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IL VIAGGIO DI IBRAHIM

Era seduto su un muricciolo, ora scrostato dalla salsedine, ma che una volta doveva essere stato bianco. Si era appartato dal gruppo appena sbarcato e guardava il mare con occhi stanchi dai quali traspariva il dolore di una vita di stenti ma anche un barlume di fierezza.
Doveva avere quattordici o quindici anni o forse qualcuno in più considerata la sua altezza accentuata da un corpo magro, che denotava scarsa dimestichezza con i cibo. Non si curava molto del fermento che c’era sul molo e attorno a lui ma se ne stava muto, quasi assente, come se esistesse solo il mare di cui sembrava voler interiorizzare il colore, il rumore ed il profumo.
I suoi sensi erano tutti rivolti verso la distesa d’acqua e quando gli misi una mano sulla spalla sussultò guardandomi spaventato e forse irritato per essere costretto a tornare alla realtà di un presente denso di incognite.
“Dobbiamo andare” dissi in inglese pensando che riuscisse a capirmi ma con un italiano incerto e comprensibile a fatica mi rispose: “Non venire, stare qui; troppo bello”.
“Ho visto che ti piace il mare ma dobbiamo andare con gli altri al centro d’accoglienza dove troverete da mangiare e potrete riposare” gli spiegai cercando di adeguarmi al suo modo di esprimersi. Sorrise, forse perché aveva capito che parlavo di cibo. “Mare bello qui, prima no” mormorò muovendosi per raggiungere il gruppo dove però non c’era nessuno ad attenderlo e questo mi colpì.
Due giorni dopo si era alzato ancora il vento ed il mare era agitato. Come accade sempre dopo gli arrivi, cercavamo di riorganizzarci e di riposare recuperando le forze in attesa di nuovi sbarchi.
Stavo parlando con Anna, una bella e dolce ragazza che mi faceva da assistente, quando me lo trovai di fianco. “Cosa vuoi” dissi, forse con tono seccato notando un’occhiata di disapprovazione di Anna, e lui, per nulla intimorito, rispose. “Solo parlare me”. Anna chiese se poteva ascoltare e lui fece cenno di si con la testa. Ci sedemmo in un posto, al sole del pomeriggio, riparato deal vento.
Ci disse che si chiamava Ibrahim, ma io lo sapevo già perché avevo consultato la sua scheda: Ibrahim Buhari, anni 15, provenienza Nigeria, e inizi a raccontare la sua storia.
Abitava in un piccolo villaggio nei pressi di Yola che era stato attaccato dalle milizie di boko haran. Insieme ai suoi due fratelli aveva frequentato, per qualche tempo, la scuola presso la missione cattolica dove avevano imparato un po’ l’italiano ed ascoltato la storia di Gesù ma nessuno di loro si era ancora convertito ne aveva l’intenzione di farlo.
Il villaggio era stato incendiato e i guerriglieri avevano costretto il fratello maggiore, pena la morte di tutta la famiglia, ad uccidere i genitori e la sorella più piccola, di soli quattro anni. L’altra sorella era stata portata via insieme alle giovani donne mentre tutti i ragazzini erano stati presi in consegna da un gruppo di soldati che li avevano sottoposti ad un duro addestramento ed indottrinamento per farli diventare “guerrieri di Allah”.
Si spostavano in continuazione verso il nord vivendo di razzie e sconfinando a volte nel vicino Camerum. Di giorno, quando erano in movimento, gli veniva consegnato un fucile mitragliatore che gli era requisito alla sera per sicurezza; aveva imparato ad usare l’arma utilizzata in occasione di qualche scaramuccia.
Pur piegandosi al volere dei suoi aguzzini pensava sempre di fuggire per uscire da questa situazione anche perché era consapevole che al primo cenno di debolezza o al minimo errore non avrebbero esitato ad eliminarlo; era già stato fatto con diversi altri compagni di sventura.
L’occasione si presentò quando, durante uno sconfinamento in Camerum, vennero intercettati, attaccati e costretti a ritirarsi. Nello sbandamento si era accorto di essere rimasto isolato e, approfittando del fatto che gli avversari si erano gettati all’inseguimento del grosso del gruppo che stava ripiegando, si era infilato in una macchia di arbusti e si era nascosto.
Dopo ore d’immobilità, sul far della sera, si era diretto a nord, sperando in tal modo di potersi salvare. Aveva camminato per giorni nutrendosi del poco che la natura offriva e, quando trovava qualche baracca isolata, facendo valere la forza del suo fucile per pretendere qualcosa da mangiare.
Mentre parlava, di tanto in tanto, osservavo Anna; all’inizio aveva assunto un’espressione dapprima incredula poi sgomenta. In seguito, dopo aver tratto dalla tasca dei suoi pantaloni un fazzoletto, si asciugava spesso il naso e gli occhi; stava piangendo. Io, concentrato nello sforzo di capire il senso di quanto Ibrahim stava dicendo, non esternavo alcuna emozione anche se, dentro me, l’angoscia stava crescendo.
Il ragazzo continuò dicendo che alla fine, stremato, era giunto nei pressi di Nghigmi dove, vicino al lago Ciad, aveva visto una donna che zappava la terra che era fuggita intimorita dal suo fucile. Era entrato nella sua dimora, pronto a tutto pur di avere cibo, trovando la donna che cercava di proteggere due figli poco più piccoli di lui. Ricordò quanto era gli era successo e le sorrise spiegando che non voleva far male ma che aveva bisogno di aiuto. In seguito venne a sapere che il padre dei suoi figli era stato costretto a seguire i soldati di boko haram e non sapeva se fosse ancora vivo.
Si fermò da lei qualche mese cercando di ricuperare le forze e collaborando docilmente; era contento di aver trovato una nuova mamma e dei nuovi fratelli.
Poi gli eventi precipitarono; quando un giorno la donna era andata nel vicino villaggio per vendere la sua mercanzia, aveva saputo che i ribelli non erano lontani e forse presto sarebbero entrati anche nel Niger.
Amina, questo era il nome della donna, gli raccontò che aveva parenti a Toumno, una città del nord dalla quale proveniva, e gli propose di andare nei dintorni di Nghigmi dove conosceva una persona che poteva essere interessata ad acquistare il suo kalashnikov. Con il ricavato ed i pochi soldi che lei aveva risparmiato vendendo i prodotti della sua fatica, avrebbero potuto raggiungere Toumno, presso il confine libico.
Così fecero ed una volta arrivati la fortuna sembrò finalmente sorridergli. I parenti di Amina erano benestanti e riuscirono perfino a procurargli un lavoro.
Dopo qualche mese scoprì, a sue spese, che la ricchezza di chi l’aveva ospitato era basata sul commercio degli esseri umani. Intercettavano disperati provenienti dai paesi centro africani, li illudevano con la promessa che sarebbero andati in Europa e li consegnavano ad organizzazioni criminali che li sfruttavano in tutti i modi possibili.
Lo costrinsero a consegnare i pochi soldi risparmiati e fu consegnato ad una famiglia di scafisti di Zuara che era dedita anche alla pesca dove imparò anche i rudimenti necessari per governare una barca e ad amare il mare.
Per due volte aveva aiutato uno scafista nel trasporto di persone in Italia, sostituendolo al timone mentre riposava. In entrambi i casi tutto era andato bene; avevano raggiunto una piccola spiaggia di Lampedusa, gettato frettolosamente il loro carico umano nell’acqua bassa e si erano allontanati indisturbati.
L’ultima volta, mentre si trovavano circa a metà del tragitto, il mare era cambiato, si era alzato il vento e le onde si erano fatte più grandi. Presto la gente aveva iniziato a star male, gridando e agitandosi mettendo a rischio il già precario equilibrio del barcone pieno oltre il limite.
In vista di Lampedusa un’onda più alta, e forse il conseguente movimento delle persone all’interno della barca, aveva causato la tragedia. Il pilota aveva perso per un momento i governo del natante che si era inclinato paurosamente sbalzando nell’acqua alcune persone. Diverse altre, che per un riflesso istintivo avevano cercato sicurezza gettandosi dalla parte opposta sbilanciando la barca, erano anch’esse finite in mare.
I soccorritori avevano evitato il peggio salvando chi era rimasto a bordo ed alcuni altri che, nonostante il mare agitato, erano rimasti a galla perché sapevano nuotare.
Quando Ibrahim fini il suo racconto stava scendendo il sole, l’aria si era fatta più fredda e , forse per questo o per l’angoscia di cui stavo prendendo coscienza, rabbrividii. Anna, sempre serena anche nei momenti di difficoltà, sembrava assente; singhiozzava pian piano con la faccia rivolta verso terra:
Chiesi al ragazzo perché avesse raccontato tutto questo a me e mi rispose: “Tu buono, anch’io buono, non scafista. Io capito quanto male era di là dal mare, io fatto brutte cose per vivere. Aiutami per favore”.
Vi fu un lungo silenzio poi si alzò e si allontano. Anna ed io ci guardammo smarriti non sapendo cosa fare poi Anna, positiva e reattiva per natura, disse: “Parlerò con mio zio che ha amici vicini all’ambiente cattolico e che forse troverà un soluzione”.
Ibrahim è stato sistemato temporaneamente presso una comunità religiosa ed oggi, dopo un mese, l’abbiamo incontrato. Sereno e con un’espressione seria e sincera ci ha detto. “Ho pensato molto, presto entrerò in un convento, studierò e cercherò di espiare le mie colpe perdonando chi mi ha causato tante sofferenze. Ho capito quanto male c’è al di là del mare. Quando sarò pronto voglio tornare alla mia terra, rigenerato per aiutare chi soffre”.


