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Breve introduzione al caos.

Immagino sia tutta colpa dell’età che avanza, dell’irreparabile e incontrovertibile andare delle cose, del disfacimento fisico e mentale, della tristezza per le cose non fatte a tempo debito, della tristezza per le cose fatte e fatte malamente, frettolosamente; quelle cose, intendo, delle quali senti il bisogno quando non le hai più a portata di mano, o, meglio, quando qualcuno te le porta via come facendo irruzione dentro casa tua e trovandoti inerme sulla tazza del water. Alla mia veneranda età sento l’istintivo bisogno (e parrebbe strano se sapeste da quanto, ormai, non ne percepivo di istinti così vividi) di tirare le somme di ciò che è stata la mia vita, di ciò che ho fatto e combinato (cioè ben poco) il tutto relazionato assai criticamente a ciò che gli altri, i maledetti ‘altri’ sono riusciti a fare e combinare nelle loro di vite.
Ho amato perdutamente una donna; ho voluto perdutamente bene ad un amico; e mi sono ritrovato ‘castrato’ delle mie iperuraniche speranze dall’azione perfida e naturalissima di una persona che consideravo, erroneamente, una povera vittima sacrificale.
Lei ed io eravamo cresciuti assieme, e assieme vivemmo sin quando decisi di dare un taglio alla routine e ‘scappare’ via in cerca di fortuna. Amore e odio, si direbbe. Una di quelle persone che se non te la trovi a ronzare intorno a causa dell’abitudine e di una certa qualità di necessità, non sceglieresti mai di frequentare e tantomeno di approfondirne la qualità dei sentimenti. E a ben vedere ella era assai lontana, così irrigidita nella sua frigidità, dalla realtà tutta che ci circondava e inondava e faceva parte di noi e che ci andava formando, nostro malgrado, di tra le tempestose onde della vita. E come io ero in grado di fiutare lontano da un chilometro la sua diversità, cioè la sua difficoltà, così gli altri erano capaci di tenere me alla gogna, un giorno amico, un giorno nemico, il giorno dopo indifferente, e così via all’infinito.
Ma erano pur sempre i giorni della ‘nascita’ delle nostre personalità, e chi più e chi meno, chi per un motivo, chi per un altro, non aveva ragione alcuna di stroncare sul nascere la personalità di chicchessia, né la mia né la sua. Si tirava diritti (così come per tutto il resto della vita, direi) e si andava avanti crogiolandosi sulle spiagge al sole dell’estate. Non era tutto dovuto? Non recitava così, tra le righe, quello spocchioso manifesto pubblicizzante un ambiguo gel capace di scrostare persino le superfici più incartapecorite, persino quelle più ‘nobili’ e incartapecorite senza tuttavia adombrarle di una qualche patina opacizzante che ne compromettesse l’aurea beltà?
E ad essere sinceri…qualcuno parve davvero cedere alla tentazione della lussuria. Ah, l’avessi fatto anch’io. Sì, qualcuno ce l’aveva fatta a venir fuori dalla melma e ad abbandonare le spiagge soleggiate d’estate.
Non io, evidentemente.
E sì che ne avevo di speranze. E sì che gli altri ne avevano fatti di progetti. Ma io ero semplicemente quel tipo di persona che sapendo fare un po’ tutto non sapeva fare bene un bel niente. Diciamo che stavo bene dove mi mettevano. La scuola era stata un patema a partire dalle superiori; l’università e la laurea un sogno irraggiungibile a causa della mia indefinitezza (che poi sarebbe un termine per indicare scarsità di volontà) e il lavoro un miraggio fatto di reali oasi e parecchio deserto. Ma, badate bene, la colpa me la sono sempre presa io, com’era giusto che fosse. Il mio sogno era un ‘non sogno ’. Ciò significa semplicemente che oscillavo da un estremo ad un altro senza trovare la forza di sforzarmi ad approfondire un bel niente. La voglia di libertà era una scusa, e i rapporti stroncati mai sul nascere la degna conseguenza del mio verace menefreghismo.
Adoravo leggere. No, macché. Adoravo che gli altri pensassero che io adorassi leggere. Non che non lo facessi, per carità. Ma purtroppo ho sempre sofferto, sin dalla nascita credo, di una demolente malattia chiamata ‘perfezionismo’. Il mio hobby principale consistette per anni nel cominciare sempre da capo. Che significa? Immaginate un adolescente leggere un buon libro, un buon classico ad esempio. Come si sentirebbe allorquando avesse terminato la lettura? Appagato, direi io.
