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HORROR ON THE NIGHT EXPRESS

Varsavia. 15 Maggio 1920.
Ore 2,50.
Era una notte buia, il vento gelido del Nord entrava nella pelle e si addensava nelle ossa, fino a scatenare brividi forti, quasi simili a un delirium tremens; il Night Express, il treno della notte diretto verso mete sconosciute, buie, verso un'Europa diversa o lontana, stava per incominciare il suo lungo cammino.
Destinazione: l'Ovest.
Wojtek decise di partire quella sera: aveva troppe cose dentro di sé da buttar fuori, troppe repressioni e delusioni, e rimanere in quella sua maledetta città ancora a lungo sarebbe stato solo un grande danno per lui.
E allora partire, via.
Sì, ma dove? Non importa.
Un biglietto di seconda classe comprato all'ultimo minuto, una focaccia ancora calda del forno di Zlatan, un paio di preservativi chénonsisamai, un libro di Platone, e tanta vita addosso.
E via, via verso l'Italia, la Francia, la Spagna, dovunque quel maledetto benedetto treno l'avrebbe portato.
Salì sul treno, con la tristezza di non aver nessuno su cui poter contare, nessuno da poter salutare, nessuno che ti aspetterà ancora lì quando deciderai di tornare.
Carrozza con vista sulla città dormiente attraversata dalle luci.... Però, che bella vista.
Nella mente aveva ancora lei: Jakovchka, la donna di cui si era invaghito più di qualsiasi altra e che piano l'aveva consumato, piano gli aveva rovinato la vita fino a diventare fottutamente l'ombra di sé stesso, fino a dover prendere questa dannata decisione obbligatoria di lasciare tutto e tutti.
- 'Fanculo, che merda - pensò tra sé e sé. - Fottuto da una puttana -.
Rimurginava come nessuno avrebbe mai fatto al posto suo; da un lato, sperava a ciò che di nuovo poteva trovare lì dove si sarebbe trovato, dall'altro si pentiva e pensava a ciò che avrebbe lasciato in quella sua Polonia devastata ma meravigliosa.
- Kurwa. Odpieprz Sie. - mormorò, sdegnato.
Nella mente risuonavano leggere le note di Fantastic Fly, una delicata ma impetuosa rapsodia che aveva ascoltato quel giorno in cui lei l'aveva mollato...
...Suonata divinamente da artisti di strada: violino, contrabbasso, fisarmonica e mandola. Sembrava di volare alla pari di Icaro mentre l'ascoltava.
Basta, basta pensare: il treno parte. Prima fermata prevista: Colonia. Basta rimurginare. E' ora di godersi un po' faccia a faccia il futuro.
Il treno si muoveva a una velocità pazzesca, era appunto noto per questo: era uno di quegli espressi notturni che viaggiava ad una velocità maggiore rispetto a tutte le altre locomotive, era un treno di lusso, un vero gioiello della tecnologia.
- Non per niente ho pagato il biglietto 500 rubli, cazzo. - pensò Wojtek.
Ma questo non importava adesso: avrebbe trovato un impiego nella sua nuova vita, avrebbe ricuperato e ricostruito tutto daccapo, anche meglio. Ora basta chiacchiere.
Il mezzo aveva appena oltrepassato la linea di confine tra Polonia e Germania: erano oramai le 4 del mattino, e fu in quel momento che Wojtek avvertì che una strana presenza si avvicinava alla sua cabina. Il controllore era passato da una decina di minuti, regnava un silenzio tombale nell'abitacolo, a parte questi strani passi che gli provocavano un'inquietudine interiore assurda.
- C'è nessuno? - ebbe appena il tempo di dire, quando una mano assassina gli tappò la bocca; tentò di urlare, ma invano: un pugnale gli serrò la carotide e piano lo sgozzò fino a decapitarlo.
Ora giaceva lì, a terra, sul pavimento di quella maledetta cabina di quel maledetto treno che avrebbe dovuto essere il treno del suo riscatto, con il capo diviso dal suo corpo. L'assassino fuggì via, chissà se si nascose o approfittò del silenzio del treno per non essere scoperto.
I passeggeri e il personale si accorsero troppo tardi di quanto orrore si era consumato nella notte. Erano le 7 del mattino, quando uno dei controllori saliti a Monaco di Baviera si accorse di questo corpo straziato, mutilato e violato nella sua umanità, giacente oramai esanime in una pozza di sangue.
Immediatamente il viaggio venne interrotto e vennero interpellate le autorità affinché venissero messe al corrente di quanto era accaduto. Vennero chiuse tutte le porte e fu dato a tutti ordine di non uscire, né sarebbe stato possibile farlo: se l'assassino si fosse trovato nel treno, non avrebbe potuto fuggire.
