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Bella; una storia vera

Bella è morta giovane. Fin dall'infanzia ha vissuto una vita di sofferenze, ma lei non era nata per questo, neanche lo aveva immaginato. Il destino, che le si era accanito contro, ha logorato le sue energie e ha determinato la sua resa a soli quarant'anni.
Per quelle strane combinazioni che la natura dispone, distribuendo a sorte, a questo o a quello, un'armoniosa composizione del corpo, che si può definire -bellezza smagliante- allo stesso modo, a Bella, la natura aveva donato l'esatto contrario.


Gli occhi, organi preposti a riportarci l'esatta forma delle cose, si soffermano con piacere a contemplare le bellezze di questo mondo. A volte però, per un'equazione di errata impostazione, portano il pensiero a collegare il bello con il buono e viceversa. Gli occhi dunque, quando si posavano su Bella, trasmettevano l'evidente pasticcio della natura con conseguente disgusto e ripudio della sua persona.


Ma Bella non era cattiva, solo le mancava l'armonia; camminava sgangherata con le gambe arcuate, le braccia corte, il naso aquilino. Il colore bianco-rossastro della pelle affetta da psoriasi, non corrispondeva all'idea della pelle morbida e vellutata che si immagina al femminile. Questi difetti dell'aspetto, sommati alla mancanza di gusto nel truccarsi e nel vestirsi, producevano il senso di repulsione emanato dal suo corpo. E come non bastasse, un destino malevolo l'aveva dotata di questo nome: Bella! Era la ciliegia sul gelato.


Bella era cresciuta in montagna, terzogenita, aveva smesso di studiare perchè preferiva restare in casa a fare piccoli lavori. Quando andava in auto metteva gli occhiali scuri, si staccava dallo schienale avvicinando il petto al volante e allungava il viso verso il parabrezza. Dire che aveva un modo insolito di guidare è un eufemismo. Anche alla guida le riusciva di essere goffa.


Già i bambini, compagni dell'asilo, erano stati brutali con lei e l'avevano ribattezzata -Brutta- Da piccoli siamo crudeli, ma i bambini sono molto sinceri e non sanno nascondere il pensiero. Lei si guardava nello specchio e non capiva, non le mancava niente. Le sue doti fisiche, prese singolarmente sembravano normali: gli occhi castani erano profondi, le mani affusolate, le labbra sottili, con un filo di rossetto diventavano sensuali. Cos'era allora che la rendeva così scostante e repellente agli altri? Con rassegnazione, doveva solo accettare di essere brutta.


Quando camminava tra la gente, Bella chinava lo sguardo, ma quello che le faceva male era notare il movimento delle labbra, che si torcevano di lato, tirate dal movimento del naso, nel gesto eloquente che si fa dello schifo alimentare. A un certo punto della vita, quand'era diventata grande, nei momenti di disperazione, sognava di avere un grave difetto fisico. Lo desiderava come si agogna un dono. Lo voleva grande, evidente, handicappante. Lo voleva per giustificare il suo malessere, nella tortura giornaliera a cui era sottoposta ogni volta che si presentava fra la gente.


Aveva pochi amici, non riusciva tenerli a lungo perchè li fuggiva. Aveva paura del rapporto prolungato. Quando si trovava a distanza ravvicinata con qualcuno cercava nervosamente una posa, gli occhi accesi come radar tesi a leggere nell'interlocutore, amico o sconosciuto che fosse, il minimo movimento che lasciasse trasparire il solito, inevitabile disprezzo. Fumava una sigaretta, assumeva una posa scomposta e il gesto di fumare le risultava impacciato. Fuggiva all'improvviso.


Ebbe pochi rapporti con gli uomini; il sesso fugace che si permetteva, le dava una sensazione strana, distaccata. Solo una volta aveva veramente baciato con la lingua in bocca. Aveva conosciuto la morbidezza delle labbra. Come una ventosa tentò di risucchiare quella lingua. Ebbe la certezza di avere provato la cosa più intima della vita.


Una sera, mentre passeggiava per le strade deserte del paese, incrociò alcuni ragazzi che la conoscevano. Questi, come la videro cominciarono a offenderla: -Cosa vai in giro di notte, sei così brutta che ci fai paura. Vergognati! Senti che voce da gallina strozzata che hai! Non uscire più di casa altrimenti... se ti troviamo di nuovo ti diamo delle botte- Poi raccolsero i frutti dell'ippocastano sparsi sulla strada e cominciarono a tirarglieli contro con violenza colpendola dappertutto. Bella, dopo un primo momento di fuga, con rabbia fece un tentativo di rispondere per le rime ai ragazzotti ingiuriosi, poi si chiuse a riccio girandosi di schiena mentre veniva centrata dalle castagne. Chiese pietà. Le venne sulla bocca senza averci pensato. D'impulso. Ma quella sera non era uscita di casa per avere paura nè per chiedere pietà.


Nella mente le passò un forte vento di rabbia, d'impotenza. Ebbe l'esatta percezione di essere una vittima sacrificale, giovane, vergine, innocente. Impossibile in quel momento sottrarsi a quel rito tribale di espiazione. Avrebbe voluto piangere. Poi d'un tratto, dentro la sua testa si fece il silenzio, non udiva più le parole ingiuriose, e, benchè ancora centrata dai colpi, non provava più dolore fisico. Si sollevò in piedi e si girò, alzò la fronte e mostrò il viso. Si lasciò colpire così, senza emettere un grido nè versare una lacrima. Il dolore che provava non era quello della carne, ma era di più, così grande che nessuno lo vedeva. Il gesto -sublime- di volgersi inerme ai propri aguzzini, pronta a subire ogni tortura, è l'ultima arma di difesa che l'essere umano riesce a produrre prima di morire. E in quel momento, Bella realizzò, che era pronta per morire. I ragazzi, di fronte a quel comportamento inaspettato, restarono turbati, quasi diventarono consapevoli della brutta azione che stavano compiendo. Lasciarono Bella nel suo dolore e se ne andarono.


