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STORIA DI UN AMORE GRANDE E INFINITO - Prima Parte

Era il giorno 3 Novembre dell’anno 1960 quando ancora molto giovane giunsi a Viterbo.
Provenivo dall’Abruzzo, una terra forte e gentile, tra il mare Adriatico e le maestose montagne del Gran Sasso d’Italia, in località Pagannoni di Campli (TE), dove sono nato nel 1939 e dove ho trascorso la prima infanzia in un Villaggio Rurale con altri due fratelli e tre sorelle, insieme ai nostri genitori, che erano proprietari terrieri. Ricordo il periodo della guerra, i soldati Tedeschi, i rastrellamenti, i bombardamenti aerei e terrestri, l’arrivo degli Americani che distribuivano chewing-gum, carne in scatola e sigarette. Ricordo anche, con una certa nostalgia, la vita sana, semplice e allegra del mondo rurale. C’era un rapporto di profonda amicizia, di collaborazione, di solidarietà, di reciproca stima e rispetto tra le varie famiglie. Era un mondo, dove c’era poco, ma non mancava niente!
A Campli ho frequentato le scuole Elementari e di Avviamento Professionale. Successivamente ho frequentato l’Istituto Tecnico Industriale “Luigi di Savoia” di Chieti, dove ho conseguito il diploma di Perito Elettrotecnico. Subito dopo il diploma, ho partecipato ad un concorso presso l’allora Società Romana di Elettricità di Roma, distributrice di energia elettrica nel Lazio e parte della bassa Toscana.
Sono stato quindi assunto stabilmente dal 1/11/1960 e inviato nella sede operativa di Viterbo, in via della Sapienza n°12, sita nel cuore della città
I primi giorni, mi sentivo un po’ spaesato e solo, ma dopo qualche settimana ho fatto amicizia con gli altri colleghi e con la famiglia Bandini, nella quale ero andato ad abitare insieme ad altri due giovani assunti dalla stessa Società e nella quale ho ritrovato, fin dai primi giorni, tanto affetto e calore.
Ho cominciato anche a conoscere ed apprezzare le bellezze della storica città di Viterbo e a frequentare i Centri e le località dell’intera provincia.
Sono bastati comunque pochi giorni, per notare tra le colleghe dell’Azienda, una giovane “moretta”, molto carina e simpatica, intenta alla riscossione delle bollette.
Da principio, non mi dava troppa confidenza, mi considerava quasi “uno straniero”.
Pian piano però, ha cominciato a notarmi, soprattutto per come vestivo; sempre elegante e ordinato (così mi ha confessato successivamente!). Molto spesso andavo a trovarla, con la scusa di qualche chiarimento in merito alle bollette e lei mi rispondeva sempre con molta professionalità e cortesia.
Passarono alcuni mesi, tra brevi incontri e saluti di cortesia, finchè, all’inizio della Primavera, cominciammo ad incontrarci passeggiando lungo il Corso principale della città, che lei frequentava spesso con Rosaria, la cugina più cara.
Dopo qualche giorno, venne a trovarmi in ufficio per sollecitare l’allaccio della luce ad una sua amica. La feci mettere seduta e mentre parlavamo, allungai il piede da sotto il tavolo e chiusi la porta; lei diventò rossa sul viso e timidamente, quasi impaurita, domandò: perchè hai chiuso la porta? Io risposi: non preoccuparti, volevo solamente dirti alcune cose riservate, cioè volevo dirti che mi sto seriamente innamorando di te e che ho un grande desiderio di baciarti!
Mi rispose un po’ sorpresa e impacciata: ma non ti sembra che stai correndo troppo? e poi tu magari avrai pure la fidanzata al paese! Allora io riaprendo la porta dissi: stai tranquilla, non ho nessuna fidanzata, non voglio nemmeno precorrere i tempi, ma vorrei che tu mi conoscessi meglio per capire quali sono i miei veri sentimenti, per questo ti chiedo di uscire qualche volta insieme, solamente noi due, magari non proprio al Corso così affollato e caotico! Sorridendo rispose: non posso negare che anch’io provo dei sentimenti e dell’attrazione verso di te, ma non precipitiamo le cose, se son rose fioriranno e per il bacio, avremo tempo, dobbiamo prima conoscerci meglio ed essere certi che si tratta di un vero amore. Ripensando a quell’incontro, sento ancora oggi una tenerezza immensa, una commozione profonda, un senso di nostalgia e un velo di malinconia. Era il dialogo di due giovani innocenti, innamorati ma ancora acerbi, pieni di sentimenti puri, sani e forti, all’inizio del primo grande ed unico Amore della loro vita. Venivamo da due famiglie di Meridionali, educati ai sani principi della serietà, dell’onestà, della semplicità e al rispetto delle tradizioni. Per questo ci siamo sempre ritenuti dei fortunati, per aver ricevuto dai nostri genitori un’educazione rivolta ai valori dell’onestà della serietà e al bene della famiglia, senza trascurare però le esigenze e le necessità degli altri, magari meno fortunati di noi.
