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MARIA E ADRIANA ovvero sui microcataclismi quotidiani

MARIA E ADRIANA
ovvero sui micro cataclismi quotidiani



Ho un groppo, dentro, che non si decide né a sciogliersi né a staccarsi. Da qualche mese con Maria mi sento come se camminassi su un vetro inclinato, qualsiasi mossa faccio non produco altro che uno scivolamento ulteriore, scivolo sempre più giù. Ho provato a parlarne con lei ma ho sbagliato ancora: Maria mi ha detto “prima di tutto io sono fatta così”, mi ha accusata di prendere “cazzi per mazzi” - parole sue - e ha insinuato che io possa provare nei suoi confronti un sentimento diverso dall’amicizia. Di questo sono sicura, non c’è innamoramento; però dovrei riflettere sul perché mi fa stare così male.
Quando mi hanno trasferita nel nuovo ufficio quasi due anni fa, lei era già lì, con un contratto a tempo determinato - che tra l’altro scade tra un mese, perciò o riesco a fare chiarezza dentro di me prima che se ne vada, per poterci salutare bene, o rischio che andandosene si porti via pezzi di me. Per salutare bene io intendo che o chiudo –i rubinetti delle emozioni – e rimaniamo conoscenti, o rimaniamo amiche.
Maria viene da un paesino della Campania e già solo questo fatto ha reso problematico da subito il rapporto: anche in lei come in tantissime persone del sud sento quella sfiducia amara che niente potrà mai cambiare, che gli altri cercano solo di fotterti, nel mondo c’è solo ingiustizia e in ogni momento bisogna difendersi, magari fottendo per primi. E’ una lente che colora in questo modo ogni cosa e che a me fa male: perché mi ricorda che un pezzo del mio Paese è stato defraudato e ingannato, in cui la storia ha tolto a quei cittadini ogni velleità di riscatto, ma soprattutto mi fa male perché c’è un risentimento distruttivo, pronto a scatenarsi principalmente su chi - a questa visione senza speranza – oppone sistematicamente la volontà di trovare un senso, la fiducia nella lotta, la fiducia che un mondo migliore è possibile anzi in certi momenti è già qui, basta solo cambiare occhiali. Sarà perché sono di una generazione cresciuta nella convinzione che la lotta può cambiare il mondo, sarà perché sono vissuta in una città in cui vengono fatte le cose con giudizio, per il bene comune, e se anche adesso è degradata – come tutto il Paese – c’è ancora una stragrande maggioranza di persone che si comporta correttamente; sarà perché mi sono resa conto che se si riesce a vedere il buono che c’è, non solo si riesce a fare meglio ciò che serve per progredire, ma si vive più ricchi –dentro. Sarà perché anagraficamente potrei essere sua madre e istintivamente sento come una responsabilità, di mostrarle che il futuro è anche nelle sue mani e dipende anche da lei renderlo migliore.
Maria mi ha intrigato da subito, è una ragazza intelligente, perspicace, che non lascia spazio a fronzoli e moine, è diretta. E sfida. E a me non è sembrato vero di raccogliere la sua sfida. Sono stati pochissimi i momenti in cui il nostro modo di parlarci, e di guardarci e di approcciarci, è stato liscio. In lei c’è continuamente una provocazione e forse tra noi non è mai venuta meno perché anch’io ho sempre controbattuto con ugual moneta, divertendomi anche. Sono stati mesi in cui andavo a lavorare con piacere. Certo, a volte per i miei gusti esagerava, diventava stancante; poi non è sempre andato tutto liscio, la sua visione distruttiva contagiava anche il nostro rapporto, ma mai in modo determinante; almeno fino a due mesi fa. Se mi sono affezionata in fretta credo sia anche perché, almeno in parte, riconosco in lei degli impeti che sono anche miei: l’insofferenza per i comportamenti che danno più importanza all’immagine che alle cose concrete, ai moralismi bigotti, all’ipocrisia –molto diffusa nel nostro ambiente; la rabbia per le ingiustizie, per i pregiudizi.


