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GIOCO D'AUTORE - Seconda Parte

Una volta giunti all'albergo, Nick chiese al concierge se fosse arrivata la sua auto.
«Certo, signore. Ah è arrivato anche suo zio.»
«Mio zio?»
«Sì signore. L'aspetta in camera.»
«Aspettami qui. Torno subito.»


l'ascensore era vuoto, almeno una cosa sembrava andare in quella giornataccia. Prese Penny e si preparò a dare il benvenuto a questo fantomatico zio. Entrò nella stanza, la pistola in pugno, questa volta era ben deciso a fare fuoco e al diavolo la prudenza. La sorpresa lo bloccò.
«Lei?»
Mallhoy era comodamente seduto in poltrona, esattamente davanti a lui. Le lunghe gambe accavallate, e il corpo in atteggiamento rilassato, teneva tra le mani un bicchiere di Sherry. Un sopracciglio incurvato e un'espressione a metà infastidita e a metà divertita gli alteravano i bei lineamenti del volto.
«Su, metta via quell'arnese! E si avvicini.» disse a voce molto bassa. Nick si avvicinò.
«Be' Penny era lieta d'incontrare mio zio.»Sottolineò con fare beffardo.
«Già. Un po' di musica?» E senza aspettare risposta accese la radio.
«Questa stanza è sicura. Ho controllato al mio arrivo, ma la prudenza non è mai troppa»
«Perché è venuto fin qui?»
«Abbiamo un problema. Pare che qualcuno l'abbia seguita sia a Monaco che a Londra, e forse anche qui.»
«Tolga il forse. Oggi non è giornata. Perché è qui?»
«Per affiancarla nella missione.»
«Lei?» Mallhoy cominciava a seccarsi
«Vede forse qualcun altro qui?» fece una pausa. «Siamo in ritardo per l'asta»
«L'asta. Mio Dio, Francesca!» sbottò Nick.
«Chi o cosa diavolo è Francesca?» Mallhoy inarcò di nuovo un sopracciglio.
«Il mio diversivo.»
«Cosa?» Chiese Mallhoy, preoccupato dalla piega che stava prendendo la situazione.
«Una barista. Be'... ho pensato che John Anderson avrebbe cercato compagnia.»
«Ed è qui da appena 5 ore!»
«Mi stavano pedinando.»
«Vuol dire che ha deliberatamente coinvolto una civile?»
«Mi sembrava la cosa più sensata da fare.»
«Sensata? Cosa ha di sensato?»
«È in linea col personaggio.»
«Ma bene, e dov'è ora?» Mallhoy era arrabbiato.
«Nella Hall.»
«La mandi via.»
«L'ho invitata all'asta.» Mallhoy alzò gli occhi al cielo.
«D420, lei non ha ritegno per le regole.»
«Io sono un uomo d'azione, le regole spesso sono un ostacolo.» IL bel volto di Mallhoy si contrasse in una maschera arcigna, ma il tono rimase pacato, solo lievemente più alto del solito.
«Siamo in ballo, balliamo. Mi presenti la ragazza e si ricordi che sono suo zio.»
«Come vuole, ma spero non ci siano altre riunioni di famiglia.» rispose con tono volutamente irritante.
«Andiamo!»Tagliò corto Mallhoy.


Scesi nella hall entrambi notarono, l'uomo appena entrato che si guardava intorno, ed entrambi finsero d'ignorarlo. Tranquillamente, scambiando qualche parola, come se stessero portando avanti una conversazione, si diressero verso Francesca. A Mallhoy non sfuggì né l'aspetto della ragazza né la sua giovane età. Non fece commenti, ma lanciò un'occhiata in tralice a Nick.
«John, sei tornato!» Francesca gli andò incontro, ma si interruppe notando Mallhoy.
«Francesca? Questo è mio zio.»
«Peter Anderson.» Si fece avanti Mallhoy. «Molto piacere.» Disse con un forte accento inglese.
«Francesca. Non sapevo ci fosse anche lei.» disse la ragazza.
«È appena arrivato.» Sottolineò Nick con disappunto.
«Già, problemi d'affari, per cui ho dovuto raggiungere mio nipote in tutta fretta.»
«Capisco.» Disse. «Si tratterrà a lungo?»
«Non saprei. Dipende dai miei impegni.» Sorrise affabile.
Francesca gli osservò entrambi, erano profondamente differenti, sia nei modi che nell'aspetto, lo zio era molto elegante e aveva toni meno bruschi e più cordiali, e sebbene fosse sulla cinquantina, era davvero un bell'uomo. Quasi non sembravano parenti, ma entrambi avevano fascino, carisma ed un sorriso letale.
«È qui, con sua moglie?» Chiese Francesca decisa a venire a capo della situazione.
« No, io sono scapolo, sa non ho ancora messo la testa a posto, a contrario di Alfred.»
«Alfred?»
«Mio fratello, il padre di John.» Spiegò Mallhoy dando voce alla storia che stava improvvisando.
« È tardi, Francesca, dobbiamo andare. Zio vieni con noi?»
«Oh, no preferisco riposare qui in albergo e poi sarei di troppo.» Lanciò un'occhiata a Nick, che ad un occhio esterno poteva sembrare d'intesa e complicità, d'approvazione, quasi, ma che in realtà era un avvertimento e Nick lo sapeva bene. In missione col proprio capo, se non era sfortuna quella non avrebbe saputo proprio come definirla. Scortò Francesca verso il parcheggio e cercò la sua auto. Non ci mise molto a capire che le chiavi che gli aveva dato il concierge dell'albergo appartenevano ad una Ferrari. Prima di salire, controllò che fosse tutto apposto.
«Sei sempre così paranoico?» Aveva buoni motivi per essere paranoico.
«Non è paranoia, mi piace avere il controllo della situazione.» rispose.
«Sempre?» Chiese lei.
«Certo.» Rispose lui con un sorriso enigmatico.
Durante il tragitto Nick si studiò di tenere viva la conversazione parlando della sua fantomatica passione per l'arte, ma tenendosi sempre sul vago. Di tanto in tanto, se lei non sollevava domande o argomenti lasciava cadere il silenzio e si concedeva di pensare alla situazione. Stava indagando su una serie di furti d'arte commessi qualche anno prima, le cui opere erano magicamente comparse in alcune aste rinomate. Oltre alla dubbia provenienza delle opere c'era qualcosa che non andava nel meccanismo stesso dell'aggiudicazione dei lotti. Sempre le stesse facce, sempre somme spropositate. Troppo alte o troppo basse. Guidava con grande maestria e disinvoltura, come se la sua unica preoccupazione fosse trarre piacere dalla guida e dalla compagnia. In realtà la sua mente era impiegata in ben altri ragionamenti e assai meno allegri. Innanzitutto, c'era la questione di Francesca, fin dove avrebbe potuto o dovuto spingersi con lei ora che c'era Mallhoy? E come avrebbe potuto limitare l'ingerenza del suo capo nel suo lavoro? Se davvero era bruciato, perché non metterlo in contatto con la sezione italiana? Perché venire di persona?