A parte gli incontri sul posto di lavoro, quasi sempre insieme agli altri colleghi, abbiamo continuato a frequentarci, con passeggiate al Corso e qualche volta al Sacrario dove effettivamente, c’è stato il “famoso” primo bacio, alla vigilia della partenza per la gita a Napoli con la famiglia riunita. Successivamente abbiamo iniziato ad incontrarci a Prato Giardino, dove però lei era un po’ titubante perché voleva evitare eventuali mie avances che potessero andare oltre il consentito dall’educazione del tempo e dai dettami di mamma e papà! Le passeggiate comunque, anche se abbastanza frequenti, erano quasi sempre limitate a qualche ora, visto che papà Domenico aveva imposto il rientro a casa, tassativamente non oltre le ore 19,00
Come già detto, gli incontri erano brevi, pudici e fugaci, ma forse proprio per questo, erano più profondi, romantici e teneramente intensi! Io conoscevo il suo papà, il già citato Sor Domenico, perché era il capo esattore dell’Azienda elettrica, ma lui non sapeva della nostra innocentissima relazione! Finchè una Domenica mattina, dopo essere andati a messa nella chiesa di Santa Rosa, facevamo un giretto, passando per piazza del Teatro, le Colonnette, via Raniero Capocci, Porta della Verità e quindi incamminarci verso via Mazzini per accompagnarla vicino alla sua casa, in via Fontanella del Suffragio.
Camminavamo, in pieno giorno, l’uno sottobraccio dell’altro ed eravamo giunti in Via Niccolò della Tuccia, quasi all’imbocco di via Mazzini; all’improvviso ci vedemmo sbarrare la strada da un motociclista proveniente da dietro. Fu una grossa sorpresa per tutti; era il nostro Sor Domenico, che rivolto a sua figlia disse bruscamente: mi meraviglio di te Maria Pia, voi andate in giro abbracciati e io non sapevo niente! Chissà da quanto tempo dura la vostra storia, chissà la gente che avrà pensato, magari avrà anche riso alle mie spalle! E poi aggiunse, ma tu lo conosci bene questo signore, è un forestiero, avrà una fidanzata al suo paese o forse sarà pure sposato! Maria Pia rimase senza parole e io che sono da sempre molto timido, cercai quasi balbettando di rassicurarlo dicendo che non avevo nessun’altra fidanzata e tantomeno la moglie, e che le mie intenzioni erano serie, che ero molto innamorato della figlia e che volevo sposarla. Lui rispose, sarà anche come dite voi, però queste cose non si fanno, il padre ha il diritto ad essere informato per primo, e rivolto alla figlia: con te, comunque faremo i conti a casa e ripartì velocemente con la sua “Moto Guzzi - Galletto” !
Noi due, rimanemmo scioccati e sbalorditi e allora io cercai di rincuorarla, ribadendo che ero pazzo d’amore per lei, che ero pronto a conoscere tutta la sua famiglia e che volevo un fidanzamento ufficiale e iniziare a frequentare la sua casa.
Difatti, dopo qualche giorno ebbi l’invito ufficiale per andare a pranzo a casa sua con tutta la famiglia riunita per ufficializzare l’evento.
Conoscevo già anche il fratelli di Maria Pia, Nicola e Bruno poiché erano i letturisti dei contatori della luce, ma in occasione dell’invito a pranzo ho conosciuto anche le sorelle Anna, Carmela, Angela e Rosetta, oltre alla mamma Alfonsina, che in effetti conoscevo già di vista, per averla incontrata qualche volta durante le nostre passeggiate lungo Viale Trieste, da Viterbo a la Quercia.
Ricordo molto bene quel giorno, eravamo tutti un po’ emozionati e soprattutto io, anche se mi trovai quasi subito a mio agio perché ritrovai la famiglia che mi mancava tanto, visto che la mia era lontana ed io avevo la nostalgia soprattutto della mamma perché fin da ragazzo ho vissuto lontano, prima a Chieti e poi a Viterbo.
Da quel giorno, cominciai a frequentare la casa, ed ebbi modo di apprezzare la simpatia e la cortesia di tutta la famiglia, ma in particolar modo la grande bontà e la disponibilità di mamma Alfonsina. Una bella e brava signora napoletana, sempre affabile, allegra e sorridente, piena di attenzioni soprattutto nei miei riguardi; una vera madre con un grande cuore pieno d’amore e premure per tutti.
Passarono altri mesi, continuai a frequentare assiduamente la casa di Maria Pia, i rapporti tra noi erano ottimi, l’amore cresceva, c’incontravamo sempre più spesso e tutto procedeva nel migliore dei modi.
Comunicai alla mia famiglia, in Abruzzo, il fidanzamento dicendo che avevo conosciuto una bella e brava ragazza e che ormai mi sentivo meno solo, in quanto oltre alla ragazza, avevo trovato anche una nuova famiglia su cui poter contare.
I miei, furono molto contenti ed espressero il desiderio di conoscere, alla prima occasione, sia la giovane che la sua famiglia.
