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Miele

Staro: Luglio 1894,
La stringa si stava ormai slacciando del tutto, ma Luigia non voleva fermarsi, non ci teneva a essere lei quella che rallentava la marcia; l’Emilio era davanti e raramente si voltava indietro a controllare che lo seguissero, suo padre teneva bene il passo quando, la stringa finì sotto il piede e Luigia si ritrovò a terra, suo malgrado, dolorante, le si era sbucciato un ginocchio e il suo fazzolettino non bastava più a tamponare il sangue. Emilio l’accompagnò ad una sorgente che poco distava da lì, le pulì la ferita che risultò essere di lieve entità e strinse il suo fazzoletto, poi Luigia fermò il tutto tirando su la calza che anche se rotta bastava a contenere la spartana medicazione: “Te l’avevo detto di tornare indietro assieme alla mamma” le disse un po’ (ma solo un po’) accigliato suo padre. A questo punto si doveva tornare indietro, ma Luigia disse che no, non se ne parlava neanche di ritornare, lei avrebbe proseguito, tanto ormai poco mancava alla meta. E così la piccola comitiva riprese la sua marcia; a dire il vero, la ragazza qualche morsicatina al labbro se la dava, però questa sua tenacia la fece notare all’Emilio che ai capricci delle signorinette “bene” era abituato. La sera in albergo, Luigia rimproverò Catina per non aver ben stretto la stringa dello scarponcino, non la tirò tanto lunga però, infatti stringere tra le mani il fazzoletto di Emilio le dava una, non sapeva bene lei qual’emozione! Lo diede a Catina, raccomandandole di lavarlo e che fosse pronto per l’indomani: voleva riportaglielo, naturalmente era una scusa per rivederlo subito; infatti il giorno dopo era domenica e non c’era in programma un’altra passeggiata bensì un noioso tè pomeridiano con le amiche di mamma e le loro altrettanto noiose figlie. Il giorno dopo, terminata la funzione, uscendo dalla chiesa per ritornare all’albergo, Luigia cominciò a lamentarsi per il ginocchio, disse che lei al pomeriggio sarebbe rimasta in camera a riposare e chiese alla mamma che la scusasse con le sue ospiti; aveva in mente di andare a portare il fazzoletto ad Emilio, lo aveva ben incartato mettendo anche una goccia della sua acqua di colonia. Il pomeriggio la mamma salì a salutarla, papà Giuseppe era impegnato a carte con gli amici e perciò Luigia pensò di poter attuare il suo piano, naturalmente Catina l’avrebbe aiutata; in un angolo del giardino dell’albergo, la ragazza aveva condotto un asino, Luigia vi salì sopra e si avviò verso la contrada “Palezzati” dove (si era informata) abitava l’Emilio. Vi arrivò piuttosto accaldata e il ginocchio le dava un po’ di fastidio; domandò ad una donna quale fosse la casa e con sorpresa la Lucia (questo il suo nome) rispose che la persona che cercava era suo figlio e che al momento non era in casa ma era giù in paese con gli amici. La Luigia fece una smorfia di delusione: “Tanta fatica per niente e mi fa male pure il ginocchio!”. La Lucia allora la invitò a sedersi all’ombra e le diede anche un bicchiere di acqua e menta; restarono così a chiacchierare amabilmente e finalmente arrivò Emilio che fu molto sorpreso di trovare sua madre in compagnia della signorina Luigia, al che la ragazza si alzò dalla panca e dando il pacchettino a Emilio disse: “Si è fatto tardi ora è meglio che vada” e rivolta alla Lucia la ringraziò per l’ospitalità; Emilio la aiutò a salire sull’asino e la seguì con lo sguardo mentre Luigia si allontanava e contraccambiò agitando la mano, i saluti della ragazza.
Rientrato in casa, sua madre gli disse di non scherzare con quella ragazza, non era per lui, troppo diversa la loro estrazione sociale, che rivolgesse le sue attenzioni a qualche brava ragazza di paese; dopotutto aveva già trent’anni e la signorina Luigia coi suoi diciannove era troppo giovane per lui. Emilio tranquillizzò sua madre, ma nel suo cuore, in un piccolo angolino, Luigia aveva già trovato posto. Intanto all’albergo “Alpino” poco mancava che si scoprisse l’assenza di Luigia; ella fece appena in tempo ad arrivare in camera, che sua madre la andò a chiamare per la cena. La direzione dell’albergo aveva organizzato un defilè di moda prima di cena e perciò mamma Caterina eccitata all’idea, quando salì in camera dalla figlia, non prestò attenzione al fatto che lei avesse ancora gli scarponcini addosso. Il giorno dopo era una bella giornata, rinfrescata da un temporale notturno, l’ideale per una passeggiata, che non fosse però troppo impegnativa per Luigia e sua madre che aveva promesso al marito di non stancarsi troppo presto. Arrivò Emilio e Luigia timidamente propose di andare a S. Geltrude, la chiesina sull’altura sopra contrà “Palezzati”. La sua bianca sagoma si notava da distante e i castagni le facevano da