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Un\\\'antica ricetta

“Dici che la settimana prossima può andar bene?” diceva mia zia mentre girava il suo caffè con un dolce tintinnìo del cucchiaino che batteva sulla tazzina del servizio ormai scompagnato.
La sua era sempre una visita molto gradita, come d’altronde quella di chiunque accettasse una tazzina di caffè, avendo così la scusa di berne un goccetto anch’io nonostante fossi solo una bambina.
Questa era la frase che scambiata tra mia madre e mia zia mi faceva rizzare le orecchie per captare qualcosa di più preciso ed iniziare a sognare e programmare una giornata speciale, sicuramente memorabile: la giornata per fare il pane carasatu! Una volta decisa la data si provvedeva a tutta l’organizzazione.
Accompagnavo mia madre al mulino che allora era nel centro del paese e che ci accoglieva con un rumore assordante ed una nebbia fitta di pulviscolo che si accumulava sul pavimento di travi di legno e che a ricordarlo ora mi fa venire l’asma. Mentre mia madre parlava con il mulinzanu io mi guardavo timidamente attorno e fantasticavo sulle gesta che avrei potuto compiere come un pirata sulla nave. Quel pavimento in legno invitava proprio alla fantasia, mi vedevo già brandendo una spada in un duello all’ultimo sangue. Quanta invidia per i figli del mugnaio che avevano sicuramente il mulino come teatro dei loro giochi!
“Ajò!” la voce di mia madre mi destava da quei sogni e quindi la seguivo mentre lei si era già caricata il sacco di farina sul capo e come al solito si fermava ogni due passi a salutare le altre donne che allora animavano il nostro centro storico e dove i profumi dei cibi si confondevano, rinforzati dal passaggio in ogni casa con le porte perennemente spalancate.
Spesso le donne sedute sull’uscio si dedicavano a lavorare gli ortaggi prima di cucinarli: durante la primavera era solito vederle sbucciare fave, che nonostante il favismo era un prodotto che non mancava in nessun orto, mentre a fine estate con una grossa pietra piana sulle ginocchia si dedicavano a spaccare mandorle con una piccola pietra o con un martelletto le più moderne. Lo scrocchio delle mandorle che si spaccavano si sentiva a notevole distanza, di casa in casa, di vicolo in vicolo, ed era il musicale annuncio che a breve ci sarebbe stata una cerimonia in famiglia: una cresima, un atteso fidanzamento o la festa paesana. Le mandorle sarebbero state infatti usate sapientemente dalle donne per la preparazione di guelfos e amarettos o aranzata, dolci allora genuini, prima che venissero sconvolti da ingredienti e preparati di dubbia provenienza.
Dopo i saluti di rito le tiravo la gonna e le chiedevo “Chi era?” scoprendo così una fitta rete di parentela, dal primo al quinto grado, e ciò che poi scoprivo con il passar del tempo era che i rapporti di allora erano molto stretti tra le persone, rapporti fatti di complicità e solidarietà, di presenza a volte eccessiva, anche se questo era lo scotto da pagare per conservare intatti i rapporti. Qualche giorno dopo era compito mio andare a comprare il lievito, e l’ordine aumentava sempre nella quantità, forse perché mia madre aveva scoperto che mentre mi fermavo appoggiata all’angolo di una casa ad osservare l’opera del ciabattino con i suoi occhiali in bilico sul naso mi nutrivo di quel prodotto, pescando nell’involucro come se ci fossero ciliegie. Il gusto del lievito mi piace ancora e forse, anche se non mi regala le proprietà benefiche, mi riporta indietro di quarant’anni, e non è male.
Ma fare il pane per me, mio fratello ed i miei cugini significava saltare la scuola per un giorno e andare nella grande casa colonica dei miei nonni, in quella bellissima campagna vicina al mare, teatro di mille opere, alcune raccontabili altre meno…. Dopo la scuola pranzavamo di corsa perché alle due passava a prenderci uno zio al rientro dal lavoro e al quale nel tragitto riempivamo l’auto e la testa, di strilli, frenetici progetti e prematuri litigi. Arrivati a destinazione non entravamo neanche in casa, facevamo scorgere giusto la testa facendo constatare la nostra presenza e in modo che la sera i nostri nonni potessero cercarci e chiamarci per nome, che non avevano niente di originale visto che ognuno di noi portava i loro nomi più o meno accorciati ed arrangiati.
Il nostro primo pensiero era di proseguire i giochi lasciati a metà dalla precedente incursione nel vicino boschetto di eucalipti; giochi che a quell’età restavano inconclusi, mai vissuti totalmente, sempre aperti a nuove sfumature e varianti.