Erano ormai le 9 del mattino: il treno era fermo ormai da due ore nella stazione di Munich Zentrum, quando arrivò il Commissario Jean - Philippe Contadin, del commissariato di Parigi e chiamato dalle autorità Tedesche per le sue ammirate capacità investigative.
- Buongiorno, commissario - sentenziò l'autista del treno.
- Buongiorno - rispose serio il commissario - Ch'è accaduto qui? -
- Si chiamava Wojtek Poltrocze, era un passeggero salito a Varsavia... Lo abbiamo trovato così stamattina alle 7, ma il poverino doveva essere già morto da un pezzo. Abbiamo chiuso istantaneamente tutte le entrate del treno, affinché nessuno possa né scendere e né salire. Cosìcché se l'assassino ha agito qui, considerato che dall'ultima fermata in cui il controllore ha visionato la regolarità del viaggio di Wojtek, non ne è stata effettuata alcun'altra, sarà chiaro che egli si trovi ancora nei locali della locomotiva. -
- Bene, bene. - sentenziò il Commissario. - Procediamo alle valutazioni scientifiche. Ispettore Wlosko, ha da dirmi qualcosa a riguardo? -
L'Ispettore Karmin Wlosko era l'incaricato alle indagini biologiche: - Il corpo è stato sgozzato tra le 4 e le 4,30 del mattino, e lo può confermare lo stato del sangue a metà tra il liquido e l'oramai ristagnato, quasi solidificato. La cosa che mi insospettisce è che il cadavere sia in un processo di rapidissima putrefazione. Doveva essere di salute alquanto cagionevole: questa mia tesi è supportata dal fatto che egli ha cercato di urlare, ma non ci è riuscito perché la mano che gli ha tappato la bocca gli ha fatto perdere completamente i sensi immediatamente, prima di sgozzarlo. Asma bronchiale. -
Stavano appunto continuando a dissertare a riguardo, quando il Commissario Contadin notò che era stato perduto un documento e che si trovava proprio ai piedi dell'assassinato.
Lo raccolse, lo aprì: il nome indicato era quello di Monica Nabywac, nata a Cracovia il 3 Settembre 1890. Come poteva trovarsi lì quel documento? Chi glielo aveva messo?
- Monica Nabywac! C'è qualcuna che si chiama così in questo treno? - gridò a gran voce il Commissario.
Silenzio Tombale. Nessuno rispondeva.
- Monica Nabywac! - continuò ad urlare, mentre passava tra tutte le carrozze del treno.
Ed ecco che notò un volto strano, quasi simile a quello della foto presente sul documento... Era agitato, turbato, percosso.
- Monica Nabywac? - chiese, con una punta di sospetto.
Nemmeno il tempo di finire il nome che l'interessata sgattaiolò via come una lepre. Riuscì a uscire dal tettuccio presente sul treno fermo.
- Inseguitela! Inseguitela! - ordinò il Commissario.
Un esodo fatto di poliziotti, personale del treno e viaggiatori cominciò a inseguire la ragazza che era ormai fuori dalla Stazione, presi da un moto di coinvolgimento e di compassione per il ragazzo morto: oramai, anche se nulla era stato appurato, erano tutti convinti che fosse lei l'assassina: da quel documento trovato ai piedi del morto, fino al volto turbato, fino alla fuga.
Sfortunatamente, Monica cadde in una buca che si trovava sulla strada e che non aveva visto: ci cadde dentro, rimanendovi bloccata.
Quando la marmaglia arrivò a recuperarla, il Commissario Contadin, nel tirarla fuori, sentenziò:
- Signorina Nabywac, perché fuggiva? -
- Perché odio i piedipiatti! -
Un "ooooh" di sgomento si levò dal gruppo di persone.
- La ordino di seguirmi in Commissariato.-
Monica cercava di sbracciarsi, di liberarsi, di lasciarsi andare, ma venne ammanettata e condotta via a furor di popolo, e a tratti anche maltrattata.
Il corpo del povero Wojtek fu dapprima rinchiuso in una bara di legno; poi, appuratesi le autorità competenti del fatto che non avesse parenti o persone care a cui appellarsi, fu cremato, e le sue ceneri rovesciate nelle gelide acque del Danubio.
Il commissario, insieme all'Ispettore Wlosko e a Monica, arrivarono a Parigi alle 3 del Pomeriggio. Il Commissariato si trovava nel quartiere di Saint - Georges, ed arrivati lì, posero immantinente sotto interrogatorio l'interessata.
