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Il sasso

Il sole le brucia la fronte. Si ferma sul sentiero del parco, si china, raccoglie un sasso, le piacciono le striature di rosa che lo decorano.
Riflette qualche secondo sulla bellezza della natura. Dopo qualche altro spunto riflessivo sull’argomento, si ferma e pensa “Su quante banalità medito, quanto tempo perdo dietro a pensieri senza una struttura.”.
Guarda le fronde degli alberi muoversi nel lieve vento. “Si la natura..si è impietosa, maestosa, bella e potente..e guardo un sasso, un fiore il panorama di un piccolo bosco ma poi alla fine io, che di questa natura sono figlia, non mi sento parte di essa.”
Silvia crede che il grande inganno dell’uomo è sentirsi superiore ad ogni altra specie, quasi da sentirsi il solo in questo universo, ad essere l’unico a possedere in sé la divinità.
Infatti c’è bisogno di credere in un dio per non perdersi nella nostra reale natura, priva di un senso spirituale e concreto, così come ce lo ripropone la società.
Noi come ogni altro animale dobbiamo alla terra la conservazione della specie. Quali scopi, quali ricerche di se stessi, quali obiettivi. Siamo tutti inconsciamente soggiogati dall’unico volere della natura.
Dopo l’accoppiamento la mantide religiosa uccide il maschio.
Mettendo da parte il femminismo e la meraviglia della potenza dell’esemplare femmina di questa specie, cosa ci dice questo schema innato?
Alla natura serviamo, ma solo fino a che non cessiamo di esserle utile.
Come l’essere umano, che per quanta anarchia e ribellione manifesti, ad un certo punto, la natura si presenta e consegna quelli che sono i suoi standard. Sta a lui decidere.
Ora accoppiati, riproduciti, poi vedi tu: sistemati, rimani solo, fatti male non importa. Il conto lo hai pagato.
E se non puoi pagarlo, laverai i piatti. Se non sei in grado di passare l’esame, puoi sempre diventare un gregario sociale fino a che vivi. Tanto di manovalanza non se ne fa mai a meno.


Fa roteare tra le dita il piccolo sasso toneggiante, lo vorrebbe tenere. Lo butta nel fiume che costeggia il parco, poi si appoggia alla staccionata in legno che costeggia la discesa che porta giù fino all’acqua.
Guarda le sterpaglie e i rovi che ci sono tra lei e il fiume e pensa “Per aspera ad astra”.
Si gira, rimonta in bici e torna a dirigersi vero l’albero.
Arrivare alla pianta secolare con questo caldo è alquanto faticoso, il cuore batte forte e l’afa smorza il respiro; l’ultima parte di strada poi è ghiaiosa e solleva un pulviscolo biancastro che le sporca i piedi. Il pezzo finale è una salita ripida, che Silvia non riesce mai a fare se non scendendo dalla bici, non è una grande atleta.
Ma all’ultimo passo di quella pendenza, dove si trova la grande quercia che con i suoi lunghi rami l’accoglie, attirandola a sé con un avvolgente ventata d’aria fresca.
Silvia sente di potersi appoggiare a questo soffio e il corpo stanco non sente più il peso, i polmoni si allargano, il viso si rigenera.
Tocca il tronco dell’albero pensando a quante mani di altri secoli hanno toccato quel punto della corteccia. Stende un panno poco più in la, in modo da essere al sole e al contempo vedere l’albero.
“Quest’albero è mio padre e questa terra erbosa e un po’ dura è mia madre. Qui sono io. Rinasco qua, tra il vento i rami e le radici e un sole caldo che mi entra nelle ossa. ”.
Dopo tanto vivere a tempo perso, dedicando tanto al lavoro e poco altro, è arrivato il momento di ricostruire il vaso rotto.
Ora è sola e per troppi anni ha vissuto per altri e con altri, non sa se ricorda come si fa. Sa che prima era più facile, stare soli non era un’esigenza e non faceva poi così paura. Oggi è tutto così diverso, l’età l’ha resa selettiva e un po’ troppo esigente. Non le va più di perdere tempo a parlare di cose inutili, non le va più di costruire un personaggio che piaccia agli altri. È stanca di trucchi, orecchini, collane e tutta quella roba che serve a mascherarci, le ricorda la preparazione primitiva di un rito iniziatico.
Orpelli simboli di che? Come si dice, riflessi della nostra personalità?
“Creativo, non creativo. Pessimista, ottimista. Ma state tutti zitti! Fate silenzio, vi prego.”.
La quercia del grande masso, questo grande padre dopo secoli si ritrova affiancato da un enorme dirupo.
Ogni volta che Silvia arriva li, si affaccia con un certo timore e guarda in basso, si chiede dove arrivi di preciso il fondo. È tanto alto, ma i rovi sulla parete, non permettono di vedere bene dove finisca il luogo roccioso; una mattina si è svegliata e, ancora nel letto, ha pensato che solo un tuffo a volo d’angelo le avrebbe permesso di arrivare a vedere dove finisce.
Passa qualche ora a guardare il grande albero, fantastica di cambiare natura le piacerebbe anche solo essere un fiato di vento, caldo o freddo non importa. Le basterebbe anche solo disperdersi in altre correnti, perdere la sua essenza ed entrare in altre più forti.
Silvia si alza e va a toccare ancora un poco la quercia, accarezza i rami più lunghi che quasi toccano terra per il loro peso, stacca una foglia poi si pente. “Non ne avevo il diritto”.
Tenendo la foglia in mano si avvicina al telo steso in terra, toglie l’infradito, comincia a camminare sull’erba a piedi nudi, dando le spalle alla pianta, fa qualche metro poi si gira.
Pensa alle ali di un angelo, poi al trampolino di una piscina. Stringe la foglia tra le dita, la passa sulle labbra.
Comincia a correre e allargando le braccia lascia che il vento l’accompagni e vicino al bordo del dirupo con la spinta delle ginocchia e quella della rincorsa, si lancia nel vuoto.
“Ora vedo il fondo. Ora ho meno paura.”.