Mallhoy era nella sua stanza d'albergo, aveva preso quella affianco a D420, intanto a riporre con meticolosa cura gli abiti di alta sartoria che erano parte integrante della sua copertura. Quando squillò il suo cellulare. La chiamata proveniva dalla linea sicura. Solo tre persone potevano chiamarlo su quella linea e ne escludeva due.
«Si?» Rispose con la sua calda voce.
«Amore? Sono io. Tutto bene?» Mallhoy sorrise.
«Sì, Sharon. É tutto apposto.»
«Ancora non capisco perché sei andato tu.» Ne avevano discusso.
«Non potevo rischiare la vita di un altro dei miei uomini.»
«Ma la tua sì?» La voce era quasi rotta.
«Tesoro calmati, non mi succederà nulla. Stai tranquilla.» Disse cercando di tranquillizzarla.
«Le bambine hanno chiesto di te. Quando tornerai?» Sorrise ancora. Era partito in tutta fretta, e non aveva salutato le figlie, 10 e 4 anni, era la prima volta che si allontanava per una missione, da quando c'erano loro.
«Tornerò presto. Giusto il tempo di accertarmi come stanno le cose e dare istruzioni al mio agente. E sta tranquilla non correrò rischi inutili.»
«Me lo prometti?»
«Sì» Non aveva intenzione né di farla preoccupare, né di mettere a repentaglio la propria vita, ma quello era il suo mestiere e non poteva fare nulla per evitare i rischi che comportava.
«Buona notte.» Disse ancora lei.
«Buonanotte.» Rispose.
La conversazione si chiuse con un click.
Mallhoy si lasciò cadere sulla poltrona più vicina.
Le informazioni passate da Sharley non erano affatto buone e la cosa peggiore era che erano state confermate anche dal comando Beta con un rapporto firmato da le Cartier. Erano bruciati. Ormai non godevano più di quella zona d'ombra che li aveva sempre contraddistinti ed agevolati sia nelle missioni che nei confronti delle altre organizzazioni ponendoli in una posizione di neutralità. Si portò una mano alla fronte. Ne sarebbero usciti, dovevano venire a capo della situazione. Si trattava di cambiare gioco, non si era tirato indietro in passato e non si sarebbe tirato in dietro ora. La priorità andava alla missione. Si alzò, misurò a grandi passi la stanza e si fermò davanti alla finestra. Forse l'idea di D420 non era stata poi così malvagia. Per lo meno gli avrebbe fatti guadagnare tempo, ma andava affinata. Aprì la valigia, prese il cellulare delle emergenze, il dispositivo creato da Sharley e Le Cartier che metteva in comunicazione le sedi dell'agenzia in modo sicuro ed anonimo, senza lasciare traccie o agganciare celle. Fece il numero 4 ed attese, sperando che la sua intuizione fosse quella giusta.


FINE SECONDA PARTE


Il racconto è frutto della fantasia dell'autrice, per cui ogni riferimento a fatti o cose reali è puramente casuale.




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Racconto scritto il 17/02/2016 - 15:17
Da Marirosa Tomaselli
Letta n.206 volte.
Voto:
su 1 votanti


Commenti


Ciao Marirosa anche questa seconda parte è interessante e ben scritta, proseguo la lettura delle altre parti con interesse
Ciao
Nadia
5*

Nadia Sonzini 21/02/2016 - 21:25

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