Arrivarono le festività del Natale 1961, ed io tornai al paese natio per un breve periodo di vacanza da trascorrere con i familiari.
Ovviamente tutti mi chiesero informazioni sulla mia fidanzata, poi intervenne mio padre che rivolto a me disse: ho sentito che vai spesso in casa della tua ragazza e a volte rimani anche a mangiare; io risposi è vero papà, è proprio così.
Allora lui aggiunse, sono contento per quello che mi dici però se fossi suo padre non sarei completamente tranquillo, vorrei conoscere anche la tua famiglia, soprattutto i tuoi genitori.
Cosa sanno loro di noi, potremmo essere persone non dabbene, perciò se tu hai delle buone intenzioni e vuoi bene a questa ragazza, mi sembra giusto farci conoscere e presentarci anche questa giovane e la sua famiglia, saremmo tutti più tranquilli, è vero Teresa ? aggiunse, rivolto a mia madre. Mia madre rispose, hai perfettamente ragione Giovanni, è bene fare conoscenza della ragazza e di tutta la sua famiglia, comunque sono proprio contenta, così Sabatino si sentirà meno solo e per qualsiasi cosa saprà dove appoggiarsi e a chi rivolgersi.
Risposi, è senz’altro come dite voi, io ho intenzioni serie e voglio molto bene a Maria Pia, quando ci saremo conosciuti meglio, vogliamo sposarci e mettere su famiglia. Allora, riprese mia mamma, organizza un’incontro, magari veniamo noi a Viterbo. Mio padre fu entusiasta e mi disse: chiamala subito al telefono e dille che se le fa piacere veniamo con te e poi noi torneremo in treno.
Telefonai subito a Maria Pia, informandola dei desideri dei miei genitori; lei ne fu entusiasta e disse: ma è una bellissima notizia, informo subito anche mio babbo e mia mamma, i quali saranno certamente molto contenti, vi aspettiamo tutti a braccia aperte !
Così giovedì 28 dicembre 1961, siamo partiti io e mio padre per andare a trovare la mia sposa ( al mio paese la fidanzata era chiamata la sposa ), mia madre non è potuta venire perché non stava molto bene. Siamo arrivati nel primo pomeriggio, la mia “sposa” aveva organizzata una festa con tutti i parenti e qualche amico tra cui il fotografo Capulli, per immortalare l’avvenimento.
Durante la cena, mio padre con un pizzico di orgoglio mi ha più volte elogiato, raccontando che ero un bravo ragazzo, che non gli avevo mai creato problemi, che ero stato sempre bravo a scuola e che potevano fidarsi di me perché ero uno che mantiene sempre le promesse. E’ stata una bella festa e io da quel giorno sono stato più tranquillo e mi sono sentito come a casa mia. La mattina dopo, mio padre è ripartito non prima però di aver invitato i signori Affinita a contraccambiare la visita presso la nostra casa in Abruzzo.
Da quel giorno, il Sor Domenico si tranquillizzò abbastanza, tanto è vero che ci consentì di rientrare a casa anziché alle 19,00 alle 19,15! oppure alle 19,30 se accompagnati dalla mamma o dalla sorella! (Erano altri tempi che io ricordo con una certa nostalgia!)
Tutto sembrava bello, lo è stato per un mese; poi un’immane tragedia ha travolto la famiglia Affinita, mè compreso, perché all’improvviso, a seguito di una breve ma grave malattia, l’11 febbraio 1962 è morta mamma Alfonsina a soli 53 anni, gettando tutti noi in un grande, profondo e indimenticabile dolore che ha sconvolto e cambiato per sempre la nostra vita.
Eravamo quasi tutti giovani, il colpo è stato tremendamente duro per ognuno di noi, ma la famiglia, una grande famiglia, ben guidata ha saputo ricompattarsi e reagire alla disgrazia, al dolore, allo smarrimento e allo sconforto totale.
L’intera famiglia, poteva disintegrarsi, finire in mille pezzi, perdersi nel vuoto. Il Nostro Sor Domenico però è stato veramente molto bravo, anche se come al solito un po’ severo, ma in quella occasione era veramente importante tenere la famiglia unita, assegnare a ognuno un compito e lavorare uno per tutti e tutti per uno, nel costante ricordo della grande e insostituibile mamma Alfonsina.
Non è stato facile, ma la famiglia unita cel’ha fatta. Quasi tutto, pian piano è stato sistemato e certamente da lassù mamma Alfonsina ci ha aiutato, ci ha messo una mano, il suo esempio, il suo amore, la sua straordinaria bontà, ci ha dato la forza per ricominciare ed andare avanti. Lei è vissuta e vivrà per sempre nei nostri ricordi e nei nostri cuori.
Oggi, che anch’io ho provato l’immenso dolore e lo sconvolgimento per la perdita della mia adorata Maria Pia, ripenso con infinita tristezza ma soprattutto con grande ammirazione, affetto e riconoscenza, a nonno Mimì e alle sue sofferenze. Anche lui, è stato un grande uomo, onesto e generoso, da sempre dedito al lavoro e alla famiglia.



