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IL BACIO

Non sono folle, il mio amore è folle.
Non sono pazza, sono pazzamente innamorata.
Per un padre di sangue nobile avere una sola figlia femmina è una disgrazia. Mia madre morì quando avevo 5 anni; di lei ricordo i baci le carezze l’affetto che mi diede, ma in particolare una frase, me la ripeteva spesso: “vai dove ti porta il cuore! Lui è l’unico che sa veramente cosa vuoi!”. Ne feci lo scopo della mi esistenza.
Cominciò tutto per caso, in una di quelle vie affollate in centro a Parigi, la città dell’amore. Ero scappata di casa per l’ennesima volta; quella non era casa mia, era la mia prigione, la causa delle mie sofferenze e dei miei incubi, ancora adesso a ripensarci mi vengono le lacrime agli occhi. Ero intenzionata a non rientrarci mai più. Solo con la forza e contro la mia volontà sarebbero riusciti a farmi varcare la soglia di quella villa di periferia.
Stavo camminando velocemente e con molto nervosismo, se mi avessero trovato anche questa volta la mia vita sarebbe finita. Mio padre aveva giurato che se avessi provato un’altra volta ad andarmene mi avrebbe sbattuto in un convento. Qualsiasi cosa mi sarebbe andata bene persino un convento di monache di clausura, almeno fino a quel momento. In seguito mi ravvidi, perché conobbi tra i sentimenti, quello più passionale e travolgente: l’amore.
Svoltai di corsa all’angolo in fondo alla via Boulevard. Per poco non fui bagnata da una di quelle gettate d’acqua poco gradevoli. Continuai per la mia strada finché il sole andò a riposare. Non era la prima volta che dormivo sotto le stelle. Come letto non era molto comodo, ma era sicuramente meglio di quei baldacchini di ferro battuto a cui ero abituata.
Il sole rinasce, un nuovo giorno mi attende per dimostrare a mio padre e al mondo intero che anche io sono una persona, un essere speciale con pensieri e sentimenti, un essere che va rispettato. Non sono fragile anche se sono una ragazza ho già dimostrato il mio coraggio e lo continuerò a fare. Al diavolo mio padre e quella specie di duca che devo sposare!!! Io voglio essere libera, volare via leggera come una farfalla, senza problemi, ansietà e inutili pesi, che mi farebbero precipitare al suolo.
Com’è bello il dolce risveglio che dona il sole della campagna! Sembra il bacio materno che si riceve all’aprirsi dei tuoi occhi.
Pensavo, seduta sulla staccionata d’un ponte, troppo fragile per sostenere il mio piccolo peso.
Caddi dentro a un profondo fiume; io che non ho mai imparato a nuotare sarei stata spacciata se non ci fosse stato Mourice, un giovane contadino dalla chioma bruna e gli occhi verdi.
Mi mise in salvo e notato il vestito di lino blu, mi chiese:
“Voi non siete di queste parti?”
“No” risposi tremando a ogni raffica di vento.
“Volete che vi riporti in città?”
“No vi prego non lo fate! Se proprio volete essere gentile con me datemi qualcosa da mangiare”.
Mi portò in una vecchia capanna impolverata, mi diede dell’acqua e un pezzo di pane duro, il sapore non somigliava affatto all’agnello arrosto con succo di agrumi di Sicilia mangiato due giorni prima; era molto meglio mangiare poche briciole donate da un cuore sincero che qualsiasi altra cosa data di malavoglia.
Passai la giornata accanto a lui, fu il giorno più bello della mia vita; mi ascoltava veramente, mi diede consigli saggi, mi considerava una persona, non lo dimenticherò mai!
Alla fine decisi di partire anche se di malincuore perché nel frattempo mi ero innamorata di Mourice. Dopo 20 passi mi fermai di colpo, svoltai e tornai da lui; non lo avevo ringraziato per avermi salvato la vita.
L’unica cosa che riuscii a dargli fu un appassionatissimo bacio sulle sue labbra rosacee, che lui contraccambiò.
Mi invitò a restare da lui quella notte ed io accettai senza pensarci due volte.
Passai quella notte lì, oltre a quella un’altra e poi altre dieci, venti, trenta …
Dopo qualche mese ci fidanzammo dopo un anno mi sposò. Ero finalmente felice, povera ma felice!
L’amore che provavo per lui è indescrivibile. Fu stupendo. Ma come ogni rosa ha le spine ogni bella cosa ha una fine.
Non so come, ma mio padre riuscì a scoprire dov’ero.
Ero andata a cogliere fiori per il centro tavola, era il nostro primo anniversario. Il giorno più speciale dell’anno stava per divenire anche quello più tragico della mia vita. Ed io lo scoprii presto. Tornata al nostro nido d’amore trovai mio padre con tre suoi scagnozzi. Trovai anche Mourice, ma lui era disteso a terra immobile, freddo, con gli occhi e la bocca spalancati, come se volesse dirmi per l’ultima volta quanto mi amava. Ah già! Ho dimenticato un piccolo particolare: aveva un pugnale conficcato nel petto.
Ora sono qui, in bilico sopra una finestra del quarto piano del monastero di Arls. Sono passati due anni; anzi ho passato due anni: di depressione, senza sapere che fare o dove andare a sbattere la testa. È alto da terra e ormai ho deciso.
Non sono folle, il mio amore è folle.
Non sono pazza, sono pazzamente innamorata di un uomo che mai più mi potrà amare.





-Scritto a 14 anni per un compito di Italiano




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Racconto scritto il 30/07/2015 - 00:19
Da Sara Toffaldano
Letta n.384 volte.
Voto:
su 15 votanti


Commenti


Bellissimo e commovente racconto. Molto brava!!!

Sabatino Santucci 30/07/2015 - 10:02

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UN RACCONTO... AL BACIO, STRAORDINARIAMENTE ELABORATO. SINCERITA' ET... SCHIETTEZZA IN CHIUSA.

Rocco Michele LETTINI 30/07/2015 - 08:35

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