Ecco, per me non era affatto così. Costantemente convinto di non aver capito un accidente ricominciavo da capo. Ma stavolta non ero sdraiato sul letto o seduto placidamente in poltrona. Ero seduto sulla girevole di fronte la scrivania e accanto al libro avevo penna e taccuino. E sì, il mio cervello mi imponeva di ricominciare dall’inizio mettendo per iscritto le trame di ciò che leggevo. Quanti inizi! Quanto tempo perduto!
E nel frattempo continuavo a guardarmi intorno con quel certo patema d’animo che se da una parte mi avvertiva degli anni che se ne fuggivano via, dall’altro mi consolava meschinamente alla luce della mediocre convinzione che, sì, dopotutto, non c’era nulla di male nel vivere una vita come tante.
Dalle mie parti, nel mio paese, quasi nessuno era diventato un ‘signor qualcuno’. Voglio dire…nessun ‘signor qualcuno’ aveva deciso di continuare a bazzicare i soliti luoghi di gioventù dopo aver compiuto il salto mortale. Di loro era rimasta solo una vaga ‘idea’; la consapevolezza che erano nati e cresciuti nella periferia, esattamente in quella periferia, e che poi se ne erano voluti andare a gratificarsi (gratificarsi?) altrove. A memoria mia, gli unici eventi che vale la pena di ricordare, a livello sociale, intendo, avvenuti in paese (se si escludono, per l’appunto, un paio di nascite eccellenti) sono stati l’omicidio di una guardia giurata e un pomposo funerale. Uno di quei funerali che non te li scordi mai perché tutti vanno in giro per mesi a ripetere: “ma tu lo sai chi era quello?”. “Uno che contava; un pezzo grosso”. Ecco, nulla più.
E a me, francamente, non importava un accidente, né di chi fosse il funerale né perché avessero ammazzato un pover’uomo che non faceva del male a nessuno. Mica ero come quel mattacchione di Leo, io. Macché. Me lo ricordo ancora mentre riparava lo pneumatico della bicicletta. Me lo ricordo mentre tagliava un pezzetto di gomma nero da un altro pneumatico andato e lo scartavetrava per benino per farlo sottile sottile. E poi la prova del nove nella bagnarola con l’acqua tiepida. “Lo vedi dove sta il buco? Tu riesci a vederlo quel maledetto buco? Che poi noi dovremmo provare compassione per quello là. Anzi dovremmo provarla per tutta la sua famiglia. Pure per tutti i morti della sua famiglia, dico io.”
Ecco. Leo era uno di quelli che già aveva capito come dovevano andare le cose; come dovevano funzionare per ‘funzionare’ per davvero. E intanto io mi illudevo che fosse solamente un povero idiota; che le cose importanti fossero ben altre, che ciò che andava coltivato fosse il nostro sano menefreghismo, o individualismo, che dir si voglia. E sorridevo sotto i baffi perché convinto che non avrebbe combinato mai un bel nulla quel Leo. E che invece io sì; prima o poi sarei venuto fuori come un geyser da una placida pozzanghera.
E poi c’erano i tornei di calcetto. In quegli anni avevamo messo su una buona squadra. Avevamo un portiere che si accontentava di fare solo il portiere innanzitutto. E non era da poco. Uno di quelli alti e grossi ma ben strutturati. Mica uno moscio e flaccido che doveva solo occupare la porta e fare numero aspettando che la palla, magicamente, gli rimbalzasse sulle chiappe.
E poi avevamo un pacchetto difensivo ben assortito. A me piaceva giocare sulla sinistra per quanto dicessero che fosse innaturale per un destrorso giocare da quella parte. Ma niente panico. Il compagno di reparto era destro pure lui e non si faceva scrupoli a rivendicare la sua legittima posizione. In mezzo e davanti erano tutti parecchio attalentati; ce n’era uno che correva come il vento e rimediava a qualche lacuna tecnica ringhiando su tutti i palloni come un cane famelico. E ce n’era un altro più grande di tutti noi. Non ricordo dove fossimo andato a pescarlo, però era il più forte e tutti lo rispettavano. Non ci togliemmo mai grossissime soddisfazioni a dir la verità. Al massimo una semifinale perduta ai rigori. E poi tutto finì. Ma era ovvio. E torniamo pure al punto.