Nel mese di Aprile, il Sor Domenico, ha voluto mantenere la promessa fatta a mio padre e insieme al figlio Nicola, a Maria Pia e a me, siamo andati in Abruzzo per conoscere il resto della mia numerosa famiglia. In quella occasione, mio padre molto addolorato per la morte di mamma Alfonsina, ma altrettanto preoccupato per la mia sorte e per quella della mia giovane “sposina”, ha detto: caro Domenico, capisco che il dolore è ancora molto forte e non è facile guardare lontano e al futuro, ma la vita deve continuare, questi due giovani devono organizzarsi per formare una famiglia. Adesso sono rimasti soli, lei senza più la mamma e lui con la mamma lontana; sono soli chi li guarda, chi li controlla! Ormai Sabatino ha un lavoro stabile, si è fatto una posizione; non sarebbe meglio se si sposassero?
Siamo rimasti tutti sorpresi e muti, allora è intervenuta mia Mamma Teresa dicendo: ha ragione Giovanni, che fanno questi ragazzi da soli, facciamoli sposare, almeno stanno insieme e si aiutano l’un con l’altro. E’ di nuovo intervenuto mio padre che ha aggiunto: si potrebbero sposare ad Agosto, finito un periodo di lutto di almeno sei mesi.
Io e Maria Pia, ci siamo dati uno sguardo misto di sorpresa, preoccupazione e voglia di esultare e gridare un sì molto lungo. Ma abbiamo aspettato l’opinione di babbo Mimì, che aveva perso l’adorata moglie da pochi mesi. Finalmente, rivolto a noi ha detto: ve la sentite di fare questo passo così importante, siete pronti?
Ha risposto Maria Pia, cercando anche di leggere nel mio pensiero: io parlo anche a nome di Sabatino, noi siamo ancora scossi e addolorati per la perdita di mia mamma, ma siamo anche consapevoli del grande amore che ci lega e per questo vogliamo ripartire con una nuova famiglia, e abbracciandoci abbiamo gridato forte : si, siamo pronti!
Siamo rimasti abbracciati per alcuni minuti, piangendo e gridando: mamma Alfonsina aiutaci e guidaci per sempre da lassù. Così è stato, abbiamo sentita mamma Alfonsina accanto a noi ogni istante della nostra vita.