Ha una mente sempre in movimento, e gli incarichi che le vengono dati li svolge con sveltezza e perspicacia. All’inizio forse con me ha avuto un po’ di soggezione: ricordo che se mi avvicinavo mentre stava lavorando al pc per indicarle qualche operazione da fare, cliccava velocemente saltando da un’operazione all’altra senza che io potessi capire niente, e del resto nemmeno lei poi sapeva cosa aveva fatto. Mi ricordava come fanno a volte i bambini piccoli, che per paura di essere sgridati per aver sbagliato scarabocchiano il loro disegno come per cancellarlo. Poi un giorno, presente anche il nostro collega e parlando senza rivolgersi a nessuno in particolare, disse: “stanotte ho sognato Adriana, stavamo discutendo accalorate, come al solito, ognuna insisteva sulla propria posizione e io a un certo punto l’ho mandata a fan culo”. Ho sorriso dentro di me, mi sono detta: va bene così, non ha più soggezione.
Le giornate con lei sono state variabili come i cieli di marzo: spesso arrivava in ufficio e salutava torva, io cercavo di iniziare una conversazione e ottenevo solo risposte brusche, quasi ce l’avesse con me; ero abbastanza sicura di non essere io la causa del suo malumore, ma il mio modo –che credo sia sempre stato accogliente e partecipe, perché ero contenta che fosse lì - non era sufficiente ad ammorbidirla, e questo mi ha sempre crucciato. Poi, per qualche imprecisata circostanza, si apriva e raccontava di libri e di film con passione ed entusiasmo, e ci scambiavamo le impressioni e le esperienze; a volte mi segnavo i titoli dei film che aveva visto e che io non conoscevo per cercarli su internet, poi li commentavamo: era un piacere ascoltarla e non avrei mai voluto smettere. In comune abbiamo anche il piacere di ascoltare musica classica e tutte le volte che potevamo faceva da sottofondo al nostro stare, probabilmente ognuna di noi si perdeva nelle proprie fantasticherie ma creava un clima sereno e qualche volta quasi un’intesa. Ma questi momenti magici erano brevi, molto più frequenti invece i periodi di reattività. Ancora oggi non so spiegarmi se con me si comporta così perché fungo da parafulmine (scarica la sua rabbia su una persona che non soccombe ma nemmeno attacca) o se il mio modo – pur avendo intenzioni tutt’altro che critiche nei suoi confronti – va a toccare una parte sua troppo scoperta, una ferita, e lei reagisce istintivamente. Oppure, senza altra ragione che un automatismo, come un pilota automatico assume questo atteggiamento, una maschera che comunque le permette di mantenere una relazione – non è nemmeno il caso di ricordare che le relazioni si tengono anche solo basate sulla rabbia; senza fare la fatica dell’approfondimento. Ciononostante, e forse proprio per questa sua caratteristica, mi stimolava a mettermi in gioco nella relazione, la sua presenza mi faceva compagnia, la sua intelligenza sarcastica mi spronava a esserci.



Un altro mio cruccio è che non sono stata capace di farle sentire una cosa che per me è diventata il baricentro delle relazioni: una persona sola non possiede mai tutta la visione della realtà, ognuno porta qualcosa che poi si integra. Questo nella mia esperienza è una consapevolezza che devo ancora migliorare e completare, perché è più semplice dirlo che praticarlo sempre, ma non ne posso più prescindere, e so che lavorare in due con agio è strettamente legato alla fiducia, sostanzialmente e principalmente in se stessi, nel proprio sentire. Succede spesso in ufficio che la preparazione di una lettera, una ricerca sul data-base, una valutazione di una circolare, venga fatta insieme, dove non arriva uno arriva l’altro, ma il più delle volte è fonte di tensioni: io riconosco in me una irritazione –in sé ingiustificata – quando non riesco a far comprendere all’altro il mio senso e mi spazientisco, Maria insofferente ad ogni suggerimento aggredisce: ecco pronta la miscela esplosiva. Però non siamo mai esplose; chissà, forse ci siamo legate, inconsciamente, anche per capire di più queste parti di noi. La cosa che mi fa male e mi blocca è quando lei, a un mio suggerimento, reagisce con forza dicendo “non sono mica stupida”. Posso dire tante cose di lei, che ha un carattere difficile, che è scontrosa, che ha il gusto della provocazione, ma di sicuro non la ritengo stupida: perché lei interpreta in questo modo? cosa sbaglio?
Un giorno, in cui eravamo particolarmente in sintonia, le chiesi con tranquillità “perché stai criticando così fortemente come sono fatta io? io sono così, un po’ lenta, e il tuo modo va proprio ad aggredire me, non critica solo questo mio limite. Perché aggredisci come sono fatta? chi fa così con te?” Mi ha risposto: “Mia madre”.


