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L'ULTIMO DESIDERIO

Quando sentì i primi colpi di martello cominciò ad avere paura. Là fuori, proprio davanti ai suoi occhi, stavano allestendo il patibolo. Probabilmente avrebbero dovuto lavorare sodo per tutta la giornata, se volevano che fosse pronto per la mattina successiva. All’alba gli avrebbero messo una corda al collo e avrebbero fatto il vuoto sotto i suoi piedi. Jack Dester era destinato a lasciare questa valle di lacrime all’età di vent’anni.
Fino a quel momento aveva osteggiato spavalderia e disprezzo. Tuttavia il trascorrere inesorabile delle ore l’aveva in qualche modo ammorbidito. Adesso stava proprio male. Gli era tornato perfino quel dolore al petto che ogni tanto gli faceva mancare il respiro.
Da un paio d’ore il sole risplendeva sopra le case di Roswell, ma ben presto sarebbe calato dietro le basse colline, senza che nessuno potesse arrestarlo.
Lo sceriffo Guzman gli aveva chiesto se, prima di sera, avesse desiderato fare due chiacchiere con il pastore. Lui aveva risposto di no, che non aveva bisogno di nessuno, ma lo aveva detto con una voce fioca, priva di qualsiasi ombra di baldanza. Quindi fu veramente sorpreso, alcune ore dopo, di ritrovarsi quell’uomo nella cella.

Dall’aspetto poteva essere un predicatore, forse lo stesso pastore di quella miserabile cittadina del New Mexico, ma non volle dire il suo nome.
Passato il primo stupore, Jack fu lieto di trovarsi a parlare con qualcuno che tra l’altro aveva voglia di ascoltarlo.
- Hai dormito per una buona oretta – disse il tizio. – Sono stato qui ad aspettare che ti svegliassi.
- Se siete venuto per consolarmi, sprecate il fiato – disse Jack.
- Chi ti dice che voglio consolarti?
- Non avete intenzione di presentarvi, ma dall’abbigliamento sembrate proprio un reverendo.
- Io non sono qui per parlare, ma per soddisfare i tuoi desideri.
Il ragazzo scoppiò in un’amara risata. – I miei desideri… Sì, questa è buona! Che cos’è, una trovata di Guzman? Quel porco.
Fuori avevano smesso di martellare. Forse avevano completato l’opera. Infatti il sole stava tramontando, la luce era più tenue, le ombre più lunghe.
Lo strano personaggio abbozzò un sorrisetto enigmatico. Chinò il capo e disse:
- Concordo perfettamente sul fatto che parlare di desideri sia per te inopportuno. Ma tu puoi esprimerne uno. E io son qui per esaudirti.
Jack balzò in piedi, i pugni stretti spasmodicamente. – Mi state prendendo in giro? Si tratta di un’altra di quelle idee che escono dalla mente bacata di Guzman…
- No, lo sceriffo non c’entra.
Il giovane si lasciò ricadere sulla branda e mise la testa tra le mani. Un cane si mise ad abbaiare in lontananza. Solo dopo un bel momento diresse lo sguardo all’uomo che gli stava davanti.
- Tu ce l’hai un desiderio – disse quest’ultimo.
- Sì… di poter filarmela con un buon cavallo.
L’altro scosse il capo. – No, non è questo.
- Già, potrebbe essere il desiderio di non ritrovarmi, fra qualche ora, con la corda al collo.
- Qualcosa di simile, sì.
Jack fissò l’individuo come se fosse un insetto schifoso. - Ma si può sapere chi diavolo siete… che cosa volete da me?
- Niente. Sono solo a tua disposizione.
Jack Dester pensò che a questo punto doveva prendere le cose per quelle che erano. Inutile lambiccarsi il cervello e inveire.
- Se riconsideri quello che ti è successo – disse lo sconosciuto, - forse troverai dentro di te ciò che più ti preme.
- Vuoi dire la salvezza dell’anima o qualcosa di simile?
L’uomo scosse il capo e lasciò affiorare sulle labbra ancora quello strano sorriso.
Solo dopo un bel momento, Jack disse:
- Quella catapecchia è stata la nostra trappola. – Picchiò un pugno nel palmo dell’altra mano e digrignò i denti. – Io lo avevo detto a Watts che era opportuno mettere più miglia possibile tra noi e quel buco di Lincoln, la stazione di posta, dove ci eravamo fermati e avevamo arraffato ciò che ci serviva per proseguire la fuga. Avevamo già un bel vantaggio. Roswell era rimasta bene indietro e la posse, che vi avevano organizzato, ne avrebbe dovuto mangiare di polvere prima di raggiungerci. – Fece una pausa. – Lui no, lui decise di dare ascolto al negro e facemmo quella deviazione. Sai, le brulle colline più a nord. Noi dovevamo invece andare a ovest, sempre più a ovest, Cristo… fino alle montagne e oltre. No, il muso nero, quello stramaledetto Tom Warmuth, volle andare a riprendersi la sua pollastrella comanche. Diceva che se la sarebbe spassata meglio con lei… e poi voleva toglierla agli O’Hara, con i quali anche Watts aveva un conto in sospeso. Solo che quando arrivammo, nella catapecchia non c’era nessuno. Se ne erano andati, i fratelli O’Hara e la piccola squaw. Da poco, però, perché avevano lasciato della legna da mettere al fuoco e un po’ di cibarie. Allora ci fermammo a trascorrere la notte. E quella fu la nostra disgrazia. Al mattino la casa era circondata. Quelli di Roswell avevano seguito bene le nostre tracce e ci avevano presi in trappola. – Imprecò, scosse la testa e riprese: - Così le cose andarono male. Warmuth, uscito dalla catapecchia a prende acqua per il caffè, fu freddato con una palla in fronte. Qualcuno di loro aveva sparato con troppa fretta ma anche con tanta precisione. Watts ci lasciò le penne durante la sparatoria. Io… mi arresi.
- È la tua capitolazione che ti rode – disse l’uomo, in piedi nella penombra della cella.
Jack levò lo sguardo su di lui. Disse piano: - Sì.
- E da qui viene il tuo ultimo desiderio, vero?
- Avrei voluto morire anch’io, nella sparatoria. Lasciare la mia pellaccia in quelle aride colline. – Fece una breve pausa. – Sarebbe stato meglio farla finita in quel modo. Invece mi tocca penzolare da una fottutissima forca in questa cittadina che odio come la peste. – Trattenne un singulto e i suoi occhi si velarono di lacrime. Intercettò lo sguardo del suo misterioso interlocutore e alzandosi in piedi soggiunse: - Questo è il mio desiderio: morire in qualsiasi altro modo, ma non impiccato.
Negli occhi dello sconosciuto si accese una vivida luce.