Quello più impavido tra noi faceva l’ingresso nella stalla per prendere in “ prestito” le funi di canapa che mio nonno intrecciava per fare le pastoie per le mucche, mentre a noi servivano per costruire baracche nel boschetto. Ogni volta, come ingegneri esperti facevamo il nostro sopralluogo per scegliere quattro alberi distanziati equamente misurando le distanze con i passi, e da li con le frasche nasceva la nostra casa. Da unica femminuccia mi stranivo parecchio se mi si chiedeva poi di calcare il ruolo di donna di casa: a caccia ci sarei andata anch’io!!
Dai vecchi trattori e auto toglievamo come abili meccanici i cuscinetti per fare quei carrozzini con cui girare tutta la borgata, motivo di cameratismo nella costruzione, di forti discussioni per l’utilizzo: uno era troppo poco! Ma il malumore non durava mai tanto: girate le spalle all’oggetto del litigio inventavamo subito un nuovo passatempo in quella sala giochi enorme, sotto quel cielo talvolta tinto d’azzurro dalla primavera altre con il grigio dell’inverno, ma pur sempre il tetto delle nostre giornate speciali.
Non è una cosa che oggi ci fa onore, ma con le nostre fionde cercavamo di sfondare i pochi lampioni lasciando così l’intera borgata al buio per settimane. All’imbrunire, e forse anche per la fame essendo la caccia andata a vuoto, entravamo finalmente nella grande casa, quella casa piena di storia, di fatiche, di vita e d’amore.
I miei nonni nonostante i disagi di una vita povera erano riusciti a far crescere dieci figli ed ospitare con gioia e provviste nipoti e parenti di vario grado. Ma questo, a quei tempi era un miracolo che avveniva in parecchie famiglie.
Attorno al tavolo la nostra fame dava fondo a quella cena dal sapore unico e speciale, dall’aroma differente che ancora oggi popola la mia memoria e a distanza di tanti anni mi porta per incanto ancora lì, con le ginocchia sbucciate ed i capelli spettinati. Con l’aiuto di una zia si preparavano i letti, spesso materassi messi a terra, visto il numero degli ospiti. Le lenzuola avevano il profumo del sapone di marsiglia misto alla pungente salsedine che arrivava dal mare non lontano, come se ne sentiva il suo impetuoso movimento in nottate di forte vento.
Durante l’inverno ci si riuniva attorno al caminetto ad ascoltare gli antichi racconti dei nonni mangiando arance ed arrostendo castagne. Puntualmente occupavamo tutto lo spazio quindi mio nonno, uomo paziente e di poche parole, provvedeva ad alimentare il fuoco con grossi ciocchi di legna: tempo due minuti e ci si allontanava da quel cratere scottanti, mentre lui sornione se la rideva sotto i baffi fumando il suo toscanello.
Tra un racconto e l’altro mia zia, quella che un cromosoma in più aveva reso così speciale ed unica, iniziava a spazzare non sopportando la vista di qualche briciola a terra; noi ci divertivamo a stuzzicarla così chè ci inseguisse con la scopa ma il tutto durava ben poco, visto che lei dimentica dei torti subiti era sempre pronta a darci sonori baci. Ad una ad una le luci venivano spente, l’ultima la spegneva mia nonna dopo essersi accertata che tutto fosse a posto e che non avessimo freddo, aggiungendo una coperta fatta all’uncinetto da lei dopo aver disfatto vecchi maglioni. Di quelle coperte colorate con tanta di quella storia che sembravano album di fotografie.
Dopo tanta stanchezza e libertà il sonno non tardava ad arrivare anche se a volte il latrato dei cani ed il vento che scompigliava le fronde degli alberi nella notte lasciata buia dalle nostre fionde, ci faceva immaginare mostri e fantasmi che si muovevano per stanarci dal rifugio sicuro. Ma bastava infilare la testa sotto le coperte e piano piano, forse anche per l’assenza di ossigeno arrivava il sonno a cullare le nostre membra livide e ad opporsi agli incubi , vincendoli.
L’indomani mattina all’alba non c’erano sveglie che suonassero, era il leggero brusìo che proveniva dalla cucina ed il profumo del caffè a farci alzare di corsa: erano arrivate le nostre mamme e la giornata poteva iniziare. La nostra fretta non era dettata dalla nostalgia di quei volti, essendo abituati a lasciarle spesso a casa, quanto dalla voglia di riprendere le attività nel boschetto e l’occasione di fare, insieme a nonno, quella colazione da grandi fatta con pane carasatu bagnato, formaggio e sottili fette di lardo, finemente tagliate con la leppa sarda dalle mani di nonno, quelle mani che col tempo sarebbero diventate come rami di ginepro stesi sulle dune, dure e contorte a causa dell’artrite deformante. Ma mio nonno è sempre stato un uomo ostinato e anche se ha dovuto rinunciare alle mucche non ha permesso alla sua malattia di far morire l’orto davanti casa a cui si è dedicato con colpi di zappa e credo molta rabbia.