- Cosa sai sull'omicido di Wojtek Poltrocze? - chiese oscuro il Commissario.
- Niente, assolutamente niente. Sono innocente! Volete capirlo o no? Io non ne so niente! Voi non potete accusarmi senza averne la più sfacciata prova! - urlò sicura la Nabywac, cercando di parlare in francese il meglio possibile senza però nascondere il suo chiaro accento polacco.
L'Ispettore non era per nulla persuaso dalla sedicente innocenza, ma stava quasi per rilasciarla per mancate prove, quando, dalla tasca dell'interessata, cadde il pugnale.
Sporco di sangue raggrumito.
L'Ispettore lo colse racchiudendolo in un fazzoletto. E con voce ferma e scura, disse:
- E questo di chi è? Non ne sai niente? -
Monica restò zitta, fredda. Spaurita.
- Assassina, e per di più sbadata. Un'assassina molto dilettante vero? - sentenziò Contadin. - Allora sei stata tu? O è stato il coltello e tu non c'entri niente? -
Monica Nabywac, le lacrime agli occhi, una voce rotta dal pianto e una colpevolezza ormai lampante, disse, con voce soffocata:
- Io amavo ancora Wojtek... Non potevo sopportare l'idea di avergli fatto così male, di averlo abbandonato... Non sopportavo l'idea che lasciasse il suo paese, che tanto amava, per tutto il male da me procuratogli... Volevo porre fine alle sue sofferenze interiori. Non credevo si sarebbe ripreso in un altro posto, era solo una scusa, un pretesto... Volevo che fosse finalmente libero da pensieri. Per il suo bene. E per il mio. Per non sentirmi ancora un peso.-
Contadin la guardò a metà tra il sospettoso e l'esterrefatto. Poi sentenziò:
- Signorina Monica Nabywac, alla presenza dell'Ispettore Karmin Wlosko io la dichiaro in arresto per l'omicidio di Wojtek Poltrocze. Ogni cosa che dirà sarà usata contro di lei. -
- Ti amo, Wojtek... - ebbe appena il tempo di sussurrare, tra sé e sé Monica, tra le lacrime. Ormai pentita.
Fu sbattuta dentro, in una cella oscura in cui filtrava appena un po' di luce da fuori, e in cui passò ottantaquattro giorni d'inferno, nutrita soltanto di pane raffermo e acqua del Volga.
L'ottantacinquesimo giorni ci fu il processo, alla presenza del magistrato Fernand De Bois, uno degli inquisitori più rappresentativi dell'epoca.
L'accusa era lampante, e la stessa Monica non si difese: si sentiva troppo in colpa per farlo, tutto l'amore per Wojtek riaffiorava a galla.
A nulla valse la brillante oratoria dell'avvocato difensore: Monica si autoaccusò, si dichiarò colpevole.
Su queste basi, il giudice non poté che accusarla di omicidio volontaria e condannarla, secondo la legge Francese con cui era stata processata, a morte tramite ghigliottina.
Lo stesso modo in cui era morto Wojtek. Decapitata.
Sarebbero stati uniti almeno un'ultima volta, nello stesso modo di morire.
La condanna ebbe luogo in Rue de la Place il 3 Novembre 1920.
Pioveva, cazzo se pioveva.
Ma erano tutti comunque presenti ad assistere a quell'ennesimo spettacolo di morte.
Il boia, avvicinatosi alla condannata, disse: - Hai un'ultima cosa da voler chiedere, o da voler dire? -
Ebbe solo il tempo di ripetere, ancora una volta, tra sé e sé, "ti amo Wojtek".
E la lama cadde e le trapassò il collo, veloce, tagliente, diretta.
La testa fu mostrata al popolo festante, contento e cinico al punto giusto per aver tolto di mezzo un'altra delinquente, massì, che ci frega.
E' in questi casi che il popolo diventa la più feroce bestia incontrollabile, capitanata da un demagogo che non conosce pietà: lo Stato.
Fuori stava per iniziare un'altra giornata, e si apprestava un'altra nottata d'inferno; e a più di 300 km di distanza, il Night Express si preparava a ricominciare l'ennesimo viaggio tenuto da quella lontana e terribile notte di quasi sei mesi prima; e ancora una volta il treno della notte, diretto verso mete sconosciute, buie, verso un'Europa diversa o lontana, stava per incominciare il suo lungo cammino.
Chissà...



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Racconto scritto il 20/07/2011 - 12:18
Da Manuel Miranda
Letta n.546 volte.
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