Sto tratteggiando un rapporto conflittuale, è vero; si tratta di capire se il nostro è un conflitto trasformativo, capace di farci crescere. Il conflitto c’è solo quando la relazione è significativa, altrimenti ci sarebbe l’indifferenza: io perché sto lì? E’ sufficiente sentire una comune in-sofferenza per affezionarsi a una persona? Ma ancor più in profondità: sentire di voler bene a una persona è una base sufficiente perché il rapporto sia buono? e trasformativo?


Al rientro dalle vacanze della scorsa estate Maria arrivò in ufficio con la decisione di riprendere gli studi universitari, da quel momento si portava sempre appresso lo zainetto con i testi che doveva portare all’esame e studiava in ogni ritaglio di tempo, persino nella pausa pranzo. A me questa scelta meravigliò, a essere sincera mi sembrò una fuga dalla difficoltà di cercare – prima ancora che trovare – un altro lavoro, sei mesi alla scadenza del contratto sarebbero volati. Ma tenni per me ogni considerazione, pensando anche che in ogni caso l’importante era che avesse un obiettivo. Dopo poco più di un mese la vidi di nuovo senza zaino e le chiesi se l’aveva scordato. Con mio stupore Maria si aprì come non aveva mai fatto prima e mi confidò che stava attraversando un periodo di profonda crisi. Aveva riflettuto che il tempo che le rimaneva al congedo avrebbe fatto meglio ad impiegarlo in un corso di inglese, utile sia per cercare lavoro in Italia che all’estero, piuttosto che negli studi universitari. Ma si sentiva bloccata, in ogni desiderio, perché prevaleva quella vocina che le diceva “tu perdi solo tempo, non combinerai mai niente nella vita; fai sempre quello che ti pare e alla fine cosa concludi?” Le dissi che quella vocina la conoscevo bene anch’io e che per sottrarsi alla potenza di quella voce bisognava lavorarci un po’; intanto poteva aspettare a dire a sua madre della decisione di studiare inglese invece che finire l’università, fino a quando fosse stata più forte nella sua scelta e magari conoscesse già un po’ la lingua, poteva aspettare a ricevere “la sua merda” (dissi proprio così, ricordo l’espressione stranita di Maria). Le dissi anche che la ritenevo una buona decisione, sensata, e l’università avrebbe potuto continuarla in seguito, considerato che quel tipo di laurea non avrebbe consentito di per sé un impiego. Maria aveva già fatto una ricerca in internet sulle scuole di inglese a Bologna e ne aveva selezionate alcune.
Ma poi i giorni passavano e lei non ne parlava più.
Ero consapevole che mi muovevo su una polveriera. Un giorno le ho chiesto se le scuole a cui aveva mandato una mail per chiedere informazioni le avessero risposto. Mi ha detto che aveva scritto a due scuole “Mi ricordo, infatti” –le dissi. “Eh.. sono io che mi perdo” mi rispose Maria. Dopo qualche giorno ancora le sono andata vicino e calma ma ferma le ho chiesto: “cosa aspetti Maria? guardami. Vuoi studiare inglese, mi sembra un ottimo progetto. Telefona a una di quelle scuole, prendi un appuntamento per un test, intanto verifichi il tuo livello d’inglese e vedi anche la scuola, poi decidi. Guardami, lo fai? ora?” Ero pronta se mi mandava a fan culo, ma non successe. Telefonò.
Se già da tempo avevo a cuore il suo star bene, dopo che mi ha fatto partecipe del suo arrovello interiore ero ancor più in apprensione. Con tutta me stessa desideravo che Maria ce la facesse, che potesse trovare soddisfazione nelle sue scelte, in quello che faceva e di conseguenza vivere più serena. E desideravo anche che sentisse che le volevo bene.
Tornò dal test d’inglese entusiasta, le era piaciuto molto il metodo e aveva constatato che non era poi così scarsa la sua preparazione; certo la scuola era un po’ più costosa di altre ma il metodo di apprendimento era di sicuro più proficuo e le avrebbe permesso di non perdere lezioni durante i turni di servizio.
Nei giorni successivi la nostra confidenza aumentò, io le dissi che cercavo un gruppo di psicoterapia perché avevo bisogno di lavorare su alcuni aspetti di me che l’analisi individuale – che pure avevo fatto per anni – non riusciva più a trasformare. Lei mi disse che avrebbe voluto ricominciare l’analisi, sentiva un’inquietudine che la tormentava e non l’abbandonava mai, perfino il fine settimana che aveva trascorso con la sua compagna alle terme era stato “rovinato” dalla sua ansia; mi disse che si rendeva conto che certe cose che la fanno star male non vuole affrontarle o meglio non riusciva, ma che non poteva continuare così.
Sono stati giorni in cui a me è sembrato fossimo molto vicine, che ci fosse una calda intimità tra noi. Dico mi è sembrato perché forse, con la storia di poi, il vissuto di ognuna lì è stato diverso.