- Sceriffo, venite a vedere! - gridò il giovane aiutante. Stava portando l’ultima cena al prigioniero e lo aveva trovato riverso sulla branda.
Guzman, il sigaro in bocca, lo raggiunse con passo indolente. – Forse sta male. Chiamo il dottor Spelmann.
- Guardate i suoi occhi, signore.
Lo sceriffo si chinò sul prigioniero, gli alitò in faccia una nuvola di fumo. La verità gli apparve subito con evidenza.
- È morto – fece il ragazzo.
- Inequivocabilmente. Ancora caldo, ma bello stecchito.
Le tenebre ormai stavano per avvolgere la prigione. Lo sceriffo guardò con disappunto fuori dalla finestrella e individuò la sagoma lugubre del patibolo.
- Adesso la legge esigerà delle spiegazioni – disse, buttando fuori dal pertugio il mezzo sigaro che stava fumando. – E dobbiamo essere convincenti. Sì, molto convincenti.
- Il dottore ci potrà dire…
- Certo, ragazzo, il dottore è l’unico che possa dirci che cosa è accaduto.




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Racconto scritto il 08/10/2015 - 19:34
Da Giuseppe Novellino
Letta n.356 volte.
Voto:
su 9 votanti


Commenti


Grazie per la pazienza. Sai quanta roba noiosa ho letto nella mia vita! Non lo è certo il tuo giudizio, che mi è di stimolo.

Giuseppe Novellino 27/10/2015 - 21:32

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Abbastanza noioso da leggere.

Giovanni Battista Quinto 27/10/2015 - 18:34

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