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Pagine di quartiere, 1992

Il problema di questa generazione è che i giovani si sentono tutti dei geni, ma forse lo sono sempre stati. Far qualcosa non è abbastanza per loro e neanche uccidere o rubare è qualcosa, no, loro debbono essere qualcosa, vogliono tutto e subito altrimenti se lo prendono con le buone o le cattive.
Si cominciano a vedere giovani tatuati, quel messaggio era il segno dell'uomo in carcere, l'arte lugubre dei reclusi e dei condannati. Che stia diventando arte può indicare questo: che la carcerazione perpetua è ormai una condizione stabile, che non ci sono più differenze tra la prigione, il muretto o la casa.
È privilegio della giovinezza vivere in anticipo sui propri giorni, in tutta la bella continuità di speranze che non conosce pause o introspezioni. Si chiude dietro di noi il cancelletto della pura fanciullezza e ci si addentra in un giardino incantato. Persino le ombre vi risplendono promettenti. Un sentiero pieno di seduzioni e non perché sia una terra inesplorata. È il fascino dell'esperienza universale dalla quale ognuno si aspetta una sensazione particolare e personale – un po' di noi stessi.
È l’inalienabile diritto in quanto cittadini del ventunesimo secolo?

Non lo so, però certe volte accadono eventi inspiegabili; come due vite che s'incontrano tra miliardi di altre e per pochi istanti interagiscono tra loro come stelle che si scontrano, per poi dividersi e perdersi nei loro universi paralleli.


Questa storia la vissi personalmente molti anni fa e spero vorrete perdonarmi se rubo un po’ del vostro tempo per leggervi qualche pagina del mio diario…


Ero andato a far visita a mia madre… per la verità lo facevo ogni settimana per mantenere in giuramento che avevo fatto in punto di morte a mio padre.
Salivo in quel di Monte Mario e mi beavo percorrendo a piedi la mia adorata via Aristide Gabelli, che fu il paradiso di tutta la mia infanzia. Un quartiere della estrema periferia di Roma, abbarbicato su una collina allora ancora verde, di dove, nelle notti trasparenti dei nostri inverni, era ancora possibile cogliere i margini della città verso le montagne.


Quella mattina mia madre mi aveva chiesto di andare in farmacia a ritirare un farmaco che le serviva per la pressione… Ci andai volentieri cotivando la speranza di incontrare qualche vecchio amico.
Entrai nell’unica farmacia di allora, mi misi diligentemente in fila e fu allora che vidi il suo Borsalino sulle ventitre svettare su tutti.
-Valerio! – Lo chiamai a bassa voce
Non ci vedevamo da oltre trent’anni
Lui si voltò e mi sorrise facendomi cenno con la mano di vederci fuori. Lo osservai mentre si avvicinava al banco con le due ricette in mano.
Camminava lentamente e mentre si avvicinava borbottando, come se stesse cercando di ricordare le esatte parole che avrebbe dovuto dire alla farmacista, passò la borsa della spesa, piena fino all'orlo, da una mano all'altra, peccando forse di un pensiero ingeneroso nei riguardi di Pina, sua moglie, che, nel suo amore per i fiori, forse non si era resa conto di quanto pesassero due sacchi di terriccio.


La farmacista uscì dal retrobottega nello stesso istante in cui un ragazzo giovanissimo, con le braccia piene di tatuaggi, varcò la soglia della farmacia lasciando sbattere la porta.
Valerio si arrestò, si voltò a guardarlo e dovette scorgerne lo sguardo turbato prima ancora di vedere l'arma puntata ed il gesto disperato con cui la farmacista tentò di rientrare nel retrobottega.


Forse fu l'antico istinto, più che la paura, a spingere Valerio a gettarsi in terra quando il colpo partì facendogli volare il cappello.
Dopo il colpo di pistola, udimmo, sulla destra, il rumore sordo di un corpo che cadeva in terra.
«Adesso a chi sarebbe toccato» pensai mentre mi rannicchiavo sul pavimento.