Intanto era arrivato Natale e Maria è andata a casa per una vacanza, sarebbe tornata dopo la Befana; io temevo questo rientro nell’humus che l’aveva plasmata, che l’aveva sempre giudicata incapace e instillato il veleno del giudizio, che finanche l’aveva trattata come malata perché omosessuale, che l’aveva resa una persona perennemente incazzata; temevo che perdesse i suoi obiettivi, che disperdesse le energie nel tentativo di farsi comprendere dai familiari –so per esperienza che si fa molta fatica a rinunciare a questa impresa impossibile e si spreca lì tempo ed energia inutilissimamente. Temevo anche che ci saremmo perse noi, che il nostro rapporto non riuscisse a mantenere la vicinanza -emotiva intendo, non chilometrica – che avevamo raggiunto. Già un primo segnale io lo leggevo nel fatto che in tutto il periodo trascorso a casa lei non avesse sentito il desiderio di un messaggio.
Al suo ritorno in ufficio l’ho salutata facendole festa; ma è indubbio che i preconcetti che avevo in testa abbiano influenzato il mio approccio. Le ho chiesto come aveva trascorso le vacanze, se si era riposata; le ho chiesto se era tornata carica per perseguire i suoi progetti. La prima mossa sbagliata, ho avuto fretta. Mi ha dato risposte evasive, le ho detto “dài, parlami”, lei “no”. Poi si è persa a raccontarmi propositi di vendetta verso un tizio che sarebbe venuto di lì a qualche giorno nel nostro ente e che alcuni mesi prima era stato parecchio stronzo nei confronti suoi e della sua compagna. Seconda mossa sbagliata, ho sottovalutato quanto male può fare un giudizio che rimane incistato nella carne viva e quanto bisogno invece c’è di parlarne. Le ho detto che capivo la sua rabbia ma che di merde ne avrebbe incontrate ancora tante nella vita e che non doveva farsi risucchiare energie e distogliersi dai suoi obiettivi. In quel momento io sentivo solo l’urgenza che lei seguisse il suo progetto: era stato suo il desiderio di studiare inglese, suo era il desiderio di andare in analisi, perché si perdeva ancora? le scrissi anche un messaggio accalorato “non demordo”; mi ha risposto: “devo sentirlo dentro, l’insistenza non fa altro che innervosirmi”. I rapporti erano tornati tesi, la vicinanza di prima di Natale sparita. Dopo qualche giorno mi dice che ha portato il curriculum in un negozio e con una rabbia veemente “sai cosa ne hanno fatto? l’hanno buttato nel cestino appena sono uscita!”; “è molto probabile- le ho risposto- non si fa così a presentare un cv, ne abbiamo parlato tante volte” e lei, con tono di disprezzo “seee, ma come fai a ragionare così io non lo so” e quando se ne va a pranzo mi dice torva “ci vediamo domani, purtroppo”.
Il tono di disprezzo che tante volte le ho sentito nei confronti di altri e che ho sempre letto come segno del suo massimo sdegno e di misera considerazione, rivolto a me è arrivato come un pugno nello stomaco.
Ho sempre creduto di poter resistere alla sua aggressività, di saperla gestire e che non avrebbe mai intaccato il mio affetto. Invece questa volta mi ha fatto male. E ha messo in discussione l’affetto che provo nei suoi confronti: se lei mi volesse un po’ bene non si comporterebbe così; e la vicinanza che c’era prima di Natale l’ho vissuta così solo io, mentre per lei è stato solo un momento di cedimento e ha usato la persona che si trovava lì disponibile.
Potevo chiudere senza dir niente, lei non se ne sarebbe nemmeno accorta, certo il groppo forse si sarebbe visto, ma potevo ben dire che dipendeva da qualcos’altro. Invece gliene ho parlato: speravo di sentirle dire una parola che mi facesse ancora scegliere di stare nella relazione con lei.