cornice, sotto un piccolo borgo di ruvide e spartane casette in pietra locale non intonacate. La piccola comitiva vi arrivò non troppo affaticata, era stata una piacevole passeggiata attraverso piccole e caratteristiche contrade, la Lucia li vide arrivare, ma l’occhio supplichevole della Luigia, le fece contenere i saluti. C’era ancora un piccolo sforzo, nel salire alla chiesetta, Emilio porse la sua forte mano a Luigia che non le pareva vero di potersi aggrappare a lui; il suo cuore batteva forte, forte, vuoi per la salita, ma più per la vicinanza con quello che ormai aveva monopolizzato i suoi pensieri. Si confidava Luigia con la Catina e questa timidamente le palesava i suoi patemi amorosi; si perché la Catina, lei così solare e col canto sempre in bocca, aveva una dolce e melanconica storia d’amore col Giovanni. L’amore tra i due giovani, era contrastato dal padre di lui, che avendo una buona posizione sociale, aspirava per il figlio un partito migliore. Già si crucciava che il figlio non dimostrasse particolare intraprendenza negli affari, ma anzi fosse, per così dire “pigro”. A lui bastava dedicarsi al piccolo podere lasciatogli dallo zio Michele; amava Catina, perché portava una ventata di gaiezza nella sua vita. E così tra la aristocratica (da parte di madre) Luigia e la ragazza di servizio (Catina) venne a crearsi una bella amicizia. Anche con la Lucia era nata un’intesa e Luigia, con la scusa di andare a casa della Catina, la andava volentieri a trovare; ancora non immaginava che quella brava e saggia donna, avrebbe fatto parte della sua vita e che addirittura avrebbe finito, i suoi giorni nella sua casa, là a Mira. Sì andò proprio così! Nel 1898, dopo tre anni di matrimonio e due figli, Emilio chiamò sua madre presso di sé nella bella dimora di proprietà della famiglia di Luigia. Ma come si era arrivati a questo lieto fine? Questo è un dolce segreto tra la Luigia e l’Emilio (dolce come miele), era stata una bella e calda estate quella del 1894 lassù tra i monti, poi il profumo dell’erba appena sfalciata o quello del fieno imbiondito dal sole……
Oh! Certo, qualche momentaccio lo passarono quando la realtà fu ormai palese; Luigia oltre alle gote rosee, aveva portato “altro” dalle sue belle vacanze. Accadde che Emilio si vide arrivare il parroco che, con tono greve gli comunicava di aver ricevuto una lettera da Mira, in cui il padre della Luigia (che lui aveva conosciuto durante la permanenza della famiglia a Staro) comunicandogli la grave notizia, chiedeva lumi circa il da farsi; Emilio era pronto ad assumersi le sue responsabilità, Luigia lo aveva già messo al corrente della cosa, infatti al posto della solita cartolina raffigurante il mare (Emilio le custodiva gelosamente e poi lui non aveva mai visto il mare), arrivò una lettera su cui molte lacrime erano cadute. Don Antonio provvide a ben rassicurare il signor Giuseppe circa la bontà della famiglia di Emilio, di modesta condizione sì, ma dignitosa, riguardo poi all’Emilio, non dovette sprecare molte parole, perché il papà di Luigia aveva durante le vacanze, imparato a stimarlo; restava da superare lo scoglio di sua moglie Caterina, che discendendo da una importante famiglia veneziana, aveva sognato per la figlia ben altro matrimonio.
Anzi aveva, in Venezia, cominciato a tessere, coltivare qualche contatto di un certo qual rilievo; immaginiamoci l’imbarazzo di dover disfare il tutto ed accettare che nella sua casa entrasse un (non riusciva neanche a pronunciarlo) semplice boscaiolo. Sapeva a malapena leggere e scrivere, l’Emilio, ma era acuto di mente e la frequentazione di persone di rango superiore gli aveva aguzzato l’ingegno; cosicché ben si inserì nella sua nuova posizione e imparò in fretta il suo nuovo lavoro offertogli da quello che ormai poteva chiamare suocero. Il suo fu un buon matrimonio rallegrato da ben nove figli: cinque maschi e quattro femmine; oh certo la Luigia aveva il suo bel caratterino, però sapeva farsi perdonare e fu una buona moglie, rispettosa e affettuosa con “mamma Lucia”.
Intanto era morto il padre di Giovanni e la Catina poté coronare, finalmente, il suo sogno d’amore; gli anni erano passati e fili d’argento si erano posati sulle tempie di Giovanni. Anche in Catina il tempo aveva fatto la sua corsa e figli non ne arrivarono; seppero farsi, però buona compagnia. Tanti anni sono passati da allora e queste due storie d’amore, così diverse, ma corse parallele per qualche tempo, si sono perse tra le pagine del grande libro della vita, ci hanno lasciato leggendole però, un gusto dolce… come miele…!



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Racconto scritto il 14/11/2015 - 14:40
Da Ivana Piazza
Letta n.282 volte.
Voto:
su 2 votanti


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