Finita la sostanziosa colazione scendevamo immediatamente nel boschetto a verificare la buona tenuta della nostra costruzione al maestrale che aveva soffiato durante tutta la notte. Il più delle volte era accartocciata su se stessa e forse è stato tramite quei giochi che mio fratello è diventato così bravo a lavorare il legno, un artista direi, ma questo è meglio che non lo sappia, potrebbe inorgoglirsi troppo.
Mentre nell’aria aleggiava il profumo del lentischio bruciato, usato per pulire il pavimento del forno, ci richiamavano le voci delle nostre madri per il rito de su cocconeddu, la focaccia, che ognuno di noi faceva in una forma che avrebbe dovuto essere circolare ma che somigliava più a chiazze di fango sulle nostre maglie: la perfezione non era considerata tra le nostre acerbe ambizioni. Le nostre preziose focacce venivan messe dalle nostre mamme e da nonna insieme ai pani, quelli talmente tondi che sembravano fatti con il compasso, a continuare la lievitazione.
L’ora della cottura ci vedeva intralciare il lavoro delle donne, nella trepida attesa che il forno dorasse quelle focacce che ci parevano le più buone del mondo. Una volta provammo a sperimentare quel tipo di cottura visto in un documentario mettendo i nostri pani su una pietra incandescente ma fummo costretti ad inghiottire mollica cruda, frammenti di pietra e tanto, tanto orgoglio. Quello fu l’unico esperimento, preferimmo non stravolgere più le tradizioni, quelle consolidate da secoli e mai modificate.
Avevamo tutta la giornata ancora davanti e non bastavano mai le ore a dar fondo alla nostra fame di esperienze e scoperte. Spesso la nostra curiosità ci spingeva fin dentro il pollaio, dove facevamo uno spuntino con le uova della giornata, lasciando nei nostri nonni il problema della scarsa deposizione delle galline. Una volta pensammo bene di cavalcare una gallina come un puledro: la poverina schiattò a terra e da lì non si mosse più. Aprimmo poi il cancelletto per farle uscire a scorrazzare all’esterno lasciando intendere che era successo qualcosa di grave all’interno, dove giaceva solitario il cadavere della povera pennuta.
Da lì ci spostavamo nell’adiacente porcilaia per sconvolgere la vita ai maiali, soprattutto a Giovannone, un maiale enorme che una volta in un impeto d’ira buttò giù mezzo muro di recinzione. La sua fine fu un’altra memorabile giornata di festa, ma di questo posso raccontarvi un’altra volta.
A volte andavamo a prendere una certa argilla per fare delle opere artistiche in quel canale che oltre all’acqua piovana portava giù la fogna delle case coloniche e delle stalle più a monte. Ma sono ancora qui a raccontarlo, forse anche le fogne erano più sane… Poi mettevamo ad essiccare i nostri lavori, ma avendo fretta di vederli finiti, dopo dieci minuti ci dedicavamo ad altre importanti attività. Spesso ci rincorrevamo in mezzo al campo di grano e, convinti che nonno non ci avrebbe scoperti, ci tuffavamo dal perimetro esterno in modo che il nostro ingresso venisse celato da quelle due spighe spelacchiate lasciate a mascherare il nostro passaggio.
Le nostre attività erano un crescendo di litigi, calci agli stinchi, riconciliazioni e nuove imprese. La giornata era cadenzata solo dall’ora dei pasti, non c’erano altri suoni se non quelli di quel mondo così vero e naturale che suonavano sotto quel cielo indimenticato. Non c’erano suonerie a distrarci e anche le campane della vicina chiesa che il parroco suonava con insistenza per chiamare le donne della borgata, diventavano una semplice colonna sonora dei nostri giochi, così come il muggito delle mucche nei pascoli, del ritmico picchiettio delle zappe che si facevano largo nel terreno indurito dal vento, ed il rumore delle onde del mare che ci permeava di sale e si univa al sapore acido del nostro sudore.
Mentre le nostre mamme uscivano dalla casa del pane con le vesti imbiancate di farina, con i volti arrossati dal calore del forno e con le membra stremate, ci chiamavano a raccolta per poter rientrare a casa. Non ho ricordi dei viaggi di rientro, di quei quattordici chilometri che separavano le nostre case da quel paradiso, forse dormivo insieme agli altri, stretti sul sedile posteriore senza seggiolini o cinture che strozzassero la nostra fatica e la nostra gioia in una compostezza a noi sconosciuta, oserei dire fortunatamente sconosciuta.
Dopo una notte di sonno veramente profondo in cui tutti i nostri lividi diventavano storia, tatuaggi indelebili in quei cuoricini non tanto innocenti, si tornava a scuola, senza aver preso in mano né una penna né un libro, e alla domanda della maestra che chiedeva il motivo della mia assenza rispondevo con un faccino tondo, roseo e felice, incorniciato da due ordinate treccine: “Stavamo facendo il pane!”