Mi dico che sono adulta e che dovrei essere capace di gestire anche questo; invece mi ritrovo come una bambina bisognosa, con questo groppo dentro.
I rapporti in ufficio sono tornati più distesi, ma io mi trattengo molto, se parla l’ascolto ma non chiedo e commento poco. Perché ho paura che si ripeti la dinamica: torna un po’ di confidenza, poi io faccio una mossa sbagliata e arriva un altro pugno.
Aspetta Adriana, mi dico, prima devi capire: che emozioni metto io nella confidenza e perché faccio le mosse sbagliate; altrimenti tornerà senza dubbio a farti male.
Possibile che alle persone a cui ci affezioniamo di più, che sentiamo importanti per la nostra vita, arriviamo a fare del male? “L’amore non basta” è il titolo di un famoso libro di uno psicoanalista.
Se rileggo le vicende con un po’ di distanza, capisco i miei errori: se una persona in tutta la sua vita è stata smentita e svalutata è comprensibile che non tolleri che un altro le dica come deve fare; ed è comprensibile che non accetti nessuna dipendenza.
Poi però mi dico: il desiderio era suo, io non voglio piegarla alle mie idee; possibile che non lo senta? che non senta che io non sono come le tante persone che ha avuto attorno che le hanno detto come doveva essere? e come doveva essere per essere amata? e no Adriana, anche tu ti sei comportata come tutti gli altri, anche tu hai un’aspettativa. Ma qual è davvero la mia aspettativa, che lei sia come dico io? no, non saprei che farmene di un clone di me, anzi mi stimola proprio per come è fatta lei. Allora? ci deve essere qualcosa di più profondo.
Nel periodo in cui io sentivo che eravamo molto vicine, cos’è che mi scaldava? il fatto stesso che riuscivamo a confidarci. E mi sembrava che quello che avevamo da darci – la partecipazione, l’ascolto, la comprensione – era buono, cioè lei mi parlava di sé perché sentiva che da me veniva del buono per sé; e anch’io con lei. Poi ho sentito la lontananza –emotiva; quel buono lì non c’era più, anzi è arrivato lo sdegno.
E’ stato come se avesse detto: con te non vale la pena parlare.
Questa è stata la mia aspettativa: che lei confermasse che di quel buono là avesse ancora bisogno. Come io ho bisogno di lei. Ma gliel' ho mai detto che ho bisogno di lei? Ma come faccio a dirle che ho bisogno di lei, della sua fiducia, del suo sguardo sulle cose, se per lei è indifferente che io ci sia o no? se apre e chiude la vicinanza a suo piacimento? Adriana!! siamo ancora lì!! sono ancora quella bambina che ha bisogno di riconoscimento…
E’ così che anche alle persone a cui vogliamo bene, possiamo far del male? quando a muoverci è il bisogno inespresso?
Non sarà che è lo stesso bisogno di Maria?...


Come mi piacerebbe leggere il suo racconto della storia!




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Racconto scritto il 28/02/2015 - 12:18
Da valeria franchi
Letta n.335 volte.
Voto:
su 1 votanti


Commenti


grazie Maria Valentina! riflessioni che a volte sono dolorose...

valeria franchi 01/03/2015 - 17:42

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Il mio voto per questo racconto è molto buono!
In quanto offre l'occasione di delicatissime e importanti riflessioni sulle quali dovremo soffermarci più spesso!

Maria Valentina Mancosu 01/03/2015 - 14:07

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grazie Vera! sì lungo e faticoso...

valeria franchi 01/03/2015 - 06:55

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Lungo e faticoso il cammino della reciproca comprensione e del reciproco aiuto che non sia però oppressione!!!
Lo hai reso molto bene.
Vera

Vera Lezzi 28/02/2015 - 21:34

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