Cadendo Valerio aveva perduto gli occhiali, ma dovette riconoscere una scarpa sporca di fango fermarsi a due dita dal suo naso.
Buffo, pensai, che l'ultima sua visione terrena, prima di presentarsi davanti al tribunale dei giusti, dovesse consistere in un paio di scarpe infangate.


Il ragazzo urlò alcune parole che non compresi, ma vidi chiaramente i suoi occhi proprio mentre il premeva all'impazzata il grilletto.
Il corpo di Valerio si accartocciò per il dolore al fianco che lo lasciò per qualche istante senza respiro prima di perdere i sensi.


Accadde tutto in pochissimi istanti, poco dopo il ragazzo fuggì precipitosamente com’era entrato, allora mi sollevai e trascinandomi raggiunsi il corpo di Valerio.

Una larga macchia vermiglia si stava formando sul pavimento, mi tolsi la giacca e la arrotolai sotto la sua testa.
Nel susseguirsi delle immagini lui mi vide e di nuovo mi sorrise, tentai di togliergli dalle mani la borsa della spesa...
«Eh no!» sussurrò «Fai attenzione che non me la freghino, abbiamo finito la pensione, non abbiamo altri soldi per oggi...»
Valerio teneva lo sguardo rivolto su quella borsa che stringeva al petto, la sola cosa che sembrava avesse ancora un valore.


Poco per la verità, com'erano state tutte le occasioni che la vita aveva concesso alla memoria di un vecchio uomo, ex di tutto ed ex di niente, in procinto di... in procinto di cosa?


«È una cosa inaudita!» ripeteva una donna «Ha colpito anche la farmacista…povera ragazza!»
«La pena di morte occorrerebbe...altro che pietà per questi maledetti drogati!» rispondevano quelli arrivati troppo tardi a ridare dignità ad un uomo fuori corso, rimasto senza angeli custodi, neppure nella considerazione della morte.


Lui lentamente girò il capo verso di me... Sul suo volto sofferente spuntava un sorriso innocente, impossibile da dimenticare. Un sorriso in cui nulla di quello che vedeva riusciva a trasformarsi nella voglia di non lasciarsi andare. Prese tra le sue una delle mie mani e mi passo la borsa
«Abbine cura! Portala a Pina… le occorre… ma non dirle cosa mi è successo… sai com’è fatta… s’impressiona subito» Sussurrò lui stringendo la mia mano «Ma a chi l'abbiamo fatta la nostra resistenza,» si chiese sottovoce «se oggi è tutto uguale a ieri... è soltanto un ragazzo! Dio abbi pietà di lui!»


In un lampo dovettero tornargli alla memoria i turni di guardia ad un ipotetico domani.
Tutto stava confondendosi con gli spari e lo sguardo di quel ragazzo che era venuto a bruciarsi la vita così in fretta dopo un'alba che era tornata ad offrirgli un altro giorno.

Negli occhi di Valerio vidi scorrere ciò che non poteva più fermare... volti cari, i suoi figli, Pina… Dio mio quanta strada per nulla!


La farmacia andava colmandosi di suoni; facili da separare rispetto a quelli che gli avevano stordito la mente ottusa dagli anni.
In quei momenti sentii la memoria andare al passo di un sopraggiungere di grida mascherate, lui abbassò lo guardò sulle sue mani che stringevano a se le mie, poi lo sentii morire.


Era l'autunno del 1992, o forse no...
In ricordo di un amico andato.




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Racconto scritto il 04/12/2015 - 07:26
Da m c
Letta n.288 volte.
Voto:
su 10 votanti


Commenti


grazie per i commenti...anche questa è storia

m c 05/12/2015 - 03:53

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Una dedica molto bella e commovente, sapendo che è una storia vera! ***** Buona serata,

Chiara B. 04/12/2015 - 17:51

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Non resta che elogiarti per quanto di espressivo riesci a trasmettere nei tuoi straordinari racconti... Il mio lieto weekend M C
*****

Rocco Michele LETTINI 04/12/2015 - 15:46

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