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Nebbia

Nebbia.
Osservando fuori dalla finestra, non vedeva altro che nebbia.
Quasi con sorpresa, si accorse che dentro se stesso stava ripetendo quella parola ossessivamente.... “Nebbia”… Sempre più lentamente… “Nebbia”… Sempre più piano… “Nebbia”…


Era come se volesse seguire con le lettere le volute di denso vapore che si accavallavano e si contorcevano a pochi metri da lui. Si stava estraniando. Come sempre. La nebbia lo chiamava, gli parlava. Non era più nel suo corpo, era fra le volute di vapore. In quello stato di stordimento si sentiva meravigliosamente anabulico. Non sentiva niente, non era più perturbabile di un sasso.


Sapeva bene che non era né più né meno che un tossicodipendente. Ma la sostanza che lo richiamava e lo inghiottiva non si poteva comprare né toccare. Non si poteva ingoiare o iniettare. Neanche sniffare.


Era dentro di lui, dentro la sua testa. Sempre. Continuamente. Bastava un guizzo di pensiero per sniffarla. Un battito di ciglia per iniettarla. Una giornata molto umida per ingoiarla. Estraniamento. Prezioso estraniamento. Anestesia. Abolizione della sensibilità.


A volte gli pesava. A volte si sentiva gonfio, saturo. Avrebbe voluto liberarsi di quella necessità. Ma solo a volte, per pochi istanti. Non aveva avuto scelta, in fondo. O quello o la pazzia. Quando viaggiava, quando il suo pensiero volava via per aleggiare stancamente nei meandri della sua mente, pensava, con una punta di sarcasmo, che se non avesse trovato quella scappatoia sarebbe diventato un serial killer. E quando viaggiava ancora più lontano, quando il rumore delle macchine diventava un brusio simile alla spuma delle onde e il battito del suo cuore solo un umido e viscido ritmo di sottofondo, pensava a quanto sarebbe stato liberatorio impazzire. “Gli uomini sono così necessariamente pazzi che il non essere pazzo equivarrebbe a essere soggetto ad un altro genere di pazzia.”. Bene, ora la sua mente stanca gli citava anche Pascal. E poi, perché lo interrompeva proprio ora, sul più bello? Proprio mentre fantasticava sul suo scenario preferito: un’ultima goccia, un’ultima piccola perturbazione, un sassolino buttato in un pozzo… L’eco che piano piano, lentamente, si spegne. E poi l’esplosione, vetri ovunque, una luce infinita, immensa. Una violenta, benevola onda d’urto che cancellava tutto: gli immensi deserti, gli alberi vecchi e stanchi, i pantani, le montagne di immondizia. Tutta la sofferenza, i dubbi, i compromessi e i dolorosi silenzi. Tutto annullato. Tabula rasa. Una vita da passare parcheggiato su una sedia di plastica bianca, ingrigita dalla polvere e dalle stagioni, con un sorriso beota stampato sulla faccia. Come se il tizio parcheggiato sul sedile di pelle del suo 4x4, tronfio di orgoglio per i cavalli del suo gioiellino, costato soldi, tempo, due matrimoni e il rispetto dei figli, non fosse altrettanto pazzo. Mah.


Non divagare, cretino. Nebbia. Anzi, divaga. E non smettere di farlo. Concentrati a deconcentrarti. Nebbia.


Tanti non capivano, non potevano. Non era colpa loro. Certo, non si sforzavano neanche di capire. E quella era colpa loro, eccome. Lui lo faceva, si sforzava di non assumere espressioni di fastidio di fronte alle loro ipocrisie, alle loro maschere scadenti e cadenti. Non avevano neanche la capacità di mentire bene. Non riuscivano neanche a fingere l’autenticità. Erano fallaci pure nelle maschere. A che serve indossare una maschera che ti copre solo il volto? Se i tuo capelli, i tuo movimenti, i tuoi tic, le tue mani rivelano, urlano costantemente il tuo vero nome? Un po’ di stile, cristo. Un po’ di stile.


