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= Poesia
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Giosuè

Il mio miglior amico si chiama Giosuè.


Abita in un monolocale nello stesso mio palazzo. Entrambi siamo sui quaranta, viviamo soli e facciamo cose per continuare a vedere la luce il giorno dopo. Si, insomma, lavoriamo. Quello che capita: dai lavapiatti ai cuochi presso Mc. Cormak, dai fattorini per qualche corriere espresso ai lava cessi in Hotel senza stelle. Come nella nostra vita: nessuna stella.


Nel nostro palazzo ti capita di andare a letto con le urla di quelli dell’appartamento confinante che si vomitano addosso le rispettive frustrazioni e svegliarti con i mugolii di quelli dell’altro alloggio che si danno da fare…beh, mi avete capito.


Io e Giosuè ci sentiamo altrettanto frustrati, credo almeno. E comunque non ci diamo da fare in quel senso: donne non ne vediamo da mesi.


Tutto sommato, se non fosse per il problemino di Giosuè, potrei allargarmi e dire che non ci va poi così male. Da dormire ne abbiamo; di lavoro anche e le bollette con l’affitto riusciamo a pagarle, anche se in ritardo. Se ci aggiungo che uno dei due – Giosuè – ha la televisione ed il lettore DVD, stiamo meglio di altri poveri cristi. E a proposito di DVD , sono il nostro passatempo preferito. Ci buttiamo alle spalle molte delle nostre serate: troppo negli schemi e poco culturale? Forse. Ma che volete, almeno non ci bruciamo quei quattro schifosi soldi così importanti in qualche menata postmoderna o vecchio stampo.


Non leggiamo, non andiamo in chiesa, non andiamo in vacanza ma puliamo il cesso di casa e il pavimento.


Ambizioni? Come no. Cercare di rimanere tutti interi, evitando che qualche avanzo di galera ti faccia la pelle per un portafoglio vuoto mentre torni a casa.


Ma più di tutto sperare che Giosuè non abbia una di quelle ricadute dopo le quali, per riprendersi, ci vogliono due giorni di angosce.


Si, il problemino del mio amico.


In quelle sere di cui vi parlavo, qualche birra va giù. Due a testa, al massimo.


Poi io me ne torno a casa ed incrocio le dita. Ma a volte capita: Giosuè, oltre alle birre, continua la festa senza di me e butta giù tali quantità di alcool che il giorno dopo non è in grado di rimettersi in posizione eretta.


Da lì comincia il cinema. Mi chiama il suo principale e mi chiede che fine ha fatto Giosuè:”Oh, non risponde al telefono!” Allora io attacco con la solita storiella della madre che ha avuto di nuovo un attacco di cuore ed è ancora in fin di vita. In una di queste conversazioni, mi ha persino risposto come mai la madre del mio amico non è ancora morta. Che merda, penso. Anche se poi la madre di Giosuè morta è morta: da due anni almeno. E a lui è come se gli avessero tolto l’aria. Adorava sua madre; ma non era succube o cose del tipo faccio tutto quello che dice e stronzate del genere. Un amore fatto di comprensione, rispetto, onestà e compassione. Da allora, che è poi quando l’ho conosciuto, la sua vita ha cominciato ad andare in salita con brevi tratti di discesa.


Dicevo, quando capita che Giò litiga con gli alcolici, io mi prendo mezza giornata di permesso. Vado a casa sua, gli faccio vomitare l’alcool e la rabbia che ha in corpo e lo rimetto a letto. Gli preparo qualcosa di leggero e gli rammento di chiamare il suo capo. Spero sempre che lo faccia. Sia mangiare che chiamare il boss.


Qualche mese fa è successo ancora. Dopo la solita telefonata e la parte della badante, ho fatto l’arrabbiato:”questa è l’ultima volta che ti salvo le chiappe. Te la devi cavare da solo: vivere non è poi così orribile come vuoi farmi credere. Non ti puoi scolare la vita come fai tu e dimenticarti le quattro cose basilari da fare. E sperare anche che io arrivi sempre in tempo!”


Non rispose nulla. Mi guardava fisso e quando smisi di parlare chiuse stancamente gli occhi.


Decisi di non vederlo e sentirlo per un po’. Mi mancava ma volevo capisse che il fondo più fondo che si possa immaginare è così profondo da impedire alla luce di filtrare. Ed è bene non sperimentarlo.




Era una mattina di nuvole cattive e molto impegnate a fare il loro dovere. Cominciò a piovere di brutto.


Stavo uscendo di casa e mi squilla il cellulare: il capo di Giosuè.


Erano due mesi che non avevo notizie di lui e proprio in quei giorni pensavo di fargli una sorpresa. Ma la sorpresa me la fece lui. Mi stavo preparando per la solita replica di un film già visto con il titolare del mio amico, quando lui mi interrompe bruscamente gelandomi con poche parole:”Giosuè è in fin di vita all'ospedale. Coma etilico…” Interrompo la comunicazione. Chiudo la porta di casa dietro di me e prendo la macchina per recarmi al lavoro.


