma poniamo il caso che questi studiosi, persone di cultura, intenditori di arte o intellettuali di chessò che, siano tutti nell’atto di transumare in montagna per la bella stagione, non si corre il pericolo che essi trascurino ciò che hanno lasciato in autunno al piano?
– Cioè essi vedrebbero solo la montagna perché ormai ritrovatosi per la transumanza, del piano nulla importerebbe? Questo dunque vuole significare lei – dice Riccardo.
– Quisquilie! – fa il vecchio battendo con forza la punta del bastone sul pavimento.
– Bau! – fa quel minchia di cane di sotto il tavolo.
– C’è il tempo per pascolare in montagna e il tempo per pascolare al piano – riprende il vecchio con il tono di chi recita delle parole di preghiera.
– Proprio così – fa Riccardo sorseggiando il suo vino con la mano ancora inguantata. – Del resto, perché rimanere al piano, una volta che non vi è rimasto nulla di cui cibarsi? – Si dà un’altra lisciata al baffo. Ha ottenuto il suo scopo. Gli occhi in tralice sul pavimento incarogniscono in qualche modo il bastardino ai miei piedi che gli ringhia contro e non gli lascia gli occhi un istante. Il vecchio mi fissa con la bocca storta in una smorfia apocalittica. Ha lo sguardo sospeso di chi si aspetta qualcosa, al suo volto, una raggiera di capelli sfibrati e incanutiti, sembra vibrare nell’aurea tragica di Van Gogh.
– Ciò che non è nutrimento per molti può esserlo per pochi – la sparo ancora io. - Chi stabilisce le stagioni della vita non ha certo inglobato in esse l’arte degli uomini. Se ne ha le capacità, l’arte l’uomo se la dovrà costruire da sé, a prescindere delle stagioni. Sennò dovremmo ammettere che sulla luna, dove non vi sono stagioni, non è possibile fare arte.
Il vecchio batte nuovamente la punta del suo bastone sul pavimento, quel minchia di cane gli abbaia di nuovo, Riccardo posa l’occhio sull’angolo del mio labbro, che mi sento leggermente piegato all’insù. Cala tombale il silenzio. Poi dalla nebbia arriva l’oste. Rastrella le bottiglie vuote e le mette sul vassoio. Se ne va, rispunta. Con due mosse di tovagliolo pulisce il nostro tavolo. Poi fa: – Ancora un’altra bottiglia di buon rosso, signori?
Sì. Porti un Nero d’Avola, stavolta – dico, –devo farlo assaggiare ai miei amici.
– Bau! – fa ancora quel minchia di cane fissando il naso lucido di Riccardo.
– Sta’ buono, Punto Esclamativo – faccio al cane. – La tua razione di rosso l’hai già bevuta stasera.



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Racconto scritto il 05/12/2014 - 10:21
Da Carlo Ragonese
Letta n.429 volte.
Voto:
su 2 votanti


Commenti


Utile per tutti gli aspiranti letterati. Vera

Vera Lezzi 06/12/2014 - 10:01

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