La bontà, la gentilezza, la generosità e altre virtù di cui Bella, fin dall'infanzia era dotata, erano prigioniere di un corpo che non le permetteva di esprimerle. L'immagine fisica della sua esistenza terrena, quell'involucro con cui le era stato concesso di vivere, non era gradito alla comunità della gente e non poteva contenerne l'esuberanza. La solitudine e la vita riservata l'avevano ridotta a parlare da sola e i gridolini isterici o gli urlacci lanciati tra le pareti di casa, facevano mormorare la gente: -Quella povera donna. Sarà impazzita?-


A un cero punto della vita si sentì stanca, le era passata la voglia di imporsi, di farsi conoscere per quello che credeva di valere e accettò di essere quella che tutti vedevano. Decise di smettere di lottare, abbassò la guardia e per la prima volta si sentì rilassata. Si abbandonò. Si fece trasportare dall'onda delle emozioni, benchè negative, e in questa nuova dimensione trovò un po' di pace. Cambiò di fatto il suo modo di vivere, diventò rabbiosa e assaliva le persone. Distribuiva con le mani, a destra e a manca, corna a mo di benedizione papale. Faceva linguacce ai bambini. Lo faceva con piacere e dopo rideva di gusto, contribuendo in questo modo a aumentare la leggenda della sua vita.


Un giorno si travestì da vecchietta, voleva spaventare un gruppo di suore che tutte le sere la disturbavano borbottando il rosario sotto la sua finestra. Le aspettò sulla soglia di casa e al loro passaggio si tolse la dentiera e con la lingua iniziò a leccarsi il naso. Le suore incuriosite e preoccupate per questa vecchietta che si comportava in modo strano, non andavano più via. Lei, per liberarsi della loro presenza, sollevò la gonna, alzò la gamba destra e, come un cagnolino fece la pipì contro il muro. Le suore scapparono in fretta e non passarono più sotto la sua finestra.


Ma questo non le dava soddisfazione. Per la sua esistenza aveva sognato molto di più, mentre la realtà l'aveva costretta in solitudine, lontana dal mondo degli affetti. A quarant'anni fu sorpresa da una grave malattia, lunga e dolorosa, che le avrebbe lasciato il tempo di salutare questo mondo. Non aveva troppa fretta. Bella comprese. Accettò con serenità questa nuova situazione. Stavolta aveva intuito la prospettiva di soffrire e aver paura per qualcosa di cui tutti avevano paura. Sul letto d'ospedale il suo corpo malato, stanco, goffo, sgradevole, adesso prendeva le attenzioni e le cure dei dottori. Finalmente si sentiva trattata come gli altri.




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Racconto scritto il 16/02/2016 - 19:38
Da Rochi Pinto
Letta n.364 volte.
Voto:
su 4 votanti


Commenti


Un bel racconto nella sua crudezza e verità. Quante volte trascuriamo persone proprio perchè non rientrano nei nostri "canoni di normale" Basterebbe guardarci dentro...e probabilmente scopriremmo preziosi tesori.
Bravissimo

Roberto Colombo 10/03/2016 - 19:32

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Un sentito grazie per l'inaspettato riconoscimento. E' uno stimolo per continuare, ma anche un obiettivo da confermare e migliorare. Spero di non deludere in futuro. Di nuovo grazie.

Rochi Pinto 09/03/2016 - 19:01

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Scusate il ritardo nella risposta, vi ringrazio della cordiale accoglienza.

Rochi Pinto 19/02/2016 - 08:29

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Caro Rochi,
forse sei appena arrivato, ma il tuo è stato un ingresso con i botti. Un racconto che ho fatto mio, pur turbandomi, sin dalle prime righe. Finalmente la bruttezza, pensai, tra tanti scritti di bellezza, amore e anche lussuria, perchè no.Ebbi ragione, la bruttezza di Bella ( qualcuno una volta ebbe a dire: la bellezza sta in superficie, la bruttezza arriva fino all'osso) trova alla fine la giusta bellezza. 5 stelle di compiacimento.

salvo bonafè 17/02/2016 - 15:54

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Una storia cruda che mette in risalto come in un mondo dove l'apparenza è tutto e la bellezza esteriore viene prima di tutto,chi purtroppo non possiede codesti canoni viene quasi bandita dalla società e ridicolizzata. Sono riusciti a tirare fuori gli aspetti più negativi della sua personalità tormentata e infelice.Racconto ben scritto dai molteplici spunti di riflessione.Complimenti e benvenuto.

Anna Rossi 17/02/2016 - 13:47

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BENVENUTO TRA GLI AMICI E LE AMICHE DE LA CASA DI OGGISCRIVO.

Rocco Michele LETTINI 17/02/2016 - 06:15

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Un toccante e profondo racconto, che per quanto descritto, nessuno vorrà mai leggere. Mi andrebbe di dire: POVERA E SFORTUNATA RAGAZZA. LIETA GIORNATA ROCHY.
*****

Rocco Michele LETTINI 17/02/2016 - 06:12

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Notevole davvero, scritto in modo ineccepibile, racconto molto bello. Metti a posto i piccoli errori presenti e gli spazi ed è perfetto. Complimenti, doppi, e saluti


Luciano Bellesso 17/02/2016 - 02:32

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