Non ricordo esattamente l’anno, ma che me ne importa? Semplicemente presi e partii alla ricerca del ‘nuovo’. E a ben vedere doveva essere un indizio pure quello. Indefinitezza. “Che vai cercando?”, mi domandavano. E che ne sapevo io. Andavo cercando qualcosa come tutti, pensavo. In parte volevo pur godermi la vita. Ma quello è tutto un discorso a parte. Penso che bisogna nascerci per essere in grado di ‘credere’ di starsi a godere la vita. Comunque sia…mollai tutto con un preavviso che mandò su tutte le furie quei pochi che ancora facevano un qualche affidamento su di me. Ciao, ciao, dissi. Arrivederci, e godetevi la vostra di vita. Raccolsi qualche straccio e qualche euro, prenotai un volo (anzi no, l’avevo prenotato da un pezzo, solo che non lo sapeva nessuno) e mi affidai totalmente al caso (il destino per gli aventi una certa qualità ambigua di fede) fiducioso che peggio di così non sarebbe potuta certo andare.
Ma ovviamente non avevo fatto i conti col mondo. Quello con la M maiuscola voglio dire. La fortuna che andavo ricercando pareva essersi nascosta per benino dietro qualche fangoso anfratto lontano anni luce da me e dalle mie speranze. Appena arrivato, neppure il tempo di guardarmi attorno e di posare la valigia, un tipo mezzo Nazi, mezzo rasato e mezzo morto aveva cercato non del tutto invano di convincermi a lavorare per lui. Ma per chi mi aveva preso? E se fossi stato un poliziotto in borghese? E se lo fosse stato lui, invece? E perché mi feci convincere a seguirlo nella tavola calda della stazione per attendere assieme l’autobus che mi avrebbe condotto lontano da lui? Ma quello lì lo aveva capito non appena mi aveva visto sbucare fuori dalle porte dell’aeroporto che ero uno di quelli senza una lira in tasca, senza un lavoro e senza un amico col quale condividere lo spaesamento del momento. “Allora lo vuoi o no il lavoretto?”
Mi raccontò anche un pezzo della sua vita. Spacciava a casa sua, spacciava in Francia dove se n’era migrato dieci anni prima, spacciava in Olanda e spacciava pure in Germania. Suo padre l’avevano beccato perché spacciava al tempo del regime. E sotto il regime non si può spacciare impunemente. “Mica scherzavano quelli là”. Caduto il regime paparino era stato graziato e aveva ricominciato a spacciare e aveva così potuto finalmente trasmettere un poco della sua sapienza anche ai suoi sei figli, tutti maschi, tra cui l’esemplare più ‘maturo’ me lo trovavo io dinanzi a sciorinarmi le sue traversie. “E tu chi sei invece?”
E siccome mi pareva poco cortese non contraccambiare con qualche storiella di abusata matrice antisociale, e siccome quello non mi pareva esattamente il tipo che avrebbe preso di buon grado la notizia che sul sottoscritto aveva preso una grossa cantonata (e cioè che in vita mia non avevo mai e poi mai avuto guai con la giustizia) presi a raccontare a grandi linee, facendole mie, una sequela di storielle che qualche compagno un poco scapestrato aveva voluto porre alla mia attenzione qualche anno prima, quando, vai a capire perché, per un periodo avevo preso a frequentare il sotto strato della società di periferia. “Ma cose da poco, sai…quelle cose che si fanno da ragazzini, stupidaggini”. In un solo colpo ero divenuto spacciatore da quattro soldi pure io, avventato rapinatore di vecchiette, dilapidatore di beni altrui (mio padre aveva sofferto tanto per questo), blasfemo, taccheggiatore, estremista e pure finto kamikaze.
Soprattutto l’ultima cosa lo aveva colpito tanto, perché sotto al regime si erano formate un sacco di squadriglie estremiste che nelle intenzioni avrebbero voluto fare uso della più raffinata delle tecniche per avere la meglio sul potere forte. “Ma poi…”
E concluse il discorso con uno sbuffo e un gesto oscillante della mano e una espressione schifata dipinta sul volto.
In ogni caso rimanemmo in contatto. Disse che mi avrebbe fatto sapere…per quel certo lavoretto del quale ancora non avevo capito un accidente. Io montai sull’autobus con una certa soddisfazione. Ero sopravvissuto al primo attacco; e non ci avevo capito un accidente.