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Il mulino è collassato, arrembato dal tempo e dall’incuria e non dalle gesta coraggiose di una bambina, dove i gatti rincorrono i topi e l’erba cresce indisturbata. Il centro storico è stato abbandonato per andare a vivere in comode e belle villette in periferia, dove le donne si affannano a pulire grandi saloni per una visita annunciata e non più improvvisa e spontanea e dove i bambini ed i ragazzi oberati di compiti e immersi, talvolta affogati, nei social network non sono illuminati dal sole che bacia questa terra ma dalla luce azzurrina e fredda che arriva da un monitor.
Le case abbandonate si sgretolano sfarinando la storia del nostro paese e delle nostre famiglie, e le finestre sembrano le palpebre dei nostri anziani, aggrinzite e cascanti ma con un piccolo spiraglio astutamente lasciato aperto, giusto per vedere fin dove siamo capaci di arrivare, prima di chiuderle definitivamente. I rapporti tra le persone si sono scollati, soprattutto tra i parenti più stretti, in una pacifica indifferenza. Questo è un racconto per dichiarare ancora tutto il mio amore alle persone che tanto m’hanno amata in un amore ancora reciprocamente vivo, ovunque esse siano. E’ un piccolo film della mia infanzia intriso di nostalgia, ma non vuole essere la celebrazione dei tempi andati essendo il mio presente esso stesso una felice conseguenza del mio felice passato: vuole essere il mio inno all’amore, verso i luoghi della storia, verso le persone e la natura che mi hanno resa una bambina fortunata ed oggi una donna immensamente ricca. Mi piace pensare che il vecchio ed il nuovo possano andare d’accordo in una prelibata convivenza, completandosi a vicenda, e che ognuno di noi sappia frugare nella propria memoria per riportare alla luce, usandoli, gli ingredienti sani e veri di un’ antica ricetta.




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Racconto scritto il 05/05/2015 - 21:21
Da Millina Spina
Letta n.412 volte.
Voto:
su 6 votanti


Commenti


Grazie Rocco Michele, siamo quel che siamo grazie al nostro passato, alla storia delle persone che ci hanno accompagnato in alcuni tratti del nostro cammino.
Buona serata!

Millina Spina 06/05/2015 - 22:13

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Passato e presente in un connubio di verità... Piacevolmente scorrevole... Sempre scritti che lasciano elogiarsi... LIETA GIORNATA

Rocco Michele LETTINI 06/05/2015 - 10:19

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