Tornammo a Viterbo ed iniziammo subito i preparativi per le nozze: la chiesa, le bomboniere, i vestiti, le partecipazioni, il pranzo e soprattutto il nostro nido d’amore, la casa tutta per noi.
Ci sposammo Giovedi 9 Agosto 1962 nella chiesa della Crocetta in via Mazzini con le rituali foto in chiesa e nel Palazzo dei Papi. Dopo il pranzo siamo partiti per la luna di miele a Roma e poi a Napoli, Capri e Costiera Amalfitana. Successivamente, ci siamo trasferiti in Abruzzo, a casa dei miei dove siamo stati raggiunti dai parenti di Viterbo per festeggiare insieme a tutti i miei congiunti, compresi quelli che non avevano potuto venire a Viterbo il giorno del matrimonio.
Dopo qualche giorno tornammo a Viterbo e andammo ad abitare in via Col Moschin, in una casa presa in affitto e dove rimanemmo per otto anni durante i quali, sono nati i nostri due figli.
Furono anni molto belli e felici, io ero fortemente impegnato sul lavoro, che però mi dava anche tante soddisfazioni e permetteva a me e mia moglie di guardare al futuro con una certa fiducia e tranquillità.
Nel frattempo, le Aziende private, produttrici e distributrici di energia elettrica erano state nazionalizzate e costituito il colosso Enel (Ente Nazionale per l’Energia Elettrica). Questo Ente è stato molto importante, non solo per l’occupazione giovanile, ma soprattutto per l’economia italiana, perché ha portato l’energia elettrica in tutte le case, nelle campagne e nelle fabbriche, permettendo un continuo e progressivo sviluppo nell’agricoltura, nell’artigianato e nell’industria, creando migliaia e migliaia di posti di lavoro e quindi benessere per tutti.


Fine Prima Parte


(Continua nella Seconda Parte)




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Racconto scritto il 06/03/2015 - 16:16
Da Sabatino Santucci
Letta n.527 volte.
Voto:
su 6 votanti


Commenti


Bellissima storia vera!! Complimenti, buona serata!

Chiara B. 08/04/2015 - 18:36

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Complimenti Sabatino! Avevo letto la prima e la seconda parte del tuo racconto.
Vittoria meritata!
Buona Pasqua!

Paola Collura 05/04/2015 - 09:20

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Caro Sabatino complimenti.

luciano rosario capaldo 04/04/2015 - 17:45

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Artista Sabatino, storia ben narrata e molto bella a leggersi per le vicende narrate!
Il mio voto è eccellente!
Credo che in ogni tempo, i valori sian tali...non penso che quelli di ieri, fossero migliori e viceversa!
Ciascun tempo, ha i suoi fulgori e le sue anomie...

Maria Valentina Mancosu 07/03/2015 - 15:43

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