Ma in ogni caso non mi perdetti mai d’animo e mai persi contatto col me stesso che ero stato fino a quel momento. Voglio dire: le lunghe e poco fruttuose ore passate intento a tentare di capire come avrei potuto ricrearmi nei panni di un altro me stesso (e dico poco fruttuose perché mai riuscii del tutto a mettere in pratica i parti del mio cervello) ad un certo punto cominciarono a parermi una gran perdita di tempo pure quelle. Se il mio cuore mi pregava di ergermi a paladino dei più deboli e disadattati (che per inciso erano coloro verso i quali tendevo ad avere maggiore simpatia) il mio istinto mi costringeva a prosopopeiche apologie del senso comune. Divenni il tipo d’uomo che più di tutti si era eretto alla difesa del luogo comune e del liberalismo di matrice plebea. Lì dove c’era la necessità di bastonare per mezzo della lingua io ero, senza remora alcuna, il prescelto nel mezzo della massa e solo perché tra tutti i pecoroni che brucavano di tra le verdi erbette del circondario io parevo quello che avesse le corna più lunghe e robuste. Per di più ero uno straniero; ciò significava che sarebbe stato più facile scaricarmi nel letame nel caso le necessità liberaliste plebee lo avessero ritenuto necessario.
Per qualche tempo presi a girovagare per la città, così, tanto per farmi un’idea del posto, dei luoghi da frequentare e di quelli da evitare. Non avevo una gran fretta di tornarmene in stanza alla sera. E quando dico stanza intendo proprio una stanza. Che ne avevo presa una in affitto in periferia (ma contavo di rimanerci ben poco in periferia) a pochi soldi, e a ben vedere valeva ancora meno di quei pochi soldi a cui l’avevo affittata. Era un grosso appartamento con cucina e servizi in comune. C’erano cinque stanze da letto, tutte singole, un paio ricavate, secondo me, da altrettanti sgabuzzini. Ma di gente ne girava sin troppa. Non passava giorno in cui non vedevo in giro una faccia nuova. Un inglese, una francese, un greco, una cinesina. Queste le nazionalità dei primi abitanti al giorno in cui arrivai io. Ma cambiavano in continuazione. Una settimana dopo il mio arrivo non vidi più l’inglese e la cinesina. Spariti nel nulla, e cominciai pure a preoccuparmi. E mi preoccupavo perché leggevo la stessa preoccupazione sul volto dei rimanenti. “Che fine avranno fatto?”, si chiedevano. Ma nessuno osava proferire parola a riguardo. Tutti persi in loro stessi continuavano le loro proprie attività. La francese ci sapeva fare. Scattava fotografie dalla mattina alla sera, pure dentro casa lo faceva e un bel giorno mi chiese persino se potesse fotografare i miei calzini bucati abbandonati sullo schienale della mia sedia nella mia stanza. “Fai pure”. E via col mambo. Una ventina di scatti da qualsiasi angolazione, ma a me il risultato pareva sempre il medesimo. Il greco era un tipo sveglio, pure se non lo sembrava affatto. Stava sempre a masticare qualcosa e il frigo era sempre vuoto. Ma lui diceva che era tutta roba sua e che noi non dovevamo preoccuparci perché nel caso fossimo stati convinti che egli avesse trangugiato qualcosa che non gli apparteneva, allora ci avrebbe certamente invitati tutti a casa sua a mangiare dalla nonna greca. Bell’affare. E che combinavano questi qui nella vita? Che facevano esattamente? A porre la domanda fu un americano; uno degli inquilini che ci ritrovammo all’improvviso dentro casa dopo la sparizione misteriosa dell’inglese e della cinesina. Dunque la fotografa voleva fare la fotografa ed esporre i suoi scatti da qualche parte in qualche mostra fotografica. Il greco era laureato in matematica; e lo rivelò masticando mollica di pane guarnita di crema alla cipolla. E io chi ero? Io ero uno che se n’era andato dal suo paese per trovare fortuna altrove. Gli avrei voluto dire, con tutta onestà, che non c’era un reale motivo per cui avessi deciso di partire ma, come detto precedentemente, il mio istinto era quello all’autoconservazione. E loro parvero accettarlo di buon grado. La francese mi scattò addirittura una fotografia e il greco mi additò con l’indice della destra, mentre con la sinistra teneva ben stretta una “porcata” farcita di maionese.
Il mio stomaco era vuoto e bello capiente; e cominciò a rumoreggiare come conseguenza di quella dolce introduzione al caos.



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Racconto scritto il 25/07/2015 - 09:55
Da Luca M.
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