Note dell’autore
A boko haram significa: istruzione occidentale proibita
B le località indicate nel racconto non sono di fantasia




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Racconto scritto il 12/02/2015 - 15:51
Da Gaetano Antonioli
Letta n.486 volte.
Voto:
su 5 votanti


Commenti


Un racconto ben scritto e realistico! Complimenti per il riconoscimento davvero meritato, Buon fine settimana,

Chiara B. 07/03/2015 - 10:35

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Son contenta per il tuo riconoscimento, meritatissimo!
ciao Elisa

elisa longhi 05/03/2015 - 08:58

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Molto bravo Gaetano Complimenti
Dario

Dario Menicucci 05/03/2015 - 00:24

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Complimenti per il riconoscimento, un caro saluto Anna

Anna Rossi 04/03/2015 - 19:57

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Complimenti per il riconoscimento della tua opera

Giancarlo Gravili 04/03/2015 - 19:35

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Complimenti per il riconoscimento.

luciano rosario capaldo 04/03/2015 - 16:57

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Cercavo un buon racconto e l'ho trovato. Buono in tutti i sensi, di grande spessore umano e poi scritto bene... complimenti. Il mio eccellente...ciaociao.

. Focus 22/02/2015 - 10:57

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Un racconto notevole, ben scritto e terribilmente reale!
Bravo Ciao Elisa

elisa longhi 13/02/2015 - 14:17

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