Una scappatoia, dicevamo. Un cavillo legale. Si era mosso sulla lama del coltello, da una parte il baratro, dall’altra le fiamme. Poca scelta. Sarebbe potuto esplodere, avrebbe potuto mordere, sbranare, graffiare. Avrebbe potuto mettere tutti loro nella stessa gabbia della bestia. “Io sono l’inevitabile conseguenza dei vostri peccati.”, pensava. Un po’ biblico, in effetti. Pretenzioso. Melodrammatico. Se ne rendeva conto. Però rendeva l’idea no? Karma, causa ed effetto. Le persone lo avevano dimenticato. Se brucio un albero, dopo un albero è bruciato. Se lo taglio, dopo è tagliato. Così semplice, così logico. Come fa un essere vivente ad essere definito intelligente se è inconsapevole delle conseguenze delle sue azioni? L’egoismo, il narcisismo, la prepotenza… Non lo mandavano in bestia per una questione morale. Fanculo la morale. Se ne sbatteva le palle.


Era illogico. Ecco perché. Poco produttivo. Poco lungimirante. Ecco perché lo mandavano in bestia.


Puoi uccidere il contadino e mangiarti tutte le patate del suo campo, oppure puoi offrirgli i tuoi pomodori, fartelo amico ed avere un po’ di patate assicurate per tutta la vita.


E la gente sceglieva di uccidere il contadino. Invariabilmente. Costantemente. Meglio un violento guadagno eccessivo ora che un naturale e pacifico guadagno proporzionato e costante. Giusto. Giusto un cazzo!


Ma la gente non si accontentava di quello per farlo incazzare, oh no. Il karma. Eccolo lo stramaledetto karma:


se uccidi un contadino, dopo quello è morto. Ed il figlio verrà a cercarti con un forcone in mano. E la gente si lamentava. Si lamentava dei forconi che si ritrovava infilzati nelle budella. Piangeva. Se la prendeva con dio, il destino, il mondo. E avrebbe tanto voluto urlargli addosso, avrebbe voluto schiacciarli sotto il tacco della scarpa, soffocare le loro lacrime nel loro stesso sangue. Ed avvicinarsi alle loro brutte facce, fino a sentire la puzza del loro alito, l’odore acre del loro sudore e sussurrare, piano piano, lentamente, assaporando le parole come una caramella mou : “Che cosa ti aspettavi?”. Il fuoco scotta, piccolo stupido bambino. Hai una sola possibilità, ti è concesso un solo errore giustificabile. Da quel momento è solo stupidità. Ogni altra ustione è solo colpa tua. Colpa. Tua.


Fantasticava stancamente, ormai. Ma era ancora dolce pensare di potersi finalmente levare la maschera, una delle tante, di fronte ad uno di loro, morente. E, come sempre, ogni volta che la sua maschera scivolava via, avrebbe scelto di non mostrarsi comunque totalmente. Avrebbe valutato bene, quale parte mostrare ed avrebbe scelto la sua arma più potente. Come sempre, in quelle rare occasioni. Un volto piatto, senza occhi, senza bocca, senza naso. Uno specchio. Niente di più semplice, niente di più crudele. Non doveva neanche muovere un dito. Non doveva neanche scomodare la bestia. Perché un egoista è come il serpente che si mangia la coda: distrugge sé stesso senza neanche rendersene conto. La verità su se stesso lo brucerà come una falena sulla fiamma.


Nebbia.


Si stava risvegliando. Nebbia. Indugiò ancora un poco nel suo cadente e solitario castello. Fece tre passi e si fermò. Chiuse gli occhi ed immaginò l’eco di quei passi. Rimbalzare nelle sale vuote. Lamentarsi della sua breve ed effimera esistenza, mentre si andava estinguendo. Sorrise. Sapeva del pericolo che si annidava nelle segrete. Non poteva nascondere la rabbia per sempre. Non poteva controllarla per sempre. Strisciava e schioccava nei sotterranei. Neanche lui sapeva come era veramente fatta. Che aspetto avesse. Che dimensioni avesse. Ma sapeva che c’era. “Io sono l’inevitabile conseguenza…” Si, abbiamo capito. Un giorno sarebbe uscita. Sarebbe emersa dalle ombre e avrebbe azzannato al collo chiunque lo meritasse. Chiunque se lo fosse cercato. Causa ed effetto, baby.


Nebbia. Ok, è ora di risvegliarsi campione. Il mondo ha la fastidiosa abitudine di alloggiare nella dimensione reale. Ridiscendi sulla terra. La bestia ha fame. Vediamo quanti idioti le daranno da mangiare oggi.


…Nebbia… “Nebbia”….




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Racconto scritto il 07/09/2015 - 12:14
Da Tommaso Ferranti
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