Sono solo muscoli, ossa e qualche riflesso che si muovono. L’anima, il cuore, lo spirito e il resto della mente sono ancora sulla soglia di casa.


Ed ora piangono. Urlano. Vogliono sparire. D’un tratto mi ricongiungo a loro: sono maledettamente presente e fa male, troppo.


E’ proprio una giornata di nuvole cattive.


Perché ho voluto fare il duro quando non lo sono? La mia stessa fragilità è sorella della sua e lui l’ha capito. Sapeva che non serviva a nulla salire in cattedra ed insegnare cosa è la vita. Perché neanche io so cosa è la vita. Che miseria!


Arrivo in ospedale. I dottori mi dicono che la sua sopravvivenza è appesa ad un filo. Sottile, molto sottile. Ci sono di mezzo complicazioni cardiache e poi…Giosuè ha un fegato messo malissimo.


Cazzo beveva, lo sapevo. Ma non stavo sempre con lui a controllare quanta roba cacciava giù! Ho sempre pensato che, a parte i casi estremi in cui rimaneva stordito per qualche giorno, per il resto riusciva a a controllarsi.


Non è possibile, merda! A quarant'anni si è ancora troppo giovani per morire. Ma il mio amico portava gli anni come quando si portano sulla schiena cento chili di cemento: troppo pesanti. E se li porti tutti i giorni la vita si accorcia irrimediabilmente.


I medici sospettano che abbia tentato il suicidio: mi hanno detto che raramente hanno trovato tanto alcool nel corpo di una persona.


Credo che si sia voluto fare d parte. Non da codardo, no! Lui desiderava vivere, si era attaccato disperatamente alla vita. Me lo disse un giorno.


Pensava che era la vita a non volerlo più: e lui non capiva perché.


Una specie di rigetto dopo un trapianto.




E’ passato un mese e mezzo da quel giorno.


Miracolosamente Giosuè è sopravvissuto ed ora sta seguendo un programma per allontanare l’alcool e qualche altro fantasma dal suo nuovo inizio.


Pensate che nel periodo di degenza ha conosciuto la sorella di un paziente, suo compagno di stanza.


Le porto un bicchiere d’acqua un giorno, le chiamo l’infermiera un altro…insomma adesso si vedono nella vita reale e vivono sotto lo stesso tetto. E io sono contento. Perché nel mio cuore mi auguro che qualcuno lo aiuti ad alleggerirgli le spalle da quell'insopportabile peso quotidiano.


Un giorno mi ha invitato a casa sua .Dopo cena mi ha pregato di sedermi in soggiorno e mi ha offerto un…infuso di erbe brasiliane. Agevolano la digestione, mi ha detto sorridendo. L’ho bevuto. Buono. Poi mi ha guardato dritto negli occhi. Erano occhi, i suoi, che non vedevo da mai. Puliti, onesti, sereni.


E con quegli occhi ed il cuore in mano mi ha confidato che il fondo più fondo che si possa immaginare lo ha toccato.


Ma ha anche visto una punta di spillo che luccicava e si è fatto trasportare in superficie. Come quando stai annegando e all'ultimo trovi le forze per darti una spinta e salire. E allora capisci che non era ancora il tuo momento.


C’è qualcosa che devi ancora fare, portare a termine o cominciare.


Grande Giosuè!


Ho solo un dubbio: ma non è che per trovare una compagna, devo fare lo stesso giro della morte del mio amico?


Ricominciamo a vivere, poi vi dirò…




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Racconto scritto il 19/08/2015 - 21:14
Da gabriele marcon
Letta n.430 volte.
Voto:
su 22 votanti


Commenti


Mi fa enorme piacere che ti sia piaciuta. Ed è proprio ciò che dici che desideravo suscitare mentre la scrivevo e pensavo a quante rogne ci dobbiamo grattare: ma altri , purtroppo, quella rogna non ce la fanno a staccarsela di dosso.
Ti abbraccio
Gabriele

gabriele marcon 20/08/2015 - 10:06

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Una bellissima storia, vera, sporca, sofferta, tutti possono rinascere, a volte un gesto, una parola, un abbraccio o ….. il caso ……ti danno una mano per ricominciare a vivere, così ti rispettano , ti accolgono , ti amano…….un pezzo di storia purtroppo non solo frutto della tua meravigliosa scrittura, dai vocaboli forti, crudi , sinceri….. ma drammaticamente attuale ……non si può sorridere sempre, a volte è bello fermarsi a leggere storie come queste .BRAVO!!!

MARIAPIA CARUSO 19/08/2015 - 23:52

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