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Racconto scritto il 19/03/2016 - 20:02
Da ellis lio
Letta n.522 volte.
Voto:
su 5 votanti


Commenti


Sei stata veramente brava nella descrizione della Natura, mi ci sono ritrovata anch'io sotto quella quercia ed ero così immersa nell'ambiente, parte di esso, che anche il volo finale l'ho vissuto come elemento naturale e non come tragedia.
Complimenti per la scrittura!

Millina Spina 20/03/2016 - 18:42

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Ho letto tutto d'un fiato e poi ancora, lentamente.Adoro la descrizione della natura in tutte le sue sfaccettature... La forza della grande quercia, l'asprezza della terra e quel sasso lanciato, metafora del volo......forse avrei preferito un finale meno cruento, se solo avesse apprezzato di più le meraviglie della natura... chissà! 5*

ANNA BAGLIONI 20/03/2016 - 17:46

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Grazie Ele adesso l'ho capito bene e devo dire che è splendido, mi era piaciuto prima ma ora grazie a te l'ho compreso meglio

Nadia
5*


Nadia Sonzini 20/03/2016 - 16:56

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vorrei chiedere a Marcello di provare, se ne ha voglia, a commentare il contenuto. volevo ricreare la banale quotidianità che precede scelte importanti. grazie comunque per l'interesse

ele leo 20/03/2016 - 15:48

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Sono rimasto sconcertato, non so commentare il contenuto. Buona la forma, non ci piove. saluti.

Marcello Belan 20/03/2016 - 14:00

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Una scrittura molto interessante nella sua durezza. Una visione profondamente negativa della vita,senza via di scampo, tutto è negato, non c'è riscatto, una disperata uscita di scena. Perché mi chiedo con cuore sanguinante? E' fosse solo un sogno?
Ciao
Nadia
5*

Nadia Sonzini 19/03/2016 - 23:27

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Una scrittura dura, quasi selvaggia, che mi ha trafitto procurandomi lacerazioni e lasciandomi esterefatto, cercando di concludere il mio pensiero e domandandomi da chi, da cosa e perchè arriva la volontà di farla finita. Anch'io ne vengo assalito nei momenti bui. Tutto il dolore lenito da una magistrale e ammirevole capacità descrittiva, da quella quercia simbolo di forza e continuità che contrasta con l'atto di disperata risoluzione. Siamo in simbiotica natura. Forse possiamo aiutarci. Ciao

salvo bonafè 19